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 Con l’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia Mosca si trova sempre più immischiata nella palude mediorientale. Ma nell’autunno 2015 si pensava ad un intervento rapido, tanto che il 14 marzo 2016 Putin ha annunciato che gli obiettivi in Siria erano stati raggiunti, pertanto era incominciato il ritiro. karlov

 La ragione di questa fretta era che il Cremlino non intendeva impantanarsi in una realtà così complessa. La Siria era una specie di merce di scambio per ottenere benefici in Ucraina; ed i vantaggi geopolitici erano a breve termine.

 La realtà, però, si sta rivelando diversa. I governativi di Assad sono militarmente più deboli di quanto si pensasse. La seconda caduta nelle mani dell’Isis di Palmira non lascia intravvedere nulla di buono in prospettiva futura.

 Per la prima volta la Russia si trova a combattere una guerra lontana dai confini nazionali, dove la continuità territoriale non conta. Per raggiungere la Siria, le navi devono transitare per il Bosforo e con la Turchia i rapporti sono difficili. Per di più storicamente Mosca ha sempre sostenuto i curdi. L’Iran, che si sta riappacificando con l’Occidente, ha permesso per poche giornate l’uso delle basi aeree da parte dell’aviazione federale. Sul fronte terrorista si rischia una nuova stagione di attentati terroristici, se i foreign fighters dovessero lasciare il Medio Oriente.

 Sui costi dell’operazione le versioni sono contrastanti, ma essi incidono comunque sul bilancio militare, che ha un forte peso sul sofferente budget statale. Per il pareggio di bilancio serve la quotazione di 69 dollari al barile. Uno dei due fondi di riserva si estinguerà tra 11 mesi.

  All’Ue non conviene che la Russia si impantani del tutto in Siria, dove, comunque, fronteggia forze terroristiche. Una Russia troppo debole al suo interno, storicamente, è fonte di instabilità per l’intero Vecchio Continente.

 gda

 Vladimir Putin è uno dei convitati di pietra al Brexit. Il profilo tenuto dal Cremlino sulla questione è bassissimo, ma l’attenzione è massima. In caso di addio della Gran Bretagna, i nazionalisti russi già pregustano l’indebolimento dell’Unione europea ed il possibile scioglimento del Regno Unito con l’indipendenza della Scozia. Senza far nulla Mosca si potrebbe levare di torno in un colpo solo due fortissimi concorrenti e si concretizzerebbero i gloriosi progetti di egemonia per il XXI secolo. Brexit

 Nel 2014 con l’allargamento ad Est dell’Ue i Paesi ex satelliti del Cremlino hanno trovato nel polo occidentale un qualcosa di più attraente ed infatti i  due Majdan in Ucraina ne sono una conseguenza indiretta. Ora Putin sta tentando di dare una sterzata rispetto a questo corso e contemporaneamente di rientrare nei grandi giochi mondiali.

 Appunto, il Grande Gioco, che vide russi e britannici lottare per tutto l’Ottocento, con l’odiata Londra che sbarrò alla San Pietroburgo zarista la strada ai mari caldi del sud. I primi hanno costruito un impero sulla contiguità territoriale; gli altri sul suo modello opposto, transoceanico. Nel Ventesimo secolo la Gran Bretagna ha perso di continuo pezzi, ma la sua influenza, seppur ridimensionata, è rimasta. E i russi non se ne danno pace, visto cosa è successo a loro dopo il crollo dell’Urss. Si è sviluppata una sorta di complesso verso gli inglesi, tanto che, nel 2013 il portavoce del Cremlino definì il Regno Unito “l’isoletta”.

 Cosa sia il Vecchio Continente senza un progetto comune lo sanno tutti: basta sfogliare i manuali di storia. Ai campionati di calcio in Francia si è avuto un breve ripasso. “Duecento dei nostri hanno spazzato via migliaia di inglesi”, Putin ha commentato, pur condannando i fatti.
gda

 “Se canti e dici la verità la gente lo capisce. Grazie Europa per avermi votato”. Jamala riesce a trattenere a mala pena l’emozione dopo aver trionfato nel Festival della canzone europea a Stoccolma. La tatara, rappresentante dell’Ucraina, ha cantato della deportazione del suo popolo dalla Crimea verso l’Asia centrale nel 1944 da parte di Josif Stalin.

