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 “Non tutti hanno fiducia nei leader politici della protesta”. Così il politologo Vadim Karasiov, direttore dell’Istituto di strategia globale di Kiev.

 “Mi riferisco ai vari Klitschko e Jatseniuk, – continua il noto politologo ucraino -. Il loro seguito è limitato. I giovani, quelli con sentimenti più radicali, non credono in loro. Gli obiettivi di questi ultimi sono la distruzione del partito delle Regioni e le dimissioni di Janukovich”. UkrVadimKarasiov

 Come si può fermare il bagno di sangue? “E’ necessario capire che bisogna lasciare da parte il linguaggio degli ultimatum, i giochi tattici e gli imbrogli. Serve al più presto un compromesso per salvare il Paese. La gente non crede più a questa classe politica”.

 Ma chi controlla i radicali? “La situazione è sfuggita di mano alla politica”.

 Cosa vogliono i giovani del Maidan o perlomeno alcuni suoi settori, visto l’eterogeneità delle cosiddette opposizioni? “I giovani pretendono cose impossibili, cose fuori dalla realtà, come il movimento di protesta in Francia del maggio 1968. Qui sul nostro Maidan vi è una sintesi di tutte quelle correnti da Tahrir de Il Cairo ad i vari ‘occupy’. Si sono unite forme di protesta di carattere arabo, europeo con la tradizione ucraina dell’amore per la libertà. Sia per Janukovich che per le opposizioni è difficile controllare questa gente”.

 Chi sostiene Janukovich? “La Russia, il clan di Donetsk, numerosi oligarchi, circa il 20% degli elettori ucraini. I dati dei sondaggi sono chiari: il 50% della popolazione sostiene il Maidan (e sono quasi tutti ad Ovest); il 50% no (e sono ad Est). A Kiev non c’è un tiranno come in Tunisia od un Ceausescu come in Romania. L’Ovest del Paese sostiene il Maidan, perché non crede all’Est”.

 Ma perché Janukovich non ha fatto sgomberare piazza Indipendenza? “Avrebbe rischiato uno spaventoso spargimento di sangue con migliaia di morti. Il presidente non vuole entrare nella storia come un tiranno sanguinario. Il Maidan poi non è piazza Tienanmen. Siamo sotto agli occhi dell’Europa!”.

 Quali errori ha compiuto l’Europa? “Non ha capito la situazione in cui si trovava l’Ucraina alla vigilia della firma del patto di Associazione all’Ue. Per un Paese di 46 milioni di persone e con un’economia così complessa si doveva pensare subito ad un’adesione per difenderla da Mosca. Sostenendo le opposizioni, l’Ue ha trasformato una questione interna in uno scontro geopolitico. E poi manca un centro unico diplomatico. Quale è la linea comune? Si sentono dei cori in cui ognuno canta per proprio conto”.

 Come andrà a finire la crisi? “La crisi sarà ancora lunga. In ballo vi è la stessa sopravvivenza dello Stato ucraino. Alla fine potrebbero emergere due Stati, uno ad est e l’altro all’ovest. Speriamo che non si ripeta in tal caso lo scenario jugoslavo, ma sia un divorzio alla cecoslovacca”.

“Let’s first say that the economic crisis is not a euro crisis. There are also economic difficulties in countries that do not have the euro – while at the same time, there are eurozone countries that don’t have any difficulties. In our accession treaty there is a part that says that we will introduce the euro as soon as possible. So it really is an obligation based on that treaty.
In the case of Lithuania, we already de facto have the euro because we have a currency board system that pegs the litas to the euro at a fixed, strong rate. And in reality, our monetary policy very much depends on the European Central Bank. We do not have monetary instruments of our own. We have only the obligations and restrictions and not the benefits that we would have if we had the euro. There are enough reasons to join the eurozone as soon as we can.”

 InterviewDeutsche Welle – March 2013.

