Lo zar è tornato. Dopo quattro anni da primo ministro Vladimir Putin è di nuovo capo del Cremlino. Fastosa la cerimonia con cui la Russia lo ha incoronato per la terza volta. Rigido il protocollo in cui tutto era calcolato al secondo: dall’entrata del neoeletto nel grande Palazzo del Cremlino ai due brevi discorsi, dal suono delle campane alle ore 12 precise alle 31 salve di cannone. 
Ma è un Putin diverso dal passato, si sono affannati in questi giorni a scrivere diversi commentatori. L’ex agente dagli occhi di ghiaccio, è stato rimarcato, sarà costretto ad aperture e a confrontarsi con l’opposizione.
All’ingresso al Cremlino Vladimir Putin è apparso quasi emozionato come se il suo fosse un appuntamento non solo col Paese ma anche con la storia. Il “leader nazionale”, come lo chiamano i suoi sostenitori, ha, però, subito ritrovato il tradizionale piglio aggressivo quando ha letto la formula del giuramento. Quindi il discorso tutto incentrato sulla Patria e nel credere in lei.
Doveroso all’inizio dell’intervento è stato il tributo al suo giovane “delfino”, Dmitrij Medvedev, che gli ha permesso questa operazione politica per aggirare il divieto dei due mandati presidenziali consecutivi (2000 e 2004), stabiliti dalla Costituzione.
Come si ricorderà nel 2008 Putin candidò al proprio posto di capo dello Stato uno dei suoi vice, rimanendo come primo ministro. Adesso il tandem si ricambia le cariche e l’ex presidente ha subito incassato la fiducia come primo ministro dalla Duma con 299 “sì” e 144 “no”.
Gli altri punti del breve discorso del neopresidente al Cremlino hanno riguardato la volontà di rafforzare la democrazia e la libertà, nonché la necessità di migliorare l’economia. Uno degli obiettivi per una “Russia di successo” nei prossimi sei anni di suo mandato è quello di diventare “leader in Euro-Asia”. Ossia viene riproposto nuovamente con forza il progetto di fondare sull’esempio dell’Unione europea una Comunità economica delle repubbliche ex sovietiche. Finora Russia, Bielorussia e Kazakhstan hanno già creato l’Unione doganale, mentre le altre per ora stanno a guardare.
All’uscita tra due ali di folla, composta dai notabili e da alcuni leader stranieri ospiti – tra i quali Silvio Berlusconi e l’ex cancelliere tedesco Gehrard Schroeder -, è apparso un sorriso sul viso del neopresidente, che si è fermato a stringere le mani dei presenti e a baciare una sostenitrice cieca. Quindi la parte militare con la consegna della famosa valigetta nucleare con i codici di controllo dell’arsenale russo. Putin e Medvedev, insieme alle rispettive signore, sono stati ricevuti in forma privata dal Patriarca Alessio II.
Dopo una manciata di ore dall’insediamento ecco subito i primi decreti presidenziali di Vladimir Putin. Società ed economia sono i primi campi toccati. Il neopresidente ha chiesto anche una verifica del piano per le prossime privatizzazioni.
Putin si è poi congratulato con il neo collega francese Francois Hollande per la sua elezione, dicendosi “pronto a lavorare con lui attivamente”.
La Russia, si legge in un documento del Cremlino, cercherà legami più stretti con gli Stati Uniti, ma non tollererà influenze nei suoi affari e chiede garanzie che lo Scudo anti-missilistico Usa non sia contro di lei.
Contemporaneamente alla cerimonia di insediamento un centinaio di persone, tra cui l’ex vicepremier riformista Boris Nemtsov, sono state fermate dalla polizia in piazza del Maneggio, di fronte al Cremlino. In una Mosca spettrale e blindata – ancora provata dagli incidenti di due giorni fa con decine di feriti e centinaia di arresti – oltre un migliaio di oppositori anti-Putin ha inscenato una nuova manifestazione di protesta non lontano da piazza Pushkin. La loro richiesta – uguale a quella dei circa 70mila di domenica – è sempre la stessa: elezioni libere al più presto. Per ora la politica ha risposto con la riforma del sistema di registrazione dei partiti.