 Splendida lei, ottima la canzone in tataro ed in inglese con una sceneggiatura mozzafiato. Appena atterrata a Kiev, la 32enne cantante si è esibita in un concerto. Dopo 12 anni la repubblica ex sovietica rivince così Eurovision. Il presidente ucraino Petro Poroshenko ed il premier Groisman si sono subito congratulati con lei. EuroVision2016Stochkolm

 Le autorità tatare in esilio sono entusiaste: questo è un “primo passo verso la liberazione” della penisola contesa, “annessa” dalla Russia nel marzo 2014. “Sono felice che Jamala abbia vinto – afferma l’autorevole giornalista Ayder Muzhdabayev -. La sua missione era anche quella di raccontare all’Europa ed al mondo della deportazione del 1944 e della realtà di oggi in Crimea. Ci offendono, ci cacciano, ci costringono ad emigrare”.

 Se gli ucraini ed i tatari di Crimea festeggiano, i russi – arrivati terzi dopo l’Australia – appaiono contrariati. “E’ stato tutto preordinato politicamente oppure il pubblico è scemo” titola il quotidiano Moskovsky Komsomolets.
I commenti sui social media sono durissimi, alcuni letteralmente furibondi: “E’ stato un teatro dell’assurdo”; “Hanno cambiato le regole” (ndr. il regolamento è nuovo per l’edizione 2016); “E’ stato tutto politicizzato”. E poi “cosa c’entra l’Australia con l’Eurovision?” Qualcuno tenta di consolarsi: “la Russia ha vinto il voto degli spettatori”, ma non quello della giuria specializzata che ha ribaltato il risultato finale. Il superfavorito della vigilia dai bookmakers, Serghej Lazarev, ha comunque fatto un figurone! Ad onor del vero, la scenografia presentata era bellissima, di un livello stratosferico.

 Alcuni politici federali hanno chiesto l’annullamento del risultato di Stoccolma e di boicottare l’edizione del prossimo anno in Ucraina, Paese ospitante per la vittoria di Jamala. Secondo la deputata Elena Drapeko la Russia ha perso per “la guerra di informazione” e per la “generale demonizzazione” all’estero.

 La proposta di organizzare Eurovision 2017 in Crimea, ora sotto giurisdizione russa, e non a Kiev provoca le reazioni più diverse. I nervi sono scoperti e le parole grosse, che volano, anche tra personalità di primo piano, non si contano. Jamala ha tagliato corto e in maniera diplomatica ha detto: “Non so dove si svolgerà la prossima edizione, ma sicuramente sarà in Ucraina”.

Dichiarazione comune firmata all’Avana da Papa Francesco e il Patriarca Kirill:

