
Il presidente uscente Medvedev
Sono iniziate le presidenziali russe. Sono 5 i candidati registrati. Tre – ossia il comunista Zjuganov, il nazionalista Zhirinovskij ed il populista Mironov – hanno seguito la trafila parlamentare come leader di partito. Uno, il premier Putin, è stato presentato da Russia Unita, la formazione del Cremlino. L’unico, proveniente dalla società civile, è il miliardario Michail Prokhorov. Tutte le altre candidature sono state bocciate.
Il netto favorito delle presidenziali del 4 marzo è Vladimir Putin nonostante il sensibile calo di popolarità (dal 55 al 38%) degli ultimi mesi provocato dalla decisione del 24 settembre scorso di procedere alla staffetta con l’attuale capo del Cremlino, Dmitrij Medvedev. Il grande dubbio è se l’ex agente del Kgb riesca a vincere già al primo turno o sia costretto 15 giorni dopo ad andare al ballottaggio.
Sulla carta gli altri quattro concorrenti non dovrebbero creargli problemi. Il nodo centrale è che le opposizioni, rimaste fuori dal Parlamento, stanno guidando un vasto moto di protesta popolare che ha il suo cuore pulsante in Internet.
Sabato 4 febbraio è prevista la terza manifestazione nazionale contro i brogli alle parlamentari del 4 dicembre. La richiesta centrale è la volontà di avere nuove “elezioni libere e pulite”.
La lotta politica non è, purtroppo, priva di colpi bassi. All’organizzazione per la difesa dei diritti umani Golos è stato comunicato che dovrà liberare i suoi uffici di Mosca entro il primo febbraio nonostante abbia un regolare contratto d’affitto fino ad agosto. Questa Ong ha denunciato brogli su larga scala alle ultime legislative.
Vladimir Putin tenta di tranquillizzare l’opinione pubblica. “Non vi sarà alcuna dittatura”, ha affermato, mentre il suo portavoce Peshkov ha detto che il “premier non teme nessuno”. Ma in un sondaggio della radio Eco di Mosca, ascoltata principalmente dagli intellettuali, Prokhorov a sorpresa batte tutti gli altri candidati.

F. Catel.The grot.Amalfi.1818-1824
Giornali, televisioni e radio hanno dedicato ampio spazio alla mostra, dal titolo O dolce Napoli attraverso gli occhi dei pittori italiani e russi del XVIII – inizio del XIX secolo, alla galleria Tretjakov, una delle più importanti del mondo.
Un centinaio di opere di pittura e grafica, provenienti da musei e collezioni dei due Paesi, sono state radunate per l’occasione ed offrono uno spaccato interessantissimo ed unico della Campania. Il visitatore ha l’opportunità di immergersi nell’atmosfera di luoghi che hanno stregato artisti e scrittori russi fin dal Settecento.
La storia dei rapporti tra il regno delle due Sicilie e la Russia è infatti ricca di pagine importanti e di contatti secolari. Dopo Roma, Venezia e Firenze Napoli era la méta più popolare. Tutti i diplomati dell’Accademia delle Belle Arti di San Pietroburgo aspiravano a recarsi all’ombra del Vesuvio dopo aver vissuto nella Città Eterna.
La ragione è semplice: Napoli e la Campania in generale rappresentavano l’esotico, l’originalità, l’inusuale. “A Napoli – racconta Ljudmila Markina, curatrice della mostra, – vi era una nostra missione diplomatica. Un funzionario era addetto al controllo del comportamento dei connazionali, che giungevano in città in estate, anche per riposarsi un po’”.
In diversi periodi hanno soggiornato scrittori e poeti come Nikolaj Gogol, Fjodor Tjuchev, Vasilij Zhukovskij; gli storici Michail Pogodin e Stepan Sevyriov. Il grande artista Aleksandr Ivanov abitava nei dintorni del capoluogo partenopeo insieme a suo fratello, l’architetto Serghej Ivanov. Maksim Gorkij preferì invece l’isola di Capri, dove mantenne la sua residenza dal 1906 al 1912, ospitandovi anche Vladimir Lenin.