Gli Europei di calcio in Ucraina sono in pericolo dopo gli attentati di Dnipropetrovsk e l’“affaire” Timoshenko. La Germania ha scelto una pausa di riflessione prima di decidere il daffarsi. Ma è tutta l’Unione europea che guarda preoccupata agli eventi in corso nell’ex repubblica sovietica.
Venerdì 27 aprile ben quattro ordigni hanno seminato il panico a Dnipropetrovsk, provocando il ferimento di 29 persone. L’interrogativo che si pongono un po’ tutti è che cosa ci sia dietro quelle bombe: se questa sia l’inizio della strategia della tensione oppure il folle gesto di un delinquente isolato.
La polizia pare brancolare nel buio nonostante la pubblicazione di alcune foto-identikit dei possibili attentatori. I migliori investigatori ucraini studiano ogni particolare in quella che il presidente Viktor Janukovich ha definito “una sfida per l’intero Paese”.
Dnipropetrovsk non è un luogo qualsiasi. 1,1 milioni di abitanti, distesa sul fiume Dniepr, la città – che ha dato i natali ad importanti politici ucraini tra cui l’ex presidente Kuchma e visto in precedenza sorgere la stella di Leonid Breznev in tempi sovietici – è oggi un feudo dell’ex premier Julija Timoshenko, la pasionaria della rivoluzione arancione del 2004, attualmente detenuta in galera dopo una controversa condanna a sette anni per abuso di potere e malversazione.
Subito dopo gli attentati i deputati fedelissimi della Timoshenko, arcinemici del presidente, sono arrivati ad accusare, senza mezzi termini, il presidente ucraino di nascondersi dietro all’azione terroristica. Secondo loro il vero obiettivo di Janukovich sarebbe quello di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dalla crisi economica e dalle persecuzioni politiche.
Da giorni circolano le foto della Timoshenko piena di lividi. In precedenza, il neo presidente tedesco Gauck aveva cancellato una visita ufficiale a Jalta dopo che Kiev aveva negato il permesso per far curare l’ex premier all’estero. In questo clima esplosivo la giustizia ucraina ha deciso di rimandare un ulteriore processo contro la Timoshenko per reati fiscali.
Secondo fonti autorevoli la cancelliera tedesca Angela Merkel potrebbe adesso scegliere la strada del boicottaggio di Euro 2012 se Julija Timoshenko non dovesse essere liberata al più presto. Il presidente del Bayern, Uli Hoeness, ha scritto una lettera al capo dell’Uefa, Michel Platini, chiedendo un suo intervento presso Janukovich.
Alcune settimane fa Bruxelles ha congelato la firma del tanto atteso Patto di Associazione tra Ue ed Ucraina fino a che l’“affaire” Timoshenko non venga chiarito. L’ex premier è stata condannata in dicembre per aver favorito nel 2009 la firma di un accordo per la fornitura di gas dalla Russia e per aver provocato forti perdite alle casse dello Stato.
Secondo numerosi analisti sullo sfondo di questo scontro Janukovich – Timoshenko c’è la vendetta promessa degli oligarchi ucraini contro l’ex premier, che in tante occasioni li ha contrastati, facendo loro perdere importanti affari. Berlino e Bruxelles si sono, però, stancati di questa guerra senza fine. E’ arrivato ora il tempo delle decisioni sofferte.
Giuseppe D’Amato
Semplicemente splendide. Le “anti-Spice” girls russe sono sei agguerritissime nonnine della regione settentrionale dell’Udmurtia. Hanno vinto le selezioni federali, letteralmente sbaragliando il campo, pieno di stars affermate. Alla fine di maggio in Azerbaigian rappresenteranno il loro Paese alla seguitissima edizione di Eurovision, il popolare festival della canzone europea. 