  1. Per volontà di Dio Padre dal quale viene ogni dono, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto dello Spirito Santo Consolatore, noi, Papa Francesco e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, ci siamo incontrati oggi a L’Avana. Rendiamo grazie a Dio, glorificato nella Trinità, per questo incontro, il primo nella storia. Con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per «parlare a viva voce» (2 Gv 12), da cuore a cuore, e discutere dei rapporti reciproci tra le Chiese, dei problemi essenziali dei nostri fedeli e delle prospettive di sviluppo della civiltà umana.
  2. Il nostro incontro fraterno ha avuto luogo a Cuba, all’incrocio tra Nord e Sud, tra Est e Ovest. Da questa isola, simbolo delle speranze del “Nuovo Mondo” e degli eventi drammatici della storia del XX secolo, rivolgiamo la nostra parola a tutti i popoli dell’America Latina e degli altri Continenti. Ci rallegriamo che la fede cristiana stia crescendo qui in modo dinamico. Il potente potenziale religioso dell’America Latina, la sua secolare tradizione cristiana, realizzata nell’esperienza personale di milioni di persone, sono la garanzia di un grande futuro per questa regione.
  3. Incontrandoci lontano dalle antiche contese del “Vecchio Mondo”, sentiamo con particolare forza la necessità di un lavoro comune tra cattolici e ortodossi, chiamati, con dolcezza e rispetto, a rendere conto al mondo della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3, 15).
  4. Rendiamo grazie a Dio per i doni ricevuti dalla venuta nel mondo del suo unico Figlio. Condividiamo la comune Tradizione spirituale del primo millennio del cristianesimo. I testimoni di questa Tradizione sono la Santissima Madre di Dio, la Vergine Maria, e i Santi che veneriamo. Tra loro ci sono innumerevoli martiri che hanno testimoniato la loro fedeltà a Cristo e sono diventati “seme di cristiani”.
  5. Nonostante questa Tradizione comune dei primi dieci secoli, cattolici e ortodossi, da quasi mille anni, sono privati della comunione nell’Eucaristia. Siamo divisi da ferite causate da conflitti di un passato lontano o recente, da divergenze, ereditate dai nostri antenati, nella comprensione e l’esplicitazione della nostra fede in Dio, uno in tre Persone – Padre, Figlio e Spirito Santo. Deploriamo la perdita dell’unità, conseguenza della debolezza umana e del peccato, accaduta nonostante la Preghiera sacerdotale di Cristo Salvatore: «Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 21).
  6. Consapevoli della permanenza di numerosi ostacoli, ci auguriamo che il nostro incontro possa contribuire al ristabilimento di questa unità voluta da Dio, per la quale Cristo ha pregato. Possa il nostro incontro ispirare i cristiani di tutto il mondo a pregare il Signore con rinnovato fervore per la piena unità di tutti i suoi discepoli. In un mondo che attende da noi non solo parole ma gesti concreti, possa questo incontro essere un segno di speranza per tutti gli uomini di buona volontà!
  7. Nella nostra determinazione a compiere tutto ciò che è necessario per superare le divergenze storiche che abbiamo ereditato, vogliamo unire i nostri sforzi per testimoniare il Vangelo di Cristo e il patrimonio comune della Chiesa del primo millennio, rispondendo insieme alle sfide del mondo contemporaneo. Ortodossi e cattolici devono imparare a dare una concorde testimonianza alla verità in ambiti in cui questo è possibile e necessario. La civiltà umana è entrata in un periodo di cambiamento epocale. La nostra coscienza cristiana e la nostra responsabilità pastorale non ci autorizzano a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune.
  8. Il nostro sguardo si rivolge in primo luogo verso le regioni del mondo dove i cristiani sono vittime di persecuzione. In molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa i nostri fratelli e sorelle in Cristo vengono sterminati per famiglie, villaggi e città intere. Le loro chiese sono devastate e saccheggiate barbaramente, i loro oggetti sacri profanati, i loro monumenti distrutti. In Siria, in Iraq e in altri paesi del Medio Oriente, constatiamo con dolore l’esodo massiccio dei cristiani dalla terra dalla quale cominciò a diffondersi la nostra fede e dove essi hanno vissuto, fin dai tempi degli apostoli, insieme ad altre comunità religiose.
  9. Chiediamo alla comunità internazionale di agire urgentemente per prevenire l’ulteriore espulsione dei cristiani dal Medio Oriente. Nell’elevare la voce in difesa dei cristiani perseguitati, desideriamo esprimere la nostra compassione per le sofferenze subite dai fedeli di altre tradizioni religiose diventati anch’essi vittime della guerra civile, del caos e della violenza terroristica.
  10. In Siria e in Iraq la violenza ha già causato migliaia di vittime, lasciando milioni di persone senza tetto né risorse. Esortiamo la comunità internazionale ad unirsi per porre fine alla violenza e al terrorismo e, nello stesso tempo, a contribuire attraverso il dialogo ad un rapido ristabilimento della pace civile. È essenziale assicurare un aiuto umanitario su larga scala alle popolazioni martoriate e ai tanti rifugiati nei paesi confinanti. Chiediamo a tutti coloro che possono influire sul destino delle persone rapite, fra cui i Metropoliti di Aleppo, Paolo e Giovanni Ibrahim, sequestrati nel mese di aprile del 2013, di fare tutto ciò che è necessario per la loro rapida liberazione.