Tanti sono i pittori che hanno lasciato un ricordo indelebile. Schedrin, Ivanov, i due Brjullov, Tropinin e Orlov riportarono su tela quanto osservato con calore ed intensità. Silvester Schedrin (1791–1830), sepolto a Sorrento, è considerato il maggiore “napoletano” russo. Splendide sono le sue “Napoli. Sul lungofiume (Riviera di Chiaia)” (1819) e “Vista di Napoli” (1826), quest’ultima opera per la prima volta visibile al pubblico dopo il restauro.
Un posto speciale nella mostra è occupata dai ritratti dei viaggiatori russi sullo sfondo del Vesuvio tra i quali quelli dei fratelli Brjullov, Vasilij Tropinin e Pimen Orlov.
Tra i lavori degli italiani del tempo colpiscono la fantasia del visitatore quelli della scuola di Posillipo. In particolare ci riferiamo alla “Vista di Napoli” (1845) di Giacinto Gigante, conservato di solito al museo Pushkin di Mosca.
“I russi – osserva il direttore dell’Istituto di cultura tricolore Adriano dell’Asta – hanno capito cosa è l’amore per la bellezza. I napoletani hanno una passione incontenibile per il bello, per il mare come vita che nessun uomo mai può comprendere appieno”.
Gli organizzatori della mostra hanno aggiunto anche quadri con rappresentazioni della popolazione locale. “Pifferari” di Franz Catel, “Contadino con un ragazzo che suona la fistola di pissaro” di Filippo Palazzi raccontano la vita dei popolani. Lo stesso tema è ripreso anche dai russi, tra i quali David Shterenberg.
Una sezione particolare è dedicata agli schizzi, realizzati da pittori dilettanti. Questi disegni, cartoline dell’epoca, avevano l’obiettivo di riprodurre i luoghi più popolari di Napoli: Posillipo, Capodimonte, il Vesuvio, le isole, la costa.
Da tempo la Campania è attivissima nella promozione turistico – culturale regionale in Russia. La ciliegina sulla torta di questo incredibile Natale è la mostra dei presepi napoletani nella cattedrale moscovita di Cristo il Salvatore, il principale tempio dell’ortodossia mondiale.
Con la mostra in corso del Caravaggio al museo Pushkin si chiude l’anno dell’Italia in Russia davvero con i fuochi d’artificio.
Giuseppe D’Amato
Due sono le cose: o gli europei che vivono nell’area dell’euro sono su un “Titanic” e non se ne accorgono oppure chi è al di fuori della zona della moneta unica è in preda ad un isterismo strisciante. Gli unici aspetti certi sono che il lontanissimo rischio che la situazione finanziaria continentale possa degenerare ha preso forma e i Diciassette dell’euro hanno la necessità di dover assumere con rapidità decisioni strategiche di portata epocale.
Per meglio comprendere cosa stia accadendo, tralasciando analisi di carattere economico e monetario, è opportuno soffermarsi su due momenti fondamentali: quello politico e quello culturale.
Il primo punto da evidenziare è che la costruzione europea, sorta dopo la fine della Guerra Fredda, è entrata immancabilmente in crisi in questi tesissimi mesi. Adesso i Diciassette hanno il difficile compito di edificare, in tutta fretta, l’Europa del Ventunesimo secolo, quella che – tutti noi ci auguriamo – competerà in futuro nel mondo globalizzato con altri giganti regionali.
E’ bene subito segnalare che non bisogna inventare nulla. Si sa bene quali passi compiere e quali soluzioni scegliere. Il problema è un altro: far approvare questo complesso piano di riorganizzazione da tutti i membri e metterlo in pratica in men che non si dica. In buona sostanza, se si vorrà far sopravvivere l’euro gli Stati nazionali saranno costretti a cedere – a vantaggio delle istituzioni comunitarie – ulteriori quote di sovranità, dopo quella monetaria alla Banca centrale europea nel 2002.