Le “Buranovo Babushki”, questo il loro nome, – in italiano le “nonne di Buranovo” – cantano nella loro lingua nazionale, dichiarata dall’Unesco “in pericolo”, e vestono con i costumi tipici delle campagne russe. Sul palco sembrano delle matrioshke viventi: abiti umili di colore rosso, grembiuli e fazzoletti d’ordinanza, collane di monete al collo, calzature di spago e calzettoni bianchi di lana ai piedi.
Il loro repertorio, costituitosi in 40 anni di duro lavoro, è quello classico tradizionale, ma per l’appuntamento continentale è stato arricchito con qualcosa di diverso. Il testo, che presenteranno a Bakù, è in udmurto con il ritornello in inglese.
Le sei nonne di Buranovo stanno tentando di perfezionare al meglio la lingua di Shakespeare, ma non è facile a quella età. Una coreografa si sforza di farle ballare con ritmi moderni. Le loro movenze tradiscono, però, altri movimenti, lo stesso armoniosi, e per questo genuini.
La più esperta del gruppo, la 76enne Natalja Pugaciova, ha lavorato tutta la vita nel locale kolkoz, le fattorie collettive d’epoca sovietica, ed adesso è sorpresa da tanta notorietà. “E’ una grande opportunità – le fa eco la compagna quasi coetanea Olga Tuktareva – per dimostrare che anche gli anziani possono fare le cose giuste ed avere una vita gioiosa e ricca spiritualmente”.
“Il vestito è sul tavolo – cantano in udmurto le ‘Buranovo Babushki’ – I nostri figli arriveranno presto. Il dolce è nel forno. I nostri cuori sono pieni di gioia!” Il difficile è il ritornello: “Come on and dance! Boom Boom! Ha ha ha!!”.
Una delle loro speranze è di guadagnare qualche rublo per costruire nel remoto villaggio natio una chiesa, che fu distrutta ai tempi di Stalin. Ma liberarsi dagli impegni casalinghi per partecipare alla selezione federale e per andare in Azerbaigian non è stato per niente facile. “E chi terrà a bada le vacche e sbrigherà le faccende domestiche”, hanno chiesto i vispi mariti. Grazie all’aiuto di tutta la famiglia, soprattutto di figli e nipoti, il problema è stato risolto per il momento.
Ma anche in caso di successo la loro vita non cambierà. Gli animali delle mini-fattorie le aspettano trepidanti. E poi bisogna seminare le patate. Occhio, però, a non sottovalutare queste incredibili nonnine!

Nicolae Timofti
Finalmente! Dopo tre anni di vani tentativi, con un paio di voti popolari anticipati e disordini di piazza, la settimana scorsa la Moldova è riuscita ad eleggere un presidente. Era dall’aprile 2009, quando Vladimir Voronin lasciò l’incarico per la scadenza del mandato, che la repubblica ex sovietica non aveva un capo dello Stato nel pieno delle sue funzioni. Totale: 917 giorni di una crisi istituzionale interminabile, che stava minando seriamente le fondamenta del giovane Stato moldavo.
L’origine di tutte le tribolazioni è da ricercarsi principalmente in una Costituzione, scritta da giuristi poco esperti, con alle spalle un retaggio troppo sovietico. Il presidente è, infatti, eletto dai 101 deputati del Parlamento, che viene sciolto dopo tre votazioni fallite. Ma non solo: serve anche una maggioranza qualificata di 62 voti. In presenza di un’assemblea divisa la scelta del capo dello Stato è praticamente impossibile.
Così anche venerdì scorso al Parlamento moldavo si è assistito a vere e proprie scene da carbonari. La votazione, prevista in un primo momento per le 15, è stata anticipata all’improvviso alle 8 del mattino. Il Partito comunista, in netto contrasto con la maggioranza relativa, aveva indetto una manifestazione davanti ai palazzi del potere per le 13,30.
