Nikolajewka (oggi Livenka) – Eccola finalmente! Generazioni di italiani hanno sentito parlare di questa località sperduta nella steppa russa. E’ qui, come ad El Alamein o a Tobruk, che migliaia di nostri ragazzi hanno scritto una pagina eroica e drammatica della storia d’Italia, il 26 gennaio del ‘43.
Oggi è giorno di mercato. La via principale, per metà asfaltata e per metà in terra, è piena di camion che scaricano merci d’ogni tipo. La gente si accalca nella polvere. E’ vestita in maniera assai sobria e povera, tipica dei contadini della Russia meridionale. Tre villaggi agricoli, unitisi in questo minuto pianoro fra le colline, costituiscono il paese, oggi conosciuto come Livenka. Le case a ridosso della ferrovia per l’Ucraina formano Nikolajewka, denominazione segnata sulle carte militari italo-tedesche, basate a loro volta su quelle russe della Prima guerra mondiale.
Niente ricorda la battaglia campale di 60 anni fa. Solo fuori paese in un prato nascosto, dove si trovava una fossa comune, Onorcaduti ha eretto una lapide. La nostra guida, il prof. Morozov, ci fa visitare due sottopassaggi da cui sono passati parte delle truppe alpine e la stazione ferroviaria (oggi denominata Palatovka), dove i nostri hanno sfondato. <<E’ stata la vittoria della disperazione, della rabbia, della voglia di tornare a casa. O si passava o si moriva>>, ci ha raccontato il giorno prima a Rossosch, Guido Vettorazzo, allora poco più che ventenne, uno dei pochi della “Julia” che si è salvato. L’abbiamo incontrato nell’ufficio del sindaco in compagnia di tre altri “veci”. La vista dei loro bei cappelli con la piuma ci ha lasciato per qualche secondo senza parole.
|
Ceppo a ricordo degli italiani caduti nei pressi di Nikolajewka |
Circa 5mila sovietici con mortai, cannoni e mitragliatrici avevano trasformato il terrapieno della ferrovia di Nikolajewka in un formidabile sbarramento, ci spiega la nostra guida. Alle 9,30 del mattino del 26 gennaio inizia l’assalto disperato degli italiani insieme a qualche reparto tedesco ed ungherese, forse 40-50mila uomini, male armati, mezzi congelati, affamati.
Alle 16 è già buio. Non si passa. Rimanere all’addiaccio avrebbe significato morire al gelo o arrendersi, dopo 10 giorni di marcia forzata nella neve, proprio a due passi dalla salvezza. All’improvviso il miracolo. Il generale Reverberi, comandante della “Tridentina” salta su un tank tedesco e grida <<Tridentina, avanti!>>, mettendo di nuovo in moto gli alpini ormai sfiniti. <<Né io né Guido abbiamo sentito quel grido – ricorda Adolfo Lovato della “Tridentina” – ma abbiamo visto una massa enorme di gente andare all’attacco>>. Così, combattendo all’arma bianca, gli alpini hanno sfondato e sono usciti dalla sacca in cui i sovietici li avevano chiusi.
Il corpo d’Armata alpino, diretto in un primo momento sulle montagne del Caucaso, era stato ridislocato a controllare le difese trincerate sul Medio Don nel settembre ‘42. Aveva stabilito il suo comando a Rossosch, allora centro con 14mila abitanti. <<La nostra era una missione pompata – sottolinea Vettorazzo -. Dopo la Grecia il fascismo si era inventato la Russia>>.
Ben presto, con il sopraggiungere dell’inverno, gli ufficiali si rendono conto dell’inadeguatezza dell’equipaggiamento. I maggiori problemi sono legati alle calzature. Roma cincischia su questioni di look. Così gli alpini sono costretti a scambiare con la popolazione locale cibo per vestiti e valenki (stivali caldi russi). Col gelo le armi e i camion non funzionano più. Sul piano militare, malgrado le assicurazioni alleate, gli italiani capiscono di essere vulnerabili, poco adatti ad una guerra in pianura. I tedeschi devono garantire la mobilità dell’intero schieramento di difesa sul Don.
Il 14 gennaio ’43 accade l’impensabile: malgrado il tempo inclemente i sovietici attaccano di sorpresa da sud con centinaia di tank, sbaragliando il 24esimo corazzato tedesco, prendendo le altre divisioni alle spalle. La frittata è fatta! Il giorno dopo gli alpini si ritrovano i carri armati di Stalin fin dentro Rossosch. Arrivano anche le truppe a bordo di jeep americane e camion speciali Usa trasportano l’artiglieria pesante. Il comando italiano dà l’immediato ordine di ritirata dal Don alla “Julia”, alla “Cuneense”, alla divisione di fanteria “Vicenza” ed alla “Tridentina”.
|
La ritirata – Museo di Rossosch |
E’ l’inizio del calvario. <<Abbiamo ripiegato nel miglior modo possibile, all’improvviso>>, commenta Lovato. Gli alpini abbandonano la maggior parte delle armi pesanti ed i veicoli. In poche ore i carri armati sovietici prendono il controllo delle strade principali, costringendo gli italiani a ritirarsi verso occidente in una folle corsa di circa 150 chilometri fra campi gelati e paesini sperduti per uscire dall’accerchiamento. Le imboscate sono frequenti, gli atti di eroismo non si contano. <<La temperatura doveva essere di giorno sui meno 20, di notte intorno ai meno 35 – sostiene Morozov -, ma il vento faceva sentir ancora di più il freddo. Nei campi c’era una sessantina di centimetri di neve, che, però, non era uniforme ed, in alcuni punti, poteva arrivare fino alle spalle>>.
In un primo momento, l’ordine è di ritirarsi verso Valuiki, che, però, è già stata occupata il 17 gennaio dai 10mila cosacchi. Ed è lì che finiranno annientati i resti della “Julia” e della “Cuneense”, 10 giorni dopo. <<Questo dà il senso dell’ignoranza dei nostri alti comandi – accusa amaramente Vettorazzo -. I collegamenti radio fra le divisioni non funzionavano>>. La confusione più totale che, dopo 60 anni, non ha trovato ancora una necessaria analisi critica fra i nostri militari. La “Tridentina”, invece, viene a sapere della situazione a Valuiki ed il generale Gariboldi dà ordine il 21 a Sheliakino di cambiare direzione e marciare su Nikolajewka. La colonna degli italiani, molti sbandati senza armi e a bordo di slitte di fortuna, è ormai lunga 40 chilometri con quello che rimane della “Cuneense” in retroguardia.
<<Lo scontro più sanguinoso che hanno avuto gli italiani in Russia è avvenuto il 20 gennaio qui a Novopostojalovka non a Nikolajewka – afferma sicuro Morozov, mentre ci mostra la strada dove era posizionata l’artiglieria sovietica e le izbe dove si erano nascosti i soldati di Stalin -. Circa duemila i morti in 30 ore con la “Cuneense” e la “Julia” praticamente decimate, costrette ad attaccare in campo aperto, per di più pieno di neve>>. In pratica, un vero suicidio. Gli italiani vengono respinti. Ma, poco più a nord, a Postojalyi, la “Tridentina”, arrivata da Podgornoje ed ancora efficiente, ha aperto una breccia.
Percorriamo la strada fino a Nikolajewka, passando per Warwarowka, Nikitowka, Arnautovo. E’ un susseguirsi di colline più o meno soavi e pianure che assomigliano ai nostri altipiani. Villaggi e fattorie si alternano spesso nel nulla. Ovunque si osservano mandrie di vacche e gruppi di oche che passeggiano lungo le strade. I russi viaggiano spesso a bordo dei trattori o su dei modelli superati di sidecar.
|
Davanti all’asilo di Rossosch. Da sinistra, Periz, Lovato, Morozov, Leonardi, Vettorazzo. |
Gli italiani sostengono che il nemico era in numero nettamente superiore. Qualcuno azzarda a dire 1 a 10, 1 a 14. I sovietici affermano esattamente il contrario. Ed infatti in alcuni paesini, ci dice Morozov, sono stati costretti ad arruolare gli adolescenti della locale “gioventù comunista”. E’ evidente che la strategia dei generali di Stalin è stata vincente.
Il risultato finale è che la maggior parte delle Armate italiane è stata fatta prigioniera quasi senza combattere. Il balletto delle cifre cambia a seconda della fonte. 25-30mila i caduti in ritirata. L’ecatombe in Russia è avvenuta soprattutto fra i circa 70mila prigionieri o forse più, morti quasi tutti fra gennaio ed aprile ’43 per fame e freddo prima di arrivare ai lager, molti oltre gli Urali in Siberia. I sovietici non erano preparati ad accogliere tanta gente. Il cibo mancava anche per loro. Gianni Periz ci mostra alcuni dati, semplicemente agghiaccianti: solo 10mila prigionieri italiani sono tornati a casa dai lager sovietici.
All’appello, quindi, mancano in totale circa 100mila nostri militari. <<E’ difficile ricostruire i nomi dei caduti – ci spiega il maresciallo Andrea Muzzi, del Commissariato generale delle FFAA, incontrato per caso in albergo a Rossosch, dove stava programmando il piano per le esumazioni per l’anno in corso -. I carcerieri russi annotavano i nomi dei morti italiani in cirillico sui registri dei lager, chiedendo ai prigionieri il nome del deceduto e trascrivevano quello che capivano>>.
L’identificazione dei caduti è qualcosa, spesso, di impossibile. <<Come ci hanno detto i reduci – sottolinea da Roma il colonnello Paolillo – i nostri militari si levavano le piastrine: erano fastidiose! Queste erano di rame, così se oggi vengono ritrovate sono illeggibili>>.
Qualcuno dei dispersi può aver trovato rifugio in qualche fattoria, chiediamo ai due reduci alpini e a Morozov. La risposta è secca: <<No. Sono leggende cinematografiche>>. <<Allora il controllo delle truppe sovietiche – ci spiega la nostra guida russa – era ferreo. Conosco parecchi casi di italiani curati dai russi, ma poi consegnati alle autorità>>
Ogni tanto salta fuori qualche nuovo reperto: per caso, di recente, è stata ritrovata la gavetta del papà del sindaco di Cairo Montenotte (SV), Osvaldo Chebello, che è andato di persona a riprendersela. Nei racconti dei russi il disgelo quell’anno fu terribile: donne e bambini vennero mandati a sotterrare i cadaveri, che, per il timore di malattie, vennero buttati in fosse comuni, ora attivamente ricercate, tra mille difficoltà, dal programma di esumazione governativo italo-russo.
Circa 8mila caduti sono tornati in Italia e riposano nel sacrario di Cargnacco in Friuli.
Seguendo il motto <<ricordare i morti, aiutando i vivi>> gli alpini dell’Associazione nazionale (ANA) hanno costruito a Rossosch tra il ’92 ed il ’93 un asilo per i bambini russi. L’“operazione Sorriso” ha mobilitato 773 volontari, divisi in 21 turni. Tutto il materiale necessario è stato portato dall’Italia. <<Non vogliamo monumenti – ha detto allora il bergamasco Leonardo Caprioli, presidente dell’ANA -. Coi russi dobbiamo ritrovarci nell’infanzia>>.
Rossosch – Nel Medio Don lo studio della campagna di Russia prosegue senza intervalli. Il professor Alim Morozov gestisce con grande impegno un museo all’interno dell’Asilo, proprio dove era dislocato il Comando d’Armata alpino durante la campagna di Russia. <<Abbiamo organizzato a Rossosch – ci racconta Morozov – una conferenza per il 60esimo anniversario degli eventi del ‘43. Hanno partecipato anche alcuni veterani russi. Invero sono rimasti in pochi, quasi tutte donne: soprattutto infermiere>>.
Mi levi una curiosità, Signor professore. Perché i prigionieri dell’Asse sono stati trasferiti ai campi di concentramento in un primo momento a piedi, con le tragiche marce del “davai” e non con i treni. Dopo tutto Rossosch è un nodo ferroviario strategico. <<Tutti i binari nei territori occupati erano stati cambiati con quelli di misura europea. Erano più stretti (di dieci centimetri) dei nostri a scartamento ridotto. I nostri treni non potevano viaggiare in quelle zone>>.
Però che efficienza, in così poco tempo… <<Le truppe di occupazione hanno utilizzato la popolazione civile ed avevano a disposizione reparti specializzati. Subito, hanno eseguito questo cambiamento ed in alcuni distretti hanno persino costituito nuove reti ferroviarie. Solo in primavera inoltrata (1943) i nostri treni hanno ripreso a viaggiare>>.
Quindi, questa è la vera ragione delle marce del “davai”? <<Nei mesi invernali la movimentazione delle truppe sovietiche d’attacco è avvenuta non per ferrovia. I territori adiacenti a quelli occupati non avevano reti ferrate per centinaia di chilometri>>.
Giuseppe D’Amato
–
In russo Битва Николаевки
In russo Ледяной ад Рады
Museo della Guerra sul Don – Rossosch
We are a group of long experienced European journalists and intellectuals interested in international politics and culture. We would like to exchange our opinion on new Europe and Russia.
2 Responses to Nikolajewka: la tragedia del Don – 60 anni dopo – 2003
Il Lager degli Italiani nel Paese dei Lupi – 1943 – 60 anni dopo. Inverno 2003 - EuropaRussia.com
February 23rd, 2010 at 20:50
[...] Nikolajewka: la tragedia del Don [...]
Campagna italiana in Russia. Sul Don trovate piastrine militari ARMIR. - EuropaRussia.com
June 2nd, 2010 at 18:56
[...] anche Nikolajewka. La tragedia del Don. [...]