 Israeliani e palestinesi hanno i soliti scontri ciclici. In Siria assistiamo ad una guerra tra arabi. Il Cremlino difende nella regione i suoi tradizionali alleati. Questo è il quadro tracciato da Adzhar Kurtov, uno dei massimi esperti russi di Medio oriente.
“A Gaza – sostiene lo specialista dell’Istituto di ricerche strategiche di Mosca – si è osservato una lotta tra impari: una parte (gli israeliani) armata di tutto punto, l’altra (i palestinesi) no. Adesso tutto tornerà come prima, fino ad una prossima campagna”.
Certo, molte delle armi di Hamas sono state distrutte. Ma quale è il vero ruolo della Russia nello scacchiere mediorientale? “La Russia ha una posizione chiara sulla crisi siriana. Primo: blocco delle interferenze esterne con aiuti ai gruppi armati. Siamo di fronte ad una vera aggressione, non nascondiamocelo. Secondo: ricerca di una soluzione negoziale. Se il recente cambio di Costituzione non va bene serve definire una nuova Legge Fondamentale. Che si tengano le elezioni! Ormai vi sono gruppi di Paese, mi riferisco a quelli del Golfo in particolar modo, che riconoscono un altro governo siriano”.
Mosca mantiene ancora una qualche influenza nell’area? “La Russia non è più l’Urss. Ha meno influenza come hanno dimostrato le recenti ‘primavere’ arabe. Il Cremlino rimane però fermo sulle proprie posizioni. Prima fra tutte: difendere i propri alleati. Poi mettere il diritto internazionale davanti a qualsiasi crisi. E’ vero l’export russo di armi è importante. Ma i nostri primi compratori sono gli indiani e i cinesi”.
Non è che i Paesi del Golfo abbiano colmato quel vuoto di influenza nel Medio oriente lasciato vacante dall’Urss? “Stiamo assistendo ad uno scontro all’interno del mondo arabo. I Paesi più conservatori, mi riferisco al Qatar ed all’Arabia Saudita (entrambi sunniti), cercano di regolare i propri conti con gli sciiti. Le operazioni in Siria mirano a colpire il maggiore alleato dell’Iran (sciita). Come tutte le guerre religiose anche questa è cruenta”.
L’Occidente sembra rimasto in disparte a guardare. “Gli Stati Uniti sono interessati all’indebolimento del regime degli ayatollah ed alla sua sostituzione a Teheran con uno pro-occidentale. Il rischio di perdere il controllo della situazione è alto. L’Afghanistan dei talebani insegna qualcosa, no? A Washington, però, si è convinti di creare ad altri i problemi, non a sé stessi”.
In conclusione, tornando alla questione di Gaza come finirà? “Non credo che nel breve periodo vedremo due Stati, uno israeliano ed uno palestinese. Non v’è alcuna volontà di riconciliazione. Al massimo si potranno congelare i dissidi”.