Per evitare i “franchi tiratori”, definiti più sbrigativamente “traditori”, i partiti dell’“Alleanza per l’integrazione europea” hanno fatto piegare ai propri deputati le schede da depositare nell’urna segreta in una ben determinata maniera. Tre parlamentari hanno vigilato sulla correttezza dei colleghi, mentre l’unico rappresentante del Pc, presente in aula, si è dilungato in un discorso semplicemente intimidatorio.
Conclusione: i tre fuoriusciti dal Pc, i quali hanno formato recentemente il gruppo socialista, sono stati determinanti. Il giudice 63enne Nicolae Timofti è stato eletto presidente, il quarto nella breve storia repubblicana, con 62 voti. Quanto tempo starà in carica è ancora un mistero, poiché i costituzionalisti locali interpretano ognuno a propria maniera le norme.
Considerata in epoca sovietica la “cantina” dell’“impero”, la repubblica latina dell’Urss ha terribilmente sofferto il passaggio all’economia di mercato. Nel 1992 una sua regione a maggioranza slava, la Transnistria, chiamata anche la “Lombardia” della Moldavia, si è separata dopo una guerra sanguinosa. Tutti i negoziati di riconciliazione nazionale sono finora falliti. 600mila moldavi su una popolazione di 4,4 sono emigrati all’estero, 100mila solo in Italia. Molti di loro detengono un passaporto romeno ed alcuni politici a Bucarest mirano in futuro a farla tornare sotto l’egida della madrepatria.
L’Unione europea si è impegnata a fondo per non vedere la “Dacia” di romana memoria trasformarsi in un buco nero. “Dobbiamo essere un ponte tra Est ed Ovest”, ha subito promesso Timofti. La sua costruzione, però, è tremendamente complessa!
La “primavera” russa perde smalto e diversamente non potrebbe essere. Sabato scorso sull’Arbat sono scesi a protestare non più di 20-25mila moscoviti, molto meno rispetto alle oltre centomila persone delle precedenti manifestazioni “per elezioni pulite” del dicembre e del febbraio scorsi. Le presidenziali del 4 marzo sono ormai alle spalle e la delusione sta prendendo il sopravvento in un movimento composito che rischia di frazionarsi tra le sue molteplici anime. 
La “battaglia di Russia”, come l’ha definita Vladimir Putin, non è però conclusa, come si potrebbe superficialmente credere, ma è entrata in una fase più tecnica e meno spettacolare. Presto, infatti, verso l’inizio dell’estate il governo sarà costretto ad imporre misure economiche impopolari: i prezzi sono in pratica congelati da un anno per le elezioni, con un deficit di bilancio diventato un segreto di Stato. Allora, sì, che la partita ricomincerà molto più seriamente che queste legislative e presidenziali, diciamolo pure, addomesticate.
La variabile imprevedibile in questa situazione è rappresentata dal dio “petrolio”. Il suo prezzo alle stelle è l’unico elemento in grado di aiutare il “leader nazionale” ad ottemperare alle troppe promesse elettorali. Altrimenti, saranno dolori di pancia. Il modello Putin – ossia “proventi dalla vendita delle materie prime impiegati per lo sviluppo” – non funziona più. Servono risorse interne. Ai russi, soprattutto a quelli benestanti, bisognerà spiegare che pagare le tasse è necessario per offrire servizi ai meno abbienti. Altro che 13% sui guadagni, come ora.
In sintesi, l’autunno si annuncia caldissimo. I prossimi lunghi mesi serviranno alle opposizioni per organizzarsi meglio e creare quelle strutture politiche che adesso mancano del tutto.
A Mosca la domanda imperante in queste ore è come continuare, nel frattempo, la lotta contro Putin e i suoi alleati. La prima risposta è che certamente molta dell’attuale energia verrà spesa nella crociata contro la corruzione e la superbia della nomenklatura. Il mezzo per mantenere unita la protesta sarà Internet con i suoi social forum. In Parlamento sono già in corso, da settimane, consultazioni tra alcuni dei leader delle composite opposizioni, restate fuori dalla Duma alle legislative di dicembre per i soliti “giochetti”, e la squadra di Putin.