  11. Eleviamo le nostre preghiere a Cristo, il Salvatore del mondo, per il ristabilimento della pace in Medio Oriente che è “il frutto della giustizia” (cfr Is 32, 17), affinché si rafforzi la convivenza fraterna tra le varie popolazioni, le Chiese e le religioni che vi sono presenti, per il ritorno dei rifugiati nelle loro case, la guarigione dei feriti e il riposo dell’anima degli innocenti uccisi. Ci rivolgiamo, con un fervido appello, a tutte le parti che possono essere coinvolte nei conflitti perché mostrino buona volontà e siedano al tavolo dei negoziati. Al contempo, è necessario che la comunità internazionale faccia ogni sforzo possibile per porre fine al terrorismo con l’aiuto di azioni comuni, congiunte e coordinate. Facciamo appello a tutti i paesi coinvolti nella lotta contro il terrorismo, affinché agiscano in maniera responsabile e prudente. Esortiamo tutti i cristiani e tutti i credenti in Dio a pregare con fervore il provvidente Creatore del mondo perché protegga il suo creato dalla distruzione e non permetta una nuova guerra mondiale. Affinché la pace sia durevole ed affidabile, sono necessari specifici sforzi volti a riscoprire i valori comuni che ci uniscono, fondati sul Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
  12. Ci inchiniamo davanti al martirio di coloro che, a costo della propria vita, testimoniano la verità del Vangelo, preferendo la morte all’apostasia di Cristo. Crediamo che questi martiri del nostro tempo, appartenenti a varie Chiese, ma uniti da una comune sofferenza, sono un pegno dell’unità dei cristiani. È a voi, che soffrite per Cristo, che si rivolge la parola dell’apostolo: «Carissimi, … nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della Sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare» (1 Pt 4, 12-13).
  13. In quest’epoca inquietante, il dialogo interreligioso è indispensabile. Le differenze nella comprensione delle verità religiose non devono impedire alle persone di fedi diverse di vivere nella pace e nell’armonia. Nelle circostanze attuali, i leader religiosi hanno la responsabilità particolare di educare i loro fedeli in uno spirito rispettoso delle convinzioni di coloro che appartengono ad altre tradizioni religiose. Sono assolutamente inaccettabili i tentativi di giustificare azioni criminali con slogan religiosi. Nessun crimine può essere commesso in nome di Dio, «perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1 Cor 14, 33).
  14. Nell’affermare l’alto valore della libertà religiosa, rendiamo grazie a Dio per il rinnovamento senza precedenti della fede cristiana che sta accadendo ora in Russia e in molti paesi dell’Europa orientale, dove i regimi atei hanno dominato per decenni. Oggi le catene dell’ateismo militante sono spezzate e in tanti luoghi i cristiani possono liberamente professare la loro fede. In un quarto di secolo, vi sono state costruite decine di migliaia di nuove chiese, e aperti centinaia di monasteri e scuole teologiche. Le comunità cristiane portano avanti un’importante attività caritativa e sociale, fornendo un’assistenza diversificata ai bisognosi. Ortodossi e cattolici spesso lavorano fianco a fianco. Essi attestano l’esistenza dei fondamenti spirituali comuni della convivenza umana, testimoniando i valori del Vangelo.
  15. Allo stesso tempo, siamo preoccupati per la situazione in tanti paesi in cui i cristiani si scontrano sempre più frequentemente con una restrizione della libertà religiosa, del diritto di testimoniare le proprie convinzioni e la possibilità di vivere conformemente ad esse. In particolare, constatiamo che la trasformazione di alcuni paesi in società secolarizzate, estranee ad ogni riferimento a Dio ed alla sua verità, costituisce una grave minaccia per la libertà religiosa. È per noi fonte di inquietudine l’attuale limitazione dei diritti dei cristiani, se non addirittura la loro discriminazione, quando alcune forze politiche, guidate dall’ideologia di un secolarismo tante volte assai aggressivo, cercano di spingerli ai margini della vita pubblica.
  16. Il processo di integrazione europea, iniziato dopo secoli di sanguinosi conflitti, è stato accolto da molti con speranza, come una garanzia di pace e di sicurezza. Tuttavia, invitiamo a rimanere vigili contro un’integrazione che non sarebbe rispettosa delle identità religiose. Pur rimanendo aperti al contributo di altre religioni alla nostra civiltà, siamo convinti che l’Europa debba restare fedele alle sue radici cristiane. Chiediamo ai cristiani dell’Europa orientale e occidentale di unirsi per testimoniare insieme Cristo e il Vangelo, in modo che l’Europa conservi la sua anima formata da duemila anni di tradizione cristiana.
  17. Il nostro sguardo si rivolge alle persone che si trovano in situazioni di grande difficoltà, che vivono in condizioni di estremo bisogno e di povertà mentre crescono le ricchezze materiali dell’umanità. Non possiamo rimanere indifferenti alla sorte di milioni di migranti e di rifugiati che bussano alla porta dei paesi ricchi. Il consumo sfrenato, come si vede in alcuni paesi più sviluppati, sta esaurendo gradualmente le risorse del nostro pianeta. La crescente disuguaglianza nella distribuzione dei beni terreni aumenta il sentimento d’ingiustizia nei confronti del sistema di relazioni internazionali che si è stabilito.
  18. Le Chiese cristiane sono chiamate a difendere le esigenze della giustizia, il rispetto per le tradizioni dei popoli e un’autentica solidarietà con tutti coloro che soffrono. Noi, cristiani, non dobbiamo dimenticare che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1 Cor 1, 27-29).
  19. La famiglia è il centro naturale della vita umana e della società. Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la loro apertura alla procreazione e all’educazione dei figli, la solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli.
  20. La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. È l’amore che sigilla la loro unione ed insegna loro ad accogliersi reciprocamente come dono. Il matrimonio è una scuola di amore e di fedeltà. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica.