 “Le dimissioni sono state un atto di responsabilità”. Questo il commento del noto politologo Christian Forstner a conclusione dallo scandalo che ha coinvolto la Presidenza federale tedesca.
“Chiariamo subito – dice il direttore della sede di Bruxelles della fondazione Hanns Seidel, vicina ai potentissimi cristiano-sociali bavaresi, – che Wulff ha lasciato l’incarico per ciò che aveva fatto prima di diventare presidente e non per aver commesso un qualcosa durante il suo mandato. La sua vera colpa è che in passato era stato troppo vicino agli uomini d’affari”.
Ma da capo dello Stato Wulff ha tentato di bloccare la pubblicazione di alcuni articoli compromettenti. “Certo. Con la sua uscita di scena Wulff ha voluto difendere l’istituzione della Presidenza federale. La giustizia sta aprendo un’inchiesta penale”. Le sue dimissioni sono state un colpo alla cancelliera Merkel? “Da un certo punto di vista sì. E’ stata lei a proporlo alla carica di presidente. Ma la decisione di Wulff di farsi da parte le riconsegna spazio di manovra”.  Prima Horst Koehler poi Christian Wulff, ambedue andatisene anticipatamente. Se possiamo dirlo, senza che qualcuno si offenda, la Merkel non è proprio fortunata con i candidati che sponsorizza. “Sì, ma attenzione. Il presidente federale in Germania è poco più che una figura simbolica. Ha una funzione di mera rappresentanza. Ad esempio, adesso durante la crisi dell’euro è stato il governo, nella persona della cancelliera, ad avere il potere di decisione. Non la Presidenza federale”.
Ecco analizziamo le dimissioni di Wulff da una prospettiva europea. Dal punto di vista dell’immagine la Germania non ne esce un granché bene. Ricordiamo che mai nella storia un suo presidente si era dimesso per lo scoppio di uno scandalo. “Non vedo alcun indebolimento del mio Paese a livello continentale. Ripeto il presidente da noi ricopre una carica simbolica. Se viene a Bruxelles va a trovare il re del Belgio e non va a trattare alla Commissione europea. L’estate scorsa Wulff aveva criticato in un discorso la Banca europea, quando questa aveva iniziato a comprare le obbligazioni dei Paesi in difficoltà tra i quali l’Italia. Malgrado le critiche in Patria non v’è stata quasi traccia delle sue parole all’estero. Se quelle stesse cose le avesse dette il suo predecessore l’economista Koehler, che era stato capo del Fondo monetario internazionale, la sua influenza sarebbe stata mediaticamente maggiore, ma nulla più. In questi mesi le decisioni europee vengono prese a livello di capi di governo. Persino i ministri hanno visto ridimensionato il loro ruolo”.
In conclusione, esiste in Germania una concezione di moralità nella politica diversa che in Italia o nel resto d’Europa. E se sì, perché? “Gli scandali ci sono anche da noi, soprattutto a livello regionale. La differenza viene fatta dall’opinione pubblica che mette fine alla carriera dei politici chiacchierati”.

 Former Soviet leader Mikhail Gorbachev urged Russia to adopt a new approach to terrorism – and for the Middle East to embrace democracy. He also criticized Prime Minister Vladimir Putin and  President Dmitry Medvedev for saying they will decide between them who should run for president in the March 2012 presidential vote. 
 “Most likely he (Putin) will not run for the presidency. Two terms is enough – well, he has had his two terms. What will they do in the future? Maybe he and (President) Medvedev will swap places again,” said former Soviet leader who is 80 next month.
 He called for an investigation into statement by an assistant to the judge who convicted oil tycoon Mikhail Khodorkovsky who said the judge did not write the verdict and read it against his will in the Moscow courtroom. The main pro-Kremlin United Russia party is a “bad copy” of the Communist Party of the Soviet Union.

SKYNEWS – February 21st, 2011.

 “Questo è un bel regalo ai nazionalisti russi”. Aider Muzhdabaiev, vice direttore del quotidiano Moskovskij Komsomolets, il giornale più letto a Mosca, non ha dubbi: l’attentato all’aeroporto Domodiedovo serve soltanto alle forze più radicali.
  “I terroristi – esordisce al telefono questo tataro di Crimea, che vive da anni nella capitale russa, – hanno scelto benissimo il luogo dell’attentato. L’azione è stata pianificata in tutti i particolari. L’uscita del terminal arrivi internazionali sopra al parcheggio scoperto non è controllata. Vi sono tutti i macchinari, ma nessuno li usa. Sono passato di lì milioni di volte e non c’era mai neanche un poliziotto. Gli attentatori avrebbero potuto portare decine di chilogrammi di esplosivo e non solo sette.” 
 Allora il presidente Dmitrij Medvedev ha ragione a prendersela con i servizi di sicurezza presenti all’aeroporto? Il Cremlino ha annunciato di voler licenziare un sacco di gente: si stanno soltanto definendo le responsabilità. Si prevede un terremoto nelle alte sfere e non solo. “Lo ripeto: l’attrezzatura laggiù all’aeroporto c’è, ma nessuno la usa. Attenzione. Il messaggio di questi delinquenti è chiaro: ‘stranieri state alla larga dalla Russia. Questo non è un posto sicuro per voi’. E’ stato colpito il terminal arrivi internazionali, lo ripeto”.
  E Mosca, tra l’altro, ha vinto l’organizzazione delle Olimpiadi di Sochi nel 2014 e del campionato del mondo di calcio del 2018. Chi ci potrebbe essere dietro questa azione terrorista? La stampa federale pubblica una lunga lista di possibili ideatori. “E’ difficile dirlo senza tutti i necessari riscontri del caso. Se è stato realmente utilizzato un kamikaze, come finora riportato dalla polizia, il pensiero va subito agli estremisti del Caucaso. Su Internet quell’uomo, sempre che sia lui, ha fatto testamento in un video in cui urla ‘vi ammazzo tutti!’”
  Politicamente chi potrebbe avvantaggiarsi in Russia? Non dimentichiamoci che a dicembre sono previste le legislative e presto il tandem Medvedev – Putin dovrà scegliere il candidato del partito del potere per le presidenziali di marzo 2012. “Il russo medio è abituato a pensare automaticamente da anni che solo Vladimir Putin sia in grado di fronteggiare il terrorismo. E’ una questione d’istinto. Medvedev no, decisamente, no”.
  Mi permetta un’ultima domanda. E chi altro potrebbe sfruttare questo momento? “Se posso fare una previsione nelle settimane passate sono stati cruenti gli scontri xenofobi in piazza a Mosca tra i nazionalisti e i caucasici con morti e feriti. I primi chiederanno che il potere prenda misure maggiormente dure contro le minoranze. Gli attentatori non potevano fare di meglio”.