Questo elemento deve far riflettere, e non poco, gli osservatori indipendenti. Ma come è giustificabile una tale trattativa quando si sono appena tenute elezioni generali? Che investitura popolare hanno gli uni e gli altri rappresentanti dei due schieramenti? L’unica cosa positiva è che si è scelta la strada del dialogo e non quella della piazza per risolvere i problemi e concordare una seria riforma politica.
In conclusione, come nelle attese Vladimir Putin ha vinto il primo scontro, ma la battaglia non è affatto finita e lui ne è ben coscio. La “luna di miele” col Paese, durata ben 12 anni, è definitivamente finita. Ora il “leader nazionale” ha contro una larga fetta della società russa con cui giochi e giochetti non serviranno ad alcunché. Questa è l’ora dei fatti e delle riforme.
“Le dimissioni sono state un atto di responsabilità”. Questo il commento del noto politologo Christian Forstner a conclusione dallo scandalo che ha coinvolto la Presidenza federale tedesca.
“Chiariamo subito – dice il direttore della sede di Bruxelles della fondazione Hanns Seidel, vicina ai potentissimi cristiano-sociali bavaresi, – che Wulff ha lasciato l’incarico per ciò che aveva fatto prima di diventare presidente e non per aver commesso un qualcosa durante il suo mandato. La sua vera colpa è che in passato era stato troppo vicino agli uomini d’affari”. 
Ma da capo dello Stato Wulff ha tentato di bloccare la pubblicazione di alcuni articoli compromettenti. “Certo. Con la sua uscita di scena Wulff ha voluto difendere l’istituzione della Presidenza federale. La giustizia sta aprendo un’inchiesta penale”. Le sue dimissioni sono state un colpo alla cancelliera Merkel? “Da un certo punto di vista sì. E’ stata lei a proporlo alla carica di presidente. Ma la decisione di Wulff di farsi da parte le riconsegna spazio di manovra”. Prima Horst Koehler poi Christian Wulff, ambedue andatisene anticipatamente. Se possiamo dirlo, senza che qualcuno si offenda, la Merkel non è proprio fortunata con i candidati che sponsorizza. “Sì, ma attenzione. Il presidente federale in Germania è poco più che una figura simbolica. Ha una funzione di mera rappresentanza. Ad esempio, adesso durante la crisi dell’euro è stato il governo, nella persona della cancelliera, ad avere il potere di decisione. Non la Presidenza federale”.
Ecco analizziamo le dimissioni di Wulff da una prospettiva europea. Dal punto di vista dell’immagine la Germania non ne esce un granché bene. Ricordiamo che mai nella storia un suo presidente si era dimesso per lo scoppio di uno scandalo. “Non vedo alcun indebolimento del mio Paese a livello continentale. Ripeto il presidente da noi ricopre una carica simbolica. Se viene a Bruxelles va a trovare il re del Belgio e non va a trattare alla Commissione europea. L’estate scorsa Wulff aveva criticato in un discorso la Banca europea, quando questa aveva iniziato a comprare le obbligazioni dei Paesi in difficoltà tra i quali l’Italia. Malgrado le critiche in Patria non v’è stata quasi traccia delle sue parole all’estero. Se quelle stesse cose le avesse dette il suo predecessore l’economista Koehler, che era stato capo del Fondo monetario internazionale, la sua influenza sarebbe stata mediaticamente maggiore, ma nulla più. In questi mesi le decisioni europee vengono prese a livello di capi di governo. Persino i ministri hanno visto ridimensionato il loro ruolo”.
In conclusione, esiste in Germania una concezione di moralità nella politica diversa che in Italia o nel resto d’Europa. E se sì, perché? “Gli scandali ci sono anche da noi, soprattutto a livello regionale. La differenza viene fatta dall’opinione pubblica che mette fine alla carriera dei politici chiacchierati”.