  21. Chiediamo a tutti di rispettare il diritto inalienabile alla vita. Milioni di bambini sono privati della possibilità stessa di nascere nel mondo. La voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio (cfr Gen 4, 10). Lo sviluppo della cosiddetta eutanasia fa sì che le persone anziane e gli infermi inizino a sentirsi un peso eccessivo per le loro famiglie e la società in generale. Siamo anche preoccupati dallo sviluppo delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, perché la manipolazione della vita umana è un attacco ai fondamenti dell’esistenza dell’uomo, creato ad immagine di Dio. Riteniamo che sia nostro dovere ricordare l’immutabilità dei principi morali cristiani, basati sul rispetto della dignità dell’uomo chiamato alla vita, secondo il disegno del Creatore.
  22. Oggi, desideriamo rivolgerci in modo particolare ai giovani cristiani. Voi, giovani, avete come compito di non nascondere il talento sotto terra (cfr Mt 25, 25), ma di utilizzare tutte le capacità che Dio vi ha dato per confermare nel mondo le verità di Cristo, per incarnare nella vostra vita i comandamenti evangelici dell’amore di Dio e del prossimo. Non abbiate paura di andare controcorrente, difendendo la verità di Dio, alla quale odierne norme secolari sono lontane dal conformarsi sempre.
  23. Dio vi ama e aspetta da ciascuno di voi che siate Suoi discepoli e apostoli. Siate la luce del mondo affinché coloro che vi circondano, vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (cfr Mt 5, 14, 16). Educate i vostri figli nella fede cristiana, trasmettete loro la perla preziosa della fede (cfr Mt 13, 46) che avete ricevuta dai vostri genitori ed antenati. Ricordate che «siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6, 20), al costo della morte in croce dell’Uomo-Dio Gesù Cristo.
  24. Ortodossi e cattolici sono uniti non solo dalla comune Tradizione della Chiesa del primo millennio, ma anche dalla missione di predicare il Vangelo di Cristo nel mondo di oggi. Questa missione comporta il rispetto reciproco per i membri delle comunità cristiane ed esclude qualsiasi forma di proselitismoNon siamo concorrenti ma fratelli, e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno. Esortiamo i cattolici e gli ortodossi di tutti i paesi ad imparare a vivere insieme nella pace e nell’amore, e ad avere «gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti» (Rm 15, 5). Non si può quindi accettare l’uso di mezzi sleali per incitare i credenti a passare da una Chiesa ad un’altra, negando la loro libertà religiosa o le loro tradizioni. Siamo chiamati a mettere in pratica il precetto dell’apostolo Paolo: «Mi sono fatto un punto di onore di non annunziare il vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui» (Rm 15, 20).
  25. Speriamo che il nostro incontro possa anche contribuire alla riconciliazione, là dove esistono tensioni tra greco-cattolici e ortodossi. Oggi è chiaro che il metodo dell’“uniatismo” del passato, inteso come unione di una comunità all’altra, staccandola dalla sua Chiesa, non è un modo che permette di ristabilire l’unità. Tuttavia, le comunità ecclesiali apparse in queste circostanze storiche hanno il diritto di esistere e di intraprendere tutto ciò che è necessario per soddisfare le esigenze spirituali dei loro fedeli, cercando nello stesso tempo di vivere in pace con i loro vicini. Ortodossi e greco-cattolici hanno bisogno di riconciliarsi e di trovare forme di convivenza reciprocamente accettabili.
  26. Deploriamo lo scontro in Ucraina che ha già causato molte vittime, innumerevoli ferite ad abitanti pacifici e gettato la società in una grave crisi economica ed umanitaria. Invitiamo tutte le parti del conflitto alla prudenza, alla solidarietà sociale e all’azione per costruire la pace. Invitiamo le nostre Chiese in Ucraina a lavorare per pervenire all’armonia sociale, ad astenersi dal partecipare allo scontro e a non sostenere un ulteriore sviluppo del conflitto.
  27. Auspichiamo che lo scisma tra i fedeli ortodossi in Ucraina possa essere superato sulla base delle norme canoniche esistenti, che tutti i cristiani ortodossi dell’Ucraina vivano nella pace e nell’armonia, e che le comunità cattoliche del Paese vi contribuiscano, in modo da far vedere sempre di più la nostra fratellanza cristiana.
  28. Nel mondo contemporaneo, multiforme eppure unito da un comune destino, cattolici e ortodossi sono chiamati a collaborare fraternamente nell’annuncio della Buona Novella della salvezza, a testimoniare insieme la dignità morale e la libertà autentica della persona, «perché il mondo creda» (Gv 17, 21). Questo mondo, in cui scompaiono progressivamente i pilastri spirituali dell’esistenza umana, aspetta da noi una forte testimonianza cristiana in tutti gli ambiti della vita personale e sociale. Dalla nostra capacità di dare insieme testimonianza dello Spirito di verità in questi tempi difficili dipende in gran parte il futuro dell’umanità.
  29. In questa ardita testimonianza della verità di Dio e della Buona Novella salvifica, ci sostenga l’Uomo-Dio Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore, che ci fortifica spiritualmente con la sua infallibile promessa: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno» (Lc 12, 32)! Cristo è fonte di gioia e di speranza. La fede in Lui trasfigura la vita umana, la riempie di significato. Di ciò si sono potuti convincere, attraverso la loro esperienza, tutti coloro a cui si possono applicare le parole dell’apostolo Pietro: «Voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia» (1 Pt 2, 10).
  30. Pieni di gratitudine per il dono della comprensione reciproca espresso durante il nostro incontro, guardiamo con speranza alla Santissima Madre di Dio, invocandola con le parole di questa antica preghiera: “Sotto il riparo della tua misericordia, ci rifugiamo, Santa Madre di Dio”. Che la Beata Vergine Maria, con la sua intercessione, incoraggi alla fraternità coloro che la venerano, perché siano riuniti, al tempo stabilito da Dio, nella pace e nell’armonia in un solo popolo di Dio, per la gloria della Santissima e indivisibile Trinità!

Fonte Radio Vaticana

  La comunità di connazionali, sorta nel XIX secolo (tra il 1830 ed il 1870) nella regione orientale della Crimea nei pressi della città di Kerch, fu deportata nel gennaio 1942. Allora si contavano 5-6 mila italiani, in maggioranza gente dedita all’agricoltura ed all’artigianato, di origine pugliese della zona di Trani e Bisceglie. Crimea1
Oggi a Kerch, città famosa per lo stretto – accesso del mare di Azov dal mar Nero – abitano 500 persone, discendenti di quanti sono tornati dal Kazakhstan, dalla Russia e dall’Uzbekistan. Il presidente Putin ha inserito gli italiani di Crimea con un decreto, pubblicato il 13 settembre 2015, tra i popoli deportati da Stalin da riabilitare. In precedenza né il governo sovietico né quello ucraino avevano agito in tal senso.
I liguri, generalmente commercianti o persone di mare, abitavano nella vicina Feodosia, sempre in Crimea, oppure a Mariupol, secondo porto dell’Ucraina – ancora oggi cruciale per l’esportazione di grano e di prodotti metallurgici -, oppure ad Odessa, dove tra il XIX – ed il XX secolo era stato costituito un liceo italiano.
A Taganrog, un centinaio di chilometri ad est di Mariupol, sempre sul mare di Azov visse Giuseppe Garibaldi tra il 1831 ed il 1833. Qui l’eroe dei due mondi si avvicinò alle idee mazziniane della “Giovane Italia”, propagandate dagli esuli. Sempre a Taganrog, davanti alla passeggiata a mare, è stata eretta l’unica statua dedicata a Garibaldi in territorio ex sovietico.
In tutta questa area, dopo l’unità di Italia, vennero aperti un Regio Consolato ad Odessa e vari vice-consolati a dimostrazione dell’importate presenza di connazionali. Questo periodo si chiuse con la Rivoluzione d’ottobre ed le successive repressioni staliniane.
Giuseppe D’Amato

Testo AUDIO 1. – Luisa Perugini – SBS radio – Australia

Testo AUDIO 2. - Luisa Perugini - SBS radio – Australia

Testo AUDIO 3. - Luisa Perugini - SBS radio – Australia

Testo AUDIO 4. – Luisa Perugini - SBS radio – Australia

 Vladimir Putin ha fatto bene i conti nel gettarsi nel ginepraio mediorientale? Gli aspetti da considerare nell’intervento in corso sono i più disparati: da quello economico a quello della sicurezza interna; da quello militare a quello politico-religioso.

L’economia russa si trova oggi a convivere con una crisi strutturale e con il fallimento del modello di sviluppo. La pioggia di proventi a catinelle, generati dalla vendita delle materie prime, si sta estinguendo facendo emergere scogli inaggirabili da due decenni. PalmiraSyria

I forzieri sono ancora pieni di dollari, ma questi potrebbero finire presto senza un allentamento delle sanzioni occidentali. Il tempo delle decisioni impopolari si avvicina, quindi. Ecco perché non è chiaro dove Putin troverà i soldi per la nuova guerra.

Colpire gli estremisti fuori dai confini patri significa inoltre tornare ad essere un bersaglio dell’“internazionale del terrore” come negli anni Novanta, quando gli attentati erano continui. I servizi di sicurezza hanno preparato filtri, collaudati in Caucaso, ma il sangue potrebbe scorrere ugualmente. La popolazione è disposta a ripiombare nella paura provata a lungo più di un quindicennio fa?

Come dimostrato in passato, i raid aerei sono poco effettivi senza un’azione terreste coordinata. La portata dell’operazione russa è per ragioni logistiche limitata. Cosa pensa di fare allora Putin di diverso dagli altri? Una fotografia a Palmira liberata dagli incivili che distruggono uno dei patrimoni dell’umanità? Per queste ragioni l’attuale operazione federale in Siria appare finora più che altro mediatica e con scopi diversi da quelli mediorientali.

Occupare mezza Ucraina fino a Kiev o abbattere lo Stato islamico, impiegando 50-100mila suoi uomini, è per Mosca possibile. Il problema semmai, come ha provato la tragedia afghana, è gestire un impossibile dopoguerra. Una tale azione, indubbiamente, servirebbe a levare pressione estremista dai confini meridionali dell’ex Urss.

Mosca si schiera ora apertamente con gli sciti (iraniani, alawiti, hezbollah, tagichi) contro gli interessi sunniti (sauditi in primis, in parte occidentali) in una regione in cui tutti combattono contro tutti, cambiando spesso bandiera, senza una logica di lungo respiro. L’unica sorpresa potrebbe essere rappresentata da un’azione terreste contemporanea vincente di tutte le forze scite locali, sostenute da Mosca. Allora la figuraccia occidentale sarebbe sì di proporzioni galattiche.

Per adesso, quello siriano sembra l’ennesimo abituale rilancio di Putin. Il problema è che, prima o poi, bisogna mostrare le carte che si hanno in mano.

gda

L’Unione europea è nata per non essere potenza o soggetto geopolitico, ma uno spazio di democrazia e di economia di mercato con una valuta comune, in cui lo Stato di diritto e la difesa dei diritti umani siano garantiti a tutti. Questa l’idea dei “padri fondatori”.

Le crisi, importate dal 2007, stanno evidenziando la lontananza tra le teorie filosofiche e la dura realtà.

Ad esempio, per salvare l’euro si è intervenuti con politiche monetarie non convenzionali, fondi salva Stati concordati in notte insonni. E’ stata pure creata una sorta di unione bancaria per una futura comune politica fiscale.

Adesso, per risolvere il problema dei profughi, cosa ci si inventerà? Le poche centinaia di migliaia di disperati siriani, presenti sul territorio comunitario, sono soltanto l’avanguardia delle 11 milioni di persone, che hanno abbandonato le loro case dal 2011 ad oggi. SyrianRefugees1

Barack Obama è stato eletto dagli americani per concludere le guerre e rimettere in ordine le casse dello Stato. Con la rivoluzione energetica Washington non ha più necessità di vegliare sulle rotte delle materie prime. Da qui anche il suo “non interventismo” in Medio Oriente ed Africa.

Gli europei non hanno capito che è finita l’epoca in cui l’alleato Usa toglieva le castagne dal fuoco. Il vuoto, creatosi nel bacino sud-orientale del Mediterraneo, è stato colmato dagli arabi del Golfo e dall’Isis.

Sorge spontanea una domanda: dov’è l’Unione europea in presenza di crisi gravissime? La politica estera comunitaria appare ancora spuntata, tanto che, mentre Berlino e Parigi sono presenti al tavolo sul conflitto ucraino, solamente britannici e francesi tentano di tenere alta la bandiera fuori dal Vecchio continente.

Non devono stupire le reazioni dei neo europei, quelli orientali, verso i migranti: stanno venendo a galla le contraddizioni dell’allargamento Ue ad Est del 2004, quando la “Casa europea” è diventata un condominio.

Questi popoli, ex “sudditi” del Cremlino, sono fuggiti allora da una pesante situazione geopolitica. Come non dare loro oggi torto alla luce dei tragici recenti avvenimenti ucraini? Questa gente condivide solo in parte certi valori.

Il fallimento delle “primaverearabe con la mancata esportazione della democrazia, l’instabilità nello spazio ex sovietico e l’incognita cinese sono durissimi banchi di prova.