 

  “Mosca – dice Andrej Rjabov, una delle “menti” del prestigioso Centro studi “Carnegie”, – ha non pochi problemi a rapportarsi con Bruxelles direttamente, poiché l’Unione europea ha una burocrazia particolare. Utilizza un approccio che non va bene con l’attuale Amministrazione russa. Ossia Bruxelles pretende prima l’ottenimento di precisi obiettivi da parte chi vuole avere con lei relazioni di un certo tipo, quindi discute dei passi successivi. Con il duo Putin-Medvedev servono passi concreti, reciproci e contemporanei”.

 Ecco quindi perché è stata preferita la scelta di avere soprattutto rapporti diretti con gli Stati nazionali. “Ci sono partner strategici come Germania, Francia, Italia tra i maggiori Paesi europei. Sono stati definiti dei progetti che vengono portati avanti. Partendo da loro si è costruita la politica estera russa. Con Berlusconi si sono creati ottime relazioni personali, che hanno sfruttato le condizioni internazionali esistenti. Lo stesso sta avvenendo con il francese Sarkozy, anche se qualche tempo fa le cose non andava per il meglio”.

 Ma perché Putin ha trovato un “amico” fidato ed un alleato proprio nel premier italiano? “I due hanno uno stile assai simile: sono populisti e pragmatici. Gli affari di Stato vengono prima di tutto. La politica viene intesa come grande business e viene piegata alle esigenze delle economie”.

 Quale è il segreto del successo dell’imprenditoria italiana in Russia? “C’è una lunga tradizione che fonda le sue radici nell’epoca comunista. Questo bagaglio culturale e di contatti è rimasto. Per di più il clima generale permette il moltiplicarsi di affari a lunga prospettiva”.

 Le pare possibile che la monopolista Gazprom paghi delle “royalities” in giro? “Come hanno scritto a più riprese gli specialisti del settore esistono schemi poco chiari e poco trasparenti. Prendiamo ad esempio il rapporto tempestoso tra Russia ed Ucraina in campo energetico. In passato schiere di strani personaggi hanno fatto il bello ed il cattivo tempo. Poi, per riportare un po’ d’ordine, Mosca ha chiesto che venisse sciolta la Rosukroenergo, la società di intermediazione. Si è così scoperto che la Naftogaz ucraina aveva i soldi per pagare le forniture. Prima sembrava che non fosse così. In futuro, forse, se il Terzo pacchetto europeo per l’energia entrerà in vigore si cancelleranno alcuni buchi neri”.