Il processo di unione politica, che ha segnato un passo falso con la bocciatura della Costituzione continentale (poi rimediato parzialmente con la successiva “mini -Costituzione”), è destinato a ripartire con veemenza e giocare ora un ruolo centrale. Il dubbio è se i singoli Stati dell’area euro sono pronti a questo sacrificio. Le resistenze saranno assai forti, ma l’Europa sta pericolosamente avvicinandosi ad un precipizio.
Se salta il banco tutti indistintamente ci rimetteranno e non poco. Secondo il presidente della Commissione Barroso ogni singolo Paese perderebbe il 50% del suo Pil. Come riferiscono alcuni specialisti il marco di apprezzerebbe del 40% il giorno stesso della sua riapparizione e la lira segnerebbe un meno 60%. In questo modo gran parte dell’export tedesco perderebbe competitività con spaventose ripercussioni interne. La Germania si ritroverebbe una “Cina” supertecnologica (leggasi Italia) in mezzo al Vecchio Continente, come avvenne tra il 1994 ed il 1995, quando una bottiglia di vino italiano costava nei supermercati tedeschi meno di mezzo litro di birra bavarese.
L’Europa si appresta ad affrontare contemporaneamente anche una rivoluzione culturale. Come si ricorderà la nascita dell’euro ha rappresentato il compromesso perfetto tra la Germania, che rinunciava al marco, ed il resto dei membri Ue, che temevano per la riunione tedesca. Ci volle un decennio per far quadrare il cerchio e partire con la moneta unica, che è stato soprattutto un evento politico. Dal 2002 la Bce, con sede giustamente a Francoforte, ha seguito fedelmente linee guida simili a quelle che avevano ispirato l’azione della Banca centrale tedesca per tutto il dopoguerra. Ossia lotta all’inflazione e moneta forte. Gli incubi iperinflattivi dei tempi della repubblica di Weimar rimangono ben presenti nei tedeschi di oggi. Ma ora quel tipo di scelta assai rigido non sembra più rispondere alle esigenze dei tempi.
Se si vogliono “fare gli europei” i tedeschi dovranno per necessità diventare più flessibili, mentre gli italiani più quadrati (maggiormente rispettosi delle leggi) e i francesi meno arroganti. Altrimenti il rischio è che ognuno vada per conto suo e subisca in futuro la globalizzazione dei colossi asiatici ed americani.
Giuseppe D’Amato
La Russia non è la Bielorussia, ma c’è poco da consolarsi per il pericolo scampato. Queste legislative, precedute dalla “più sporca” campagna elettorale dal crollo dell’Urss, sono state un notevole passo indietro sulla strada del raggiungimento della piena democrazia. Il partito del Cremlino, in crisi di popolarità per la situazione economica e per gli scandali, doveva fare il massimo di preferenze possibili con l’obiettivo di lanciare la volata per la presidenza a Vladimir Putin in marzo e così è, più o meno, stato.
Ma la forma in alcune situazioni è più importante della sostanza. E questo è proprio il caso. I russi, contrari alle posizioni del potere, si sono trovati a dover scegliere tra invitati ad un banchetto altrui, senza alternative vere e costretti a disertare le urne. Insomma non si è avuta ai seggi nemmeno la possibilità di esprimere un voto di dissenso o di protesta. E’ venuta persino meno la figura del garante che di solito veniva svolta dal capo dello Stato. Dmitrij Medvedev era il capolista di “Russia Unita” e nel tradizionale messaggio alla nazione pre-elettorale è arrivato persino ad invitare i russi a recarsi alle urne “per scegliere chi ha esperienza a superare le crisi”, per una “Duma non divisa” come in passato, ossia come nei complessi, ma democratici, anni Novanta.
Adesso la rielezione di Vladimir Putin come presidente si complica tremendamente. Nelle prossime settimane non è escluso che avvenga un cambiamento di linea con Medvedev, che rischia di essere indicato come il capro espiatorio per questo inatteso passo falso di “Russia Unita”.
Ma certo, se alle legislative ci sono stati questi chiari di luna figuriamoci cosa potrebbe succedere in primavera se all’improvviso dovesse comparire sulla scena politica un candidato alternativo a Putin e non il solito pensionato di turno.
Il problema è che dal 2008 in Russia non viene registrato alcun partito e vengono costantemente accampate le scuse più diverse per non farlo. Le stesse difficoltà incontrerebbe nelle prossime settimane chi avesse l’ardire di voler sfidare il candidato del potere, ossia Putin.
Questo, però, non è più il mondo in cui i russi ascoltano solo la voce del Cremlino e si lamentano “in cucina” come ai tempi sovietici. Mentre i canali televisivi federali presentano per ore i successi del governo la gente posta su Internet la realtà quotidiana ed il proprio sdegno. I blog ed i social network hanno mostrato il vero volto di una campagna elettorale fatta di ricatti e pressioni di ogni tipo da parte della macchina amministrativa.
Sicuramente anche nelle passate elezioni i condizionamenti ci sono stati, ma adesso i russi sono armati dell’ultima tecnologia e denunciano i soprusi nella realtà virtuale.
Proprio lo scollamento tra televisione, guardata dalle generazioni anziane o nelle province, ed Internet, dominio dei giovani, è l’elemento che più colpisce gli osservatori stranieri. Grazie agli smartphones sono venute a galla situazioni semplicemente incredibili per un Paese che ambisce ad essere annoverato tra i più sviluppati del pianeta. Il risultato è che la Russia, già su posizioni divergenti da quelle occidentali, rischia ora l’isolamento internazionale.
Ed infine. Putin è realmente popolare tra la sua gente, ma la sua stella sembra appannarsi. Il suo ostinarsi a voler rimanere nel presente e non accettare il passare del tempo, entrando nella storia, potrebbe arrecare alla Russia danni incalcolabili.
Giuseppe D’Amato
Chiusura tra le polemiche per l’apatica campagna elettorale. Domenica la Russia andrà alle urne per rinnovare la Duma, la Camera bassa del suo Parlamento. “Andate a votare” è stato l’invito contenuto nel messaggio televisivo ufficiale del presidente Dmitrij Medvedev ai suoi connazionali. “Tutti e 7 i partiti – ha sottolineato Medvedev – sono stati creati per una libera concorrenza”. Fin qui poco da eccepire. Ma votate “con responsabilità”, ha rimarcato il capo del Cremlino, che è anche capolista del partito del potere Russia Unita e “per chi ha esperienza a superare le crisi”. Al Paese serve una Duma che possa aiutare la Russia a crescere e non una divisa come quelle passate, chiaro il riferimento al primo decennio post sovietico.
Immediatamente sono scoppiate le polemiche. Già nei giorni scorsi i comunisti avevano presentato alla Commissione elettorale un documento contro Medvedev, che ha attivamente partecipato insieme a Putin alla campagna elettorale di Russia Unita. Il capo dello Stato dovrebbe essere il garante della regolarità della tornata elettorale ed invece è parte in causa.
Mentre i canali televisivi federali mandano in onda servizi sui successi degli ultimi anni con case consegnate ai militari, guarda caso, in questi giorni e statistiche sul miglioramento della vita ovunque nelle province i blog ed i social forum – considerati dalla gente i nuovi samizdat dell’epoca post sovietica – danno l’immagine opposta di un Paese irritato per la situazione creatasi. Molti russi sentono che qualcun altro ha già scelto per loro ed il loro voto non conta nulla. Di qui il timore di un alto tasso di assenteismo alle urne.
In questi ultimi mesi dalla Russia si è registrata una enorme fuga di capitali: si teme forse il ritorno al potere di Putin e una prossima svalutazione del rublo. Contemporaneamente alcuni sociologi hanno segnalato un’impressionante ondata emigratori, soprattutto della classe media alta o di specialisti, paragonabile soltanto a quella successiva alla rivoluzione d’ottobre del 1917.
Comunque andranno le legislative, brogli o non brogli, i russi non scenderanno in piazza sfidando il potere e i manganelli della polizia. Numerosi analisti si attendono, in caso di aggravamento della situazione economica a livello internazionale, un qualche moto popolare nelle regioni industriali.
L’ex oligarca Khodorkovskij, per anni in prigione in Siberia, avverte i connazionali che l’eventuale nuova elezione di Putin alle presidenziali di marzo sarebbe un colpo seria al mondo degli affari ed alla cittadinanza che ormai stanca di lui.
Secondo i principali sondaggi della vigilia. Serve superare il 7% per avere una rappresentanza parlamentare.
| Russia Unita | 53% |
| Partito comunista | 20% |
| Partito liberaldemocratico LDPR | 13% |
| Russia giusta | 11% |
| Jabloko | 1% |
| Patrioti della Russia | 1% |
| Riformisti | 1% |
W wieku 69 lat w Genui zmarł Pietro Marchesani, wybitny włoski polonista, tłumacz polskiej poezji, prozy i dramaturgii oraz jej wielki popularyzator. Był kierownikiemv Katedry Języka i Literatury Polskiej na Uniwersytecie w Genui.
Jego ogromną zasługą jest przybliżenie włoskim czytelnikom twórczości Tadeusza Konwickiego, Czesława Miłosza, Zbigniewa Herberta, Witolda Gombrowicza, Sławomira Mrożka, Andrzeja Szczypiorskiego, Wisławy Szymborskiej, Stanisława Ignacego Witkiewicza. Napisał szkice na temat Zygmunta Krasińskiego, wątków twórczości Gabriele D’Annunzia w kulturze polskiej, literackich związków włosko słowiańskich w dobie renesansu, losów Jana Kochanowskiego we Włoszech, wizerunku Polski we Włoszech oraz Włoch w Polsce w XVI i XVII wieku.
Na przełomie lat 60. i 70. Marchesani pracował na Uniwersytecie Jagiellońskim.
Przez następne dekady uczestniczył we Włoszech w wielu prezentacjach, debatach i konferencjach poświęconych polskiej literaturze, między innymi twórczości Brunona Schulza, Sławomira Mrożka, Tadeusza Różewicza.
W 2001 z jego inicjatywy w jednym z włoskich wydawnictw powstała seria poświęcona kulturze polskiej. To dzięki jego staraniom opublikowano włoskie tłumaczenie “Umarłej klasy” Tadeusza
Kantora, wiersze Tadeusza Różewicza oraz zbiór poezji Wisławy Szymborskiej.
Za propagowanie polskiej literatury Pietro Marchesani otrzymał odznakę Zasłużony dla Kultury Polskiej, Nagrodę ZAIKS, a także dyplom ministra spraw zagranicznych RP.
Dyrektor Instytutu Polskiego w Rzymie Jarosław Mikołajewski powiedział Polskiej Agencji Prasowej:
“Zmarł przyjaciel polskiej kultury, polskich pisarzy, który pracował dla nich z braterskim poświęceniem i miłością”.
“Dla najbardziej prestiżowego włoskiego wydawnictwa, Adelphi, tłumaczył Zbigniewa Herberta, Czesława Miłosza, Wisławę Szymborską. W przypadku noblistki pozostawił dzieło pełne: włoskojęzyczne wydania jej wszystkich wierszy” – dodał Mikołajewski.
“Pietro Marchesani był wśród najbardziej wyczekiwanych gości poświęconej Miłoszowi konferencji, która odbędzie się w dniach 1-3 grudnia w Rzymie. Ponieśliśmy stratę ogromną” – podkreślił szef Instytutu Polskiego.
źródło: PAP: z Rzymu Sylwia Wysocka
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Si è spento improvvisamente a Genova Pietro Marchesani, grande studioso e traduttore di letteratura polacca. Nato nel 1942 a Verona, si era formato all’Università Cattolica di Milano. I suoi studi sono proseguiti in Russia ed in Polonia, dove ha lavorato per l’ Università Jagellonica, l’ateneo che nel 2000 gli ha conferito la laurea honoris causa.
Il professor Marchesani, ordinario presso l’Ateneo genovese, ha tradotto opere non soltanto della Szymborska, ma anche di Milosz, Herbert, Schulz e altri autori. Suoi articoli e recensioni sono apparsi su varie riviste di letteratura italiane e polacche. Marchesani in particolare ha scritto per “Aevum”, “Alfabeta”, “Tuttolibri”, “Vita e pensiero” e “Sabato”.
Prima della sua scomparsa stava preparando per Adelphi un volume di prose della Szymborska, mentre uscirà il 27 dicembre 2011, con il titolo “Elogio dei sogni”, una sua scelta di liriche della stessa autrice per la nuova collana di poesie del Corriere della Sera.
Intervista per RAIlibri.
La Russia ha intenzione di dislocare propri missili e sistemi informativi sofisticati nell’enclave di Kaliningrad sul Baltico, in Bielorussia e nella regione meridionale di Krasnodar se il negoziato con gli Stati Uniti per il cosiddetto “Scudo spaziale” europeo non desse risultati positivi. 
Mosca non è così sicura che gli occidentali vogliano costruire questo mantello per difendersi da eventuali lanci iraniani. Il vero obiettivo segreto, si teme al Cremlino, potrebbe essere proprio l’ex superpotenza comunista.
L’annuncio di Medvedev giunge in un periodo davvero complicato. Da mesi russi ed americani stanno trattando dietro alle quinte sulla creazione di un sistema di difesa antimissilistico comune europeo. Le reciproche diffidenze non permettono, però, ancora il passo decisivo che porti ad un accordo, la cui data ultima sarebbe fissata prima del vertice Nato di Chicago del maggio 2012. In caso di fallimento vi è il rischio di una prossima nuova “Guerra Fredda”.
A cui, tuttavia, sono in pochi a credere. Uno dei principali meriti della presidenza Medvedev in politica estera è stato proprio lo scongelamento dei rapporti con Washington dopo il gelo tra Bush e Putin. Il capo del Cremlino uscente sta ora semplicemente battendo i pugni sul tavolo per difendere le richieste russe davanti ai troppi “no” americani.
Secondo gli specialisti militari gli occidentali non hanno alcuna intenzione di abbandonare i loro progetti sullo Scudo europeo. E se Mosca desse seguito alle sue minacce commetterebbe un errore strategico imperdonabile isolandosi e buttandosi tra le braccia della Cina.
La dichiarazione di Medvedev va letta anche in chiave di politica interna. Il 4 dicembre si vota in Russia per le legislative e, stando ai sondaggi, le cose non vanno secondo i piani del Cremlino. La sua formazione, Russia Unita, dovrebbe vincere le elezioni, ma non in maniera così convincente come Putin e Medvedev sperano. I fischi al premier, allo stadio moscovita Olimpiskij, sono stati un campanello d’allarme, suonato anche in altre città. La crisi economica, importata dall’Occidente, si inizia a sentire e le misure fin qui adottate paiono essere non convincenti.
Giuseppe D’Amato
Fischi, ululati, urla di disappunto. Domenica sera all’arena Olimpiskij i solitamente freddi ed apatici russi hanno perso la loro proverbiale pazienza. Lo spettacolo, a cui avevano appena assistito, non era certo per signorine. Per ore degli energumeni si erano massacrati di botte nella “lotta senza regole”, uno speciale tipo di arti marziali in cui vale proprio tutto.
Dopo tre sconfitte consecutive il campione locale Fiodor Emeljanenko era finalmente riuscito a sconfiggere l’americano Jeff Monson. I 22mila dell’Olimpiskij festeggiavano contenti. Tra loro anche il premier Vladimir Putin, che, ad un certo punto, ha avuto la brillante idea di salire subito sul ring per stringere la mano al campione ritrovato. Non l’avesse mai fatto.
Mentre due allenatori portavano via a fatica il bisonte americano, pieno di sangue ed ancora tramortito per le botte prese, il primo ministro ha iniziato al microfono a tessere le lodi di Emeljanenko. Dopo alcune timide urla dalle tribune è subito partita una fortissima e prolungata bordata di fischi che hanno coperto le parole di Putin. Facilmente immaginabile l’imbarazzo dei giornalisti che commentavano la riunione sportiva in diretta televisiva.
Blog e giornali hanno prontamente messo in rete il video con il vero sonoro. I notiziari dei canali federali hanno, invece, censurato l’incidente.
Siamo in campagna elettorale e il partito del potere “Russia Unita” tenta di cavalcare, con modi davvero poco rispettosi e sfacciati, qualsiasi evento. La cosa disturba e non poco. Per di più, prima della riunione all’Olimpiskij tutta la zona intorno allo stadio era stata isolata dalla polizia per permettere al premier ed ai notabili di Stato di arrivare in sicurezza, creando enormi problemi all’afflusso degli spettatori.
Migliaia sono stati i commenti postati sul web. E’ difficilissimo trovarne alcuni a difesa del primo ministro, che viene generalmente apostrofato in maniera pesante ed irriverente.
Mai Putin, in 12 anni di potere, era stato contestato pubblicamente. “E’ la fine di un’epoca”, sostengono numerosi osservatori che sottolineano come la situazione economica in Russia stia diventando difficile e la gente inizia a mal sopportare la protervia di Russia Unita soprattutto nelle province.
Domenica 4 dicembre si vota per le legislative, ma la sensazione generale è che la partita sia chiusa da un pezzo. Ai partiti liberali e riformisti anti-Cremlino non è stata nemmeno permessa la partecipazione al voto per varie ragioni giuridiche. Le altre compagini appaiono senza mordente e fanno il gioco di Russia Unita, che ha come capolista il presidente uscente Medvedev. Uno degli appelli, che più ripete su Internet, è “votate per tutti, ma non per il partito del potere”.
Video del capitano del Traktor di Celjabinsk Antipov che, sempre domenica alla fine di una partita di hockey, legge un messaggio elettorale a sostegno di Russia Unita. Fischi anche per lui.
“Sta per iniziare un periodo pieno di anniversari e ricorrenze”, così il professor Alim Morozov prima della partenza per l’Italia. Anche il Museo del Medio Don di Rossosch partecipa a Trento all’esibizione sulla Campagna di Russia.
“Il 2012 – continua lo specialista russo – segna il 70esimo anniversario degli eventi bellici nella regione di Voronezh, il gennaio 2013 della battaglia di Nikolajewka e nel settembre 2013 cade il ventennale della costruzione dell’Asilo a Rossosch da parte dei volontari dell’Associazione Nazionale Alpini. Bisogna prepararsi al meglio”. I primi incontri organizzativi si sono svolti nei mesi scorsi. Tra i più attivi sono gli iscritti della sezione ANA di Brescia. Intanto, però, godiamo la bella mostra di Trento.
Dal volantino
Diversamente dalle letture tradizionali – dove la campagna di Russia condotta dall’Ottava armata italiana è ridotta alla ritirata alpina del gennaio 1943 – la mostra Ritorno sul Don vuole riprendere la storia di quella sventurata e tragica spedizione nel contesto della “guerra di sterminio” condotta dalle truppe germaniche in URSS.
I video, le fotografie, le mappe collocati nella Galleria nera scandiscono la cronologia di una guerra totale: dall’Operazione Barbarossa scatenata da Hitler con l’obiettivo di annientare l’URSS, all’assedio di Leningrado e Mosca, fino all’offensiva del giugno 1942 che porta le truppe tedesche nel bacino del Don e poi sul Volga, all’assedio di Stalingrado.
Dentro questo grande affresco i visitatori troveranno, come un filo rosso, la guerra degli italiani, dalla partenza del primo contingente, il 10 luglio del 1941, al dolente rientro dei superstiti nella primavera del 1943 dopo la disfatta dell’Ottava armata.
La Galleria bianca si apre con una sezione dedicata alla macchina della propaganda bellica del regime fascista che subito inquieta per la sua violenza e per l’aggressivo antisemitismo.