Se non si vogliono i rifugiati in casa propria bisogna fermare la guerra e l’anarchia, anche sporcandosi le mani. Se si intende limitare l’arrivo di migranti economici è necessario varare politiche di assistenza nei Paesi più poveri. La lezione di questi giorni è una: lo status quo e la paralisi, con interminabili summit, mettono in pericolo la comune coabitazione europea.
gda

Occhio per occhio, dente per dente! La passata logica della Guerra Fredda, rispolverata in questi ultimi due anni da Usa e Russia, viene applicata ormai a tutti gli aspetti delle relazioni bilaterali. Gli americani dislocheranno nuove bombe atomiche in Europa ed in Turchia? Non c’è problema, dice il Cremlino: noi posizioneremo i nostri missili sul Baltico. L’equilibrio strategico di forze nel Vecchio continente, garanzia di pace negli ultimi 7 decenni, rischia di venire modificato, aggiungono le stesse fonti ufficiali russe. Xray

 La notizia di fonte giornalistica tedesca sull’ammodernamento di 6 basi Usa per la conservazione di ordigni nucleari (B61) ha mandato su tutte le furie Mosca, che minaccia pesanti contromisure. L’enclave di Kaliningrado, l’ex Prussia orientale, potrebbe ospitare i temibili missili Iskander in grado da qui di colpire qualsiasi obiettivo nel Vecchio continente nel raggio di 500 chilometri. Lo stesso potrebbe succedere (con qualche altro vettore) in Crimea, naturale portaerei in mezzo al mar Nero, ma questa seconda mossa potrebbe avvenire in un momento successivo.

Nel 2011 uno studio dell’aviazione Usa affermò che la “maggior parte” dei siti di stoccaggio non incontrava gli standard del ministero della Difesa. Da qui la decisione di Washington di ammodernarli adesso. A Buechel, secondo le rilevazioni giornalistiche, il governo tedesco investirà 120 milioni di euro per migliorare le infrastrutture. Qui dovrebbero essere custodite una ventina di nuove bombe atomiche (B61) con una potenzialità ognuna di 80 volte l’ordigno esploso ad Hiroshima. Nella base ve ne sarebbero già un’altra ventina. Stesso discorso di ammodernamento, sostiene la Fas – associazione di scienziati Usa non allineata – avverrà ad Aviano in Italia, a Incirlik in Turchia (dove sarebbero già custodite una cinquantina di bombe) ed in Belgio. Le spese per le strutture a carico dei governi nazionali non sono note.

gda

L’unico punto finora certo di questo incredibile maxi-negoziato segreto – con diplomatici di 4 Paesi impegnati direttamente e con quelli americani osservatori interessati – è che si sta trattando il cessate il fuoco insieme alla creazione immediata di una zona demilitarizzata, che si estende da 50 a 70 chilometri dalla linea del fronte. Quest’ultima è calcolata sull’attuale situazione creatasi sul terreno nell’ultimo mese e non su quella superata dell’estate scorsa alla base degli accordi di Minsk di settembre. Stando ad alcune rilevazioni, i separatisti hanno conquistato in gennaio circa 500 kmq di territorio governativo. Minsk1

Il vero pericolo per i civili è rappresentato dalle artiglierie pesanti, utilizzate a tutto spiano dalle due parti in causa. Allontanarle così tanto dalla linea del fronte significa garantire sicurezza. Da buoni militari ex sovietici sia gli uni che gli altri prima radono al suolo i possibili siti nemici poi fanno avanzare la fanteria ed i carri armati.

Il secondo punto riguarda l’ingresso in Ucraina orientale di una forza di interposizione o di pace. Gli occidentali e gli ucraini puntano alla presenza di caschi blu dell’Onu, mentre i separatisti sono favorevoli soltanto ad unità composte da militari provenienti da Paesi ex sovietici.

Il terzo punto, forse il più dolente, è la chiusura della frontiera gruviera tra Ucraina e Russia. Al momento non è chiaro come si possa realizzarlo, ma appare evidente che qualcuno dei contendenti debba cedere.

Sulle questioni prettamente politiche Kiev è disposta a concedere ampia autonomia ai distretti del Donbass e Lugansk in mano ai separatisti, che, però, non hanno alcuna voglia di tornare sotto la giurisdizione ucraina. Il Cremlino vorrebbe la “federalizzazione” della repubblica slava sorella, ma su questo aspetto non si negozia. L’unica soluzione è un conflitto congelato come in Dniestr, dove dal 1992 esiste uno Stato “non riconosciuto”, formalmente parte della Moldova, ma in realtà indipendente.

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8 Jan 2015

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