 Lei lavora qui a Mosca per uno dei più influenti centri studi del mondo con sede principale a Washington. Ci spiega perché traspare dai messaggi pubblicati da WikiLeaks una sorta di gelosia americana nei confronti delle ottime relazioni russo-italiane? “Le posso rispondere per quanto riguarda la Russia. Il governo americano è stato messo al corrente dai propri funzionari di quanto succede qui. Questo serve per capire l’affidabilità di chi si ha di fronte nel momento di iniziare una trattativa. Ossia questi accordi a più corto raggio si possono stringere, mentre gli altri di diverso genere no. Ad esempio, sul gas si può fare, mentre sulle intese per la sicurezza a lungo termine possono nascere degli imprevisti. In sostanza tutta questa corrispondenza serve per non deludere speranze inattese”.

GreenpeaceChuprov Il pericolo è locale, non per le aree più lontane. Vladimir Cjurov, direttore del programma energetico di Greenpeace Russia, non condivide il cosiddetto “nuovo rischio Cernobyl”, tanto agitato dai giornalisti occidentali. La sensazione è che qualcuno ci stia speculando sopra.

 “Attenzione – spiega lo studioso, non troppo tenero col potere federale, – vi sono degli incendi nei boschi dove non vi sono, però, materiali radioattivi, bensì residui tossici della tragedia di Cernobyl del 1986. Essi possono essere pericolosi per i pompieri e la gente del luogo e provocare dei problemi, ma non morte o invalidità. Purtroppo l’effetto localmente ci sarà”.

 Come giudica la situazione a Mosca e nel resto del Paese? “Quella generale sta migliorando, ma non bisogna pensare di aver vinto questa battaglia. Abbiamo le foto della Nasa. Non cadiamo in ottimismi fuori luogo”.

 Chi ha la responsabilità di quello che sta accadendo? “Sono stati commessi degli errori imperdonabili. E’ stato praticamente sciolto il corpo delle guardie forestali, che sarebbe stato utilissimo per scoprire gli incendi in fase iniziale e non quando già occupavano aree enormi. Nel 2000, con l’insediamento del presidente Putin, passò la prima riforma del settore. 50.000 guardie circa vennero mandate via. Nel 2007 questa linea fu confermata con l’approvazione del codice boschivo”.

 Ma come è possibile che la Russia proponga all’estero di comprare i suoi Canadair e poi non ha sufficienti mezzi in Patria? “Questo è un paradosso che riflette la situazione politica interna. Non esiste l’interesse nazionale, ma quello di ben determinate persone o gruppi. Se questi signori vogliono fare soldi per vendere aerei, perché no? A giugno la Protezione civile era impegnata in Grecia, ma non c’era un solo mezzo per spegnere i roghi nella regione di Ivanovo”.

 Quali altri rischi atomici esistono oggi in Russia? “Bisogna stare attenti alle centrali nucleari. Primo: esse non devono restare senza erogazione di energia elettrica per gli incendi. Secondo: l’acqua utilizzata negli impianti ha una temperatura pericolosa già vicina ai 30 gradi. Terzo: per il caldo un trasformatore è bruciato alla centrale di Novovoronezh il 4 agosto scorso ed il sistema è stato immediatamente fermato”.

 In conclusione, quanto tempo serve per tornare alla normalità? “Per l’ecosistema ci vorranno 10 anni, per la gente esposta un paio di anni. Nel 1998 lo smog ed il fumo a Khabarovsk nell’Estremo oriente russo provocarono un innalzamento del tasso dei problemi respiratori del 30%”.

Kisriev1 “Si deve mettere fine alla logica occhio per occhio. Se i terroristi vengono sempre uccisi nelle operazioni speciali e non li si portano mai in tribunale queste sono purtroppo le terribili conseguenze”. A parlare è il professor Enver Kisriev, docente di studi caucasici presso un istituto dell’Accademia delle Scienze di Mosca.

 Il mese scorso, il 29 marzo, gli attentati suicidi alla metropolitana della capitale con decine di morti e feriti, rivendicati dagli islamici-radicali. I fiancheggiatori delle due giovani kamikaze cecene, una 17enne e l’altra 28enne, sono stati identificati dalla polizia.