Dalla propaganda si passa al lascito memorialistico, fiorito copiosissimo nei decenni che seguirono la fine del conflitto. Le sofferte memorie dei reduci spesso testimoniano una travagliata maturazione umana e politica.
L’ultimo tratto della Galleria bianca porta i visitatori nella Russia di oggi: a Mosca, a Voronezh, a Rossosh’, divenuti dopo il 1989 i luoghi del confronto tra opposte memorie, i luoghi della ricerca e di una rilettura di quella che per i russi rimane la “grande guerra patriottica”.
Una realizzazione della Fondazione Museo storico del Trentino in collaborazione con il Museo centrale della grande guerra patria di Mosca e l’Università statale agraria di Voronezh (V.G.A.U.)
Partner
Museo Nazionale Storico degli alpini, Trento
Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto
Mostra a cura di: Quinto Antonelli, Lorenzo Gardumi, Giorgio Scotoni
Comitato scientifico: Giuseppe Ferrandi, Sergey Ivanovich Filonenko, Nicola Labanca, Alim Iakovlevich Morozov
Con la collaborazione di:
Archivio statale regionale di Voronezh (G.A.V.O)
Complesso museale federale di Vladimir-Suzdal’
Museo etnografico storico di Rossosh
Studio d’arte figurativa Grekhov, Mosca
La Russia è fortemente preoccupata per la situazione nel Golfo Persico. La sua diplomazia si muove per evitare l’irreparabile. Il rischio di una nuova guerra è alto. Un attacco israeliano all’Iran “sarebbe un errore molto grave dalle conseguenze imprevedibili”, ha sottolineato Serghej Lavrov. Serve, ha spiegato il ministro degli Esteri russo, una decisa iniziativa per tornare al tavolo dei negoziati ed uscire dall’attuale vicolo cieco. Il monito di Mosca giunge, quando pare che un’azione militare dei cacciabombardieri con la stella di Davide contro una decina di installazioni atomiche iraniane sia ormai questione di ore.
Almeno è questo che si è desunto dalle parole chiarissime del presidente israeliano Shimon Peres, che parla di “attacco probabile”. L’’Aiea, l’agenzia internazionale per il controllo dell’energia atomica, ha appena pubblicato un rapporto sull’Iran. Alcuni suoi stralci erano stati, però, già resi noti da un quotidiano statunitense nei giorni scorsi.
Teheran si sarebbe presa gioco della comunità internazionale e le sanzioni della Nazioni Unite non sarebbero servite a nulla. Le prove definitive sul carattere militare del programma atomico degli ayatollah sarebbero la creazione al computer di testate nucleari e le fotografie scattate dai satelliti di un enorme container di acciaio usato per test ad alta capacità esplosiva. In Russia si discute del ruolo chiave svolto dall’esperto “sovietico” Vjaceslav Danilenko, che avrebbe anche insegnato agli iraniani a sviluppare detonatori ad alta precisione. Con lui hanno collaborato al programma militare specialisti pakistani e nord coreani.
Un giornale russo ha tentato di identificare questo Vjaceslav Danilenko. Ve ne sono due – con identico nome e cognome, ma diverso patronimico – che lavorano in questo campo: uno ucraino, l’altro russo. L’ucraino ha negato di avere mai avuto rapporti con l’Iran. Il secondo, invece, avrebbe avuto contatti con Teheran negli anni Cinquanta. L’opinione diffusa a Mosca è che la fuga di notizie dagli Usa sia stata non casuale e che l’Iran non ha ancora sviluppato capacità militari.
Qualche mese fa la Russia, dopo anni di ritardi, ha consegnato la centrale atomica ad usi civili di Bushehr, la prima in funzione in Iran. Gli americani avevano espresso la loro contrarietà, ma Mosca ha fornito ampie rassicurazioni al riguardo.
Stando ad alcuni analisti militari gli Stati Uniti, ancora infuriati per il recente fallito complotto iraniano organizzato per uccidere l’ambasciatore saudita a Washington, potrebbero appoggiare l’azione israeliana dalle portaerei dislocate nel golfo Persico.
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