Siamo geneticamente vincitori!” Con queste parole Vladimir Putin ha arringato i fans allo stadio Luzhniki in una manifestazione a suo sostegno nel giorno della festa dei Difensori della Patria. Il primo ministro, candidato favorito alle presidenziali del 4 marzo prossimo, sta indossando sempre più i panni di “leader nazionale”. 
I suoi toni, gli striscioni dei presenti e le centinaia di bandiere tricolori non danno adito ad altre interpretazioni. Citando alcuni versi del poeta Lermontov, Vladimir Putin ha sottolineato che “la battaglia per la Russia continua e noi vinceremo!”
Non è mancato nemmeno un chiaro monito agli stranieri, invitandoli a non interferire. Il premier ha chiesto ai russi di farsi parte attiva nel voto, di non girarsi dall’altra parte, guardando verso l’estero, e di “non tradire la Patria”.
Come il 4 febbraio scorso anche questa volta gli organizzatori dell’evento dovranno pagare una multa, invero simbolica. Al Luzhniki, che ha una capienza di circa 78mila persone, sarebbero stati presenti in ben 130 mila, stando a rilevazioni della polizia. Il permesso era stato concesso soltanto per un’adunata da 100mila sostenitori.
Alle parole di Vladimir Putin dura è stata la reazione delle composite opposizioni, che non hanno un proprio candidato in lizza per le presidenziali, ma che per domenica hanno indetto un nuovo corteo di protesta per “elezioni pulite”. Internet è piena di messaggi stizziti. Non piace che il premier stia cercando di appropriarsi dei simboli nazionali e della sua memoria. Un famoso blogger commenta così: “I nostri nonni hanno sconfitto i nazisti nel 1945? Per questo voto per Putin! … Che schifo!”
Il “generale gelo” non ha fermato l’opposizione russa come fece con Napoleone e le truppe dell’Asse. Le forze vicine al premier Vladimir Putin speravano nelle pessime condizioni meteorologiche, ma è andata loro male. Se, sabato 4 febbraio, così tanta gente è scesa in strada a protestare contro il Cremlino a venti grado sottozero vuol dire che la misura è davvero colma anche per un popolo, quello russo, da secoli abituato a sopportare di tutto.

"No agli arancioni!" Parco della Vittoria

"Non abbiamo paura dei tank"
Il fenomeno incredibile da descrivere è che la caduta di Vladimir Putin dall’Olimpo degli déi è stata verticale. Come verticale è il suo potere, costruito dopo il Duemila. La stessa cosa successe per altri suoi illustri predecessori. Lo zar Nicola II festeggiava in pompa magna i trecento anni di potere dei Romanov nel 1913, salvo poi essere fucilato con la sua famiglia dai bolscevichi quattro anni dopo.
Il cortocircuito tra Putin ed il Paese è avvenuto il 24 settembre scorso, quando il “tandem” ha comunicato la decisione di scambiarsi le cariche. Ossia il presidente uscente Dmitrij Medvedev sarebbe diventato primo ministro, mentre l’attuale premier sarebbe tornato al Cremlino per il suo terzo mandato. “L’avevamo già deciso da tempo”, si sono pure fatti scappare i due amici di vecchia data.
La sfrontatezza dei modi e la sensazione che il voto popolare non conti nulla sono state la scintilla che ha innescato la protesta. Internet e i social network hanno iniziato un incessante lavoro ai fianchi del Cremlino, che, per la prima volta da anni, ha perso una battaglia mediatica. Il partito del potere Russia Unita è stato etichettato come la formazione “dei malfattori e dei ladri” in un Paese tra i più corrotti al mondo.
Dopo i palesi brogli alle legislative del 4 dicembre l’onda lunga di Internet non si è fermata ed ora rischia di travolgere lo stesso Putin, che, per anni, ha giocato il ruolo dello “zar buono” circondato da aristocratici (leggasi oggi funzionari pubblici) cattivi. Per la prima volta il premier, che – è bene dirlo – ha enormi meriti per il boom economico di inizio secolo, mostra segni di debolezza.