 Signor Professore, chi può commettere azioni così disperate?  “Siamo di fronte a ceceni o a ingusci o a daghestani. Le cosiddette vedove nere sono donne che hanno perso i loro mariti o figli o padri. E contemporaneamente hanno perduto la voglia di vivere. In passato altri attentati di questo genere ci sono già stati. Quella è gente piena di rabbia ed odio”.

 Ma dietro alle bombe della metropolitana vi è una qualche strategia, qualcuno che dice ai kamikaze dove colpire e quando, insomma un cervello?  “Certo. Ci sono gruppi speciali organizzati di terroristi. Volevo, però, evidenziare che in Caucaso c’è molta gente che ha perso la speranza e vive nell’odio verso i poteri locali. Quando non si controlla più una simile situazione accadono queste cose”.

 Lei mi vuole dire, se non capisco male, che non vanno dimenticate le ragioni sociali dell’arretratezza e della realtà esplosiva del Caucaso?  “Non so se si possa differenziare la situazione sociale dalla guerra in corso in Caucaso. Secondo me una delle cose che non vanno proprio è il linguaggio utilizzato costantemente dal potere centrale, anche in queste ore. Viene sbandierato pubblicamente ai quattro angoli della Russia che i terroristi verranno eliminati. E’ sempre lo stesso disco. Non si cerca mai di comprendere il perché di questa situazione, non si tenta nemmeno di aprire un dialogo. Con questo linguaggio così duro si fomentano la rabbia e l’odio. E le organizzazioni terroristiche utilizzano a loro favore questa situazione”.

 In autunno l’attentato dinamitardo al treno superlusso Nevsky Express, in primavera il metrò di Mosca. E’ una nuova ondata di terrore? Se sì, come la si può fermare?  “Fermarla non è possibile. La prima cosa per migliorare le cose è iniziare a parlare un nuovo linguaggio e cambiare disco. Serve capire il perché di questi fenomeni, altrimenti non si va da nessuna parte. L’uccidere solo i terroristi provoca come risposta questo tipo di azioni”.

PLAndrzej_Sarjusz-SkapskiPOLSKI – ITALIANO.

10 kwietnia 2010 mój Tatuś, Andrzej Sariusz-Skąpski, prezes Zarządu  Federacji Rodzin Katyńskich, miał nad grobami w Katyniu, nad grobem  swego Ojca, powiedzieć te słowa.

Chciałabym, aby przyjęli je ode mnie wszyscy, którzy zechcą zmówić  modlitwę za wieczny spokój mojego Taty.

 Izabella Sariusz-Skąpska

 Honor poległym!
Katyń 1940 (ostatni list): Lech Makowiecki

ITALIANO

“Papà ha raggiunto il nonno nello stesso luogo, dopo una vita di lotte per avere giustizia e conoscere la verità”. Andrzej Sariusz-Skąpski era il presidente della Federazione delle Famiglie delle vittime del massacro di Katyń. E’ morto insieme al leader polacco Lech Kaczyński nella sciagura aerea di sabato 10 aprile. “Mercoledì 7  – ricorda tra le lacrime la figlia Izabella, segretaria della stessa organizzazione, – papà ed io eravamo al cimitero memoriale di Katyń all’incontro tra i due premier Tusk e Putin. In serata siamo rientrati a Varsavia. Poi il presidente Kaczyński l’ha invitato a tornare nuovamente con la sua delegazione ufficiale”.

 La foresta di Katyń è proprio un posto maledetto per voi polacchi. “Mia sorella, sabato, era arrivata prima al memoriale a Katyń con altri mezzi e stava aspettando papà quando è giunta la terribile notizia della sciagura. Nessuno poteva crederci”.

 Quanti anni aveva sua padre? “72 compiuti. Era nato nel 1937. Aveva una croce che si è portato dietro per tutta la sua vita: non si ricordava suo padre, che fu fatto prigioniero nel 1939, quando lui aveva 2 anni. Ecco perché aveva costantemente lottato per la verità su Katyń. Lui, a differenza del nonno, però, riposerà per sempre in pace a casa sua, a Cracovia”.

 Potrà questo ulteriore dramma aiutare la riappacificazione tra russi e polacchi in futