Kirghizistan – Kirghisia. Golpe, rivoluzione o semplice sommossa popolare

9 Apr 2010

E’ difficile definire i moti kirghisi. Andare in piazza e spaccare tutto sembra quasi una cosa normale in un Paese in cui la democrazia stenta ad imporsi. L’endemica crisi economica, gli interessi locali e dei clan contrapposti nonché l’importanza geostrategica della repubblica sono una miscela davvero esplosiva.

Oggi, mai e poi mai, un osservatore potrebbe immaginare che il Kirghizistan – Kirghisia in italiano – pareva destinato a diventare una specie di “Svizzera” dell’Asia subito dopo il crollo dell’Urss nel ‘91. Allora brillava la “stella” del presidente Askar Akaiev, preso in simpatia da Washington, per l’appoggio incondizionato che diede a Michail Gorbaciov e a Boris Eltsin ai tempi del golpe dei vetero-comunisti. Questa terra, abitata per secoli da nomadi dediti alla pastorizia, comparve così prepotentemente sulle carte geografiche del mondo finanziario internazionale, diventando il laboratorio principale per le riforme liberali nell’ex Urss.

Nel ’93, grazie agli aiuti, soprattutto giapponesi, la Kirghisia fu la prima repubblica sovietica ad uscire dall’area del rublo, tanto che 5 anni dopo fu inserita di diritto nel Wto, l’Organizzazione del commercio mondiale, di cui, ancora ora, nemmeno la Russia fa parte.

Come sia avvenuto il crollo non è facile spiegarlo. I primi colpi allo Stato centrale vennero inferti dai radicali islamici. Ma anche il boom economico non si è mai realizzato nei fatti. Gli investitori stranieri non hanno dato seguito al loro interesse.

La “stella” dell’illuminato Akaiev si è così spenta nel 2005 con la “rivoluzione” (pro-occidentale) “dei tulipani”, che ha segnato il cambio di potere con la solita rivolta nelle strade e la successiva elezione di Kurmanbek Bakiev. La Kirghisia sembrava destinata a riprendere il suo corso democratico in un’area in cui i capi di Stato sono dei veri autocrati, ma possono contare sulle ricchezze del sottosuolo, cosa che Bishkek non ha.

Bakiev è stato, però, contagiato dai suoi colleghi asiatici ex sovietici. Il nepotismo ha iniziato a farla da padrone, i suoi alleati sono stati allontanati dal potere, la corruzione è tornata ad imperversare in un Paese in cui gli interessi delle regioni e dei clan sono spesso opposti.

Le ragioni di questa rivolta sanguinosa sono, quindi, principalmente interne. La grave crisi economica internazionale ha fatto mancare le rimesse delle centinaia di migliaia di kirghizi, emigrati soprattutto in Russia, ora senza lavoro. Il salario medio mensile si aggira sui 130 dollari.

Non è un caso che entrambe le rivolte siano scoppiate all’inizio della primavera e in aprile in particolare: gran parte della popolazione kirghiza è costituita da allevatori e contadini e questa classe sociale sta soffrendo molto. Per contadini e allevatori è il periodo più difficile: le scorte invernali sono ormai finite, ma la natura non si è ancora risvegliata, i soldi scarseggiano, prima che gli animali ingrassino e possano esser venduti e le coltivazioni dare i primi frutti. In più il 21 marzo è Nooruz, celebrazione del solstizio di primavera, festa religiosa musulmana ma con radici pagane, che «drena» le ultime finanze familiari.

L’aumento del prezzo della benzina, causato dall’incremento dei dazi sul petrolio da parte di Mosca, è stato il detonatore  ultimodella protesta. Ma il fuoco covava sotto la cenere già da tempo. Bakiev, originario del sud, è accusato di non aver mantenuto le promesse del 2005.

Il presidente voleva passare i suoi incarichi al figlio Maksim, che con la sua Agenzia di sviluppo ha tolto importanti risorse al governo. L’opposizione ha approfittato della sua assenza in Patria per bloccare immediatamente anche l’attività di alcune banche. Il clan Bakiev ha visto così i propri mezzi finanziari ridursi.

Il premier russo Putin, amico di Akaiev, non ha mai realmente sopportato il collega kirghiso, anche per il “tira e molla” per la base aerea Usa di Manas – a cui venne dato prima lo sfratto (quando Bishkek ottenne un consistente prestito russo) salvo garantire, in un secondo tempo, l’allungamento dell’affitto. 

 Gli strateghi pongono in evidenza che, dopo il cambio di potere in Ucraina ed adesso i moti kirghisi, le cosiddette “rivoluzione colorate” pro-Usa che tanto intimorirono il Cremlino stanno morendo una dopo l’altra. Il solo georgiano Saakashvili resta in sella.
Giuseppe D’Amato

Vedi anche Kirghisia: la rivoluzione rosso sangue, EuropaRussia 08.04.2010

 

 

1 Response to Kirghizistan – Kirghisia. Golpe, rivoluzione o semplice sommossa popolare

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Kirghizistan – Kirghisia. Bagno di sangue interetnico. La situazione precipita - EuropaRussia.com

June 11th, 2010 at 17:29

[…] Articolo – EuropaRussia9 aprile 2010. […]

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