Le manifestazioni di sabato ricordano infatti quelle della primavera ’91. Allora Michail Gorbaciov, che tentava di riformare l’Urss, riusciva a portare in piazza qualche decina di migliaia di persone, principalmente militari o gente legata alle forze di sicurezza. Dall’altra parte della barricata Boris Eltsin radunava folle oceaniche in nome di una Russia democratica senza il peso dell’impero. Sappiamo tutti come è andata a finire.
Al parco della Vittoria, sabato, vi erano non più di 20mila comparse, precettate in gran parte dal posto di lavoro, che, dopo 20 minuti di forzata presenza in un pre-organizzato set cinematografico, sono fuggite via. La classica massa amorfa descritta da Blok. Dall’altra era schierata la società civile, colorata e gioviale.
Farò multare i miei che hanno portato troppa gente in piazza, ha promesso Putin, riferendosi a fantomatici 130mila sostenitori. Foto artatamente contraffatte hanno fatto il giro della Russia. Invero non è importante quanta gente realmente vi fosse al parco della Vittoria, bensì cosa far credere al Paese.
La fortuna di Vladimir Putin è che oggi l’opposizione raduna una galassia di partiti e movimenti diversi e non ha un leader unico. Le prossime presidenziali gli sono state semplificate con i soliti metodi dalla Commissione elettorale e non presentano candidati che lo possono impensierire. Non vincere al primo turno sarebbe per lui un colpo grave.

Il presidente uscente Medvedev
Sono iniziate le presidenziali russe. Sono 5 i candidati registrati. Tre – ossia il comunista Zjuganov, il nazionalista Zhirinovskij ed il populista Mironov – hanno seguito la trafila parlamentare come leader di partito. Uno, il premier Putin, è stato presentato da Russia Unita, la formazione del Cremlino. L’unico, proveniente dalla società civile, è il miliardario Michail Prokhorov. Tutte le altre candidature sono state bocciate.
Il netto favorito delle presidenziali del 4 marzo è Vladimir Putin nonostante il sensibile calo di popolarità (dal 55 al 38%) degli ultimi mesi provocato dalla decisione del 24 settembre scorso di procedere alla staffetta con l’attuale capo del Cremlino, Dmitrij Medvedev. Il grande dubbio è se l’ex agente del Kgb riesca a vincere già al primo turno o sia costretto 15 giorni dopo ad andare al ballottaggio.
Sulla carta gli altri quattro concorrenti non dovrebbero creargli problemi. Il nodo centrale è che le opposizioni, rimaste fuori dal Parlamento, stanno guidando un vasto moto di protesta popolare che ha il suo cuore pulsante in Internet.
Sabato 4 febbraio è prevista la terza manifestazione nazionale contro i brogli alle parlamentari del 4 dicembre. La richiesta centrale è la volontà di avere nuove “elezioni libere e pulite”.
La lotta politica non è, purtroppo, priva di colpi bassi. All’organizzazione per la difesa dei diritti umani Golos è stato comunicato che dovrà liberare i suoi uffici di Mosca entro il primo febbraio nonostante abbia un regolare contratto d’affitto fino ad agosto. Questa Ong ha denunciato brogli su larga scala alle ultime legislative.
Vladimir Putin tenta di tranquillizzare l’opinione pubblica. “Non vi sarà alcuna dittatura”, ha affermato, mentre il suo portavoce Peshkov ha detto che il “premier non teme nessuno”. Ma in un sondaggio della radio Eco di Mosca, ascoltata principalmente dagli intellettuali, Prokhorov a sorpresa batte tutti gli altri candidati.

F. Catel.The grot.Amalfi.1818-1824
Giornali, televisioni e radio hanno dedicato ampio spazio alla mostra, dal titolo O dolce Napoli attraverso gli occhi dei pittori italiani e russi del XVIII – inizio del XIX secolo, alla galleria Tretjakov, una delle più importanti del mondo.
Un centinaio di opere di pittura e grafica, provenienti da musei e collezioni dei due Paesi, sono state radunate per l’occasione ed offrono uno spaccato interessantissimo ed unico della Campania. Il visitatore ha l’opportunità di immergersi nell’atmosfera di luoghi che hanno stregato artisti e scrittori russi fin dal Settecento.
La storia dei rapporti tra il regno delle due Sicilie e la Russia è infatti ricca di pagine importanti e di contatti secolari. Dopo Roma, Venezia e Firenze Napoli era la méta più popolare. Tutti i diplomati dell’Accademia delle Belle Arti di San Pietroburgo aspiravano a recarsi all’ombra del Vesuvio dopo aver vissuto nella Città Eterna.
La ragione è semplice: Napoli e la Campania in generale rappresentavano l’esotico, l’originalità, l’inusuale. “A Napoli – racconta Ljudmila Markina, curatrice della mostra, – vi era una nostra missione diplomatica. Un funzionario era addetto al controllo del comportamento dei connazionali, che giungevano in città in estate, anche per riposarsi un po’”.
In diversi periodi hanno soggiornato scrittori e poeti come Nikolaj Gogol, Fjodor Tjuchev, Vasilij Zhukovskij; gli storici Michail Pogodin e Stepan Sevyriov. Il grande artista Aleksandr Ivanov abitava nei dintorni del capoluogo partenopeo insieme a suo fratello, l’architetto Serghej Ivanov. Maksim Gorkij preferì invece l’isola di Capri, dove mantenne la sua residenza dal 1906 al 1912, ospitandovi anche Vladimir Lenin.
Tanti sono i pittori che hanno lasciato un ricordo indelebile. Schedrin, Ivanov, i due Brjullov, Tropinin e Orlov riportarono su tela quanto osservato con calore ed intensità. Silvester Schedrin (1791–1830), sepolto a Sorrento, è considerato il maggiore “napoletano” russo. Splendide sono le sue “Napoli. Sul lungofiume (Riviera di Chiaia)” (1819) e “Vista di Napoli” (1826), quest’ultima opera per la prima volta visibile al pubblico dopo il restauro.
Un posto speciale nella mostra è occupata dai ritratti dei viaggiatori russi sullo sfondo del Vesuvio tra i quali quelli dei fratelli Brjullov, Vasilij Tropinin e Pimen Orlov.
Tra i lavori degli italiani del tempo colpiscono la fantasia del visitatore quelli della scuola di Posillipo. In particolare ci riferiamo alla “Vista di Napoli” (1845) di Giacinto Gigante, conservato di solito al museo Pushkin di Mosca.
“I russi – osserva il direttore dell’Istituto di cultura tricolore Adriano dell’Asta – hanno capito cosa è l’amore per la bellezza. I napoletani hanno una passione incontenibile per il bello, per il mare come vita che nessun uomo mai può comprendere appieno”.
Gli organizzatori della mostra hanno aggiunto anche quadri con rappresentazioni della popolazione locale. “Pifferari” di Franz Catel, “Contadino con un ragazzo che suona la fistola di pissaro” di Filippo Palazzi raccontano la vita dei popolani. Lo stesso tema è ripreso anche dai russi, tra i quali David Shterenberg.
Una sezione particolare è dedicata agli schizzi, realizzati da pittori dilettanti. Questi disegni, cartoline dell’epoca, avevano l’obiettivo di riprodurre i luoghi più popolari di Napoli: Posillipo, Capodimonte, il Vesuvio, le isole, la costa.
Da tempo la Campania è attivissima nella promozione turistico – culturale regionale in Russia. La ciliegina sulla torta di questo incredibile Natale è la mostra dei presepi napoletani nella cattedrale moscovita di Cristo il Salvatore, il principale tempio dell’ortodossia mondiale.
Con la mostra in corso del Caravaggio al museo Pushkin si chiude l’anno dell’Italia in Russia davvero con i fuochi d’artificio.
Giuseppe D’Amato
We are a group of long experienced European journalists and intellectuals interested in international politics and culture. We would like to exchange our opinion on new Europe and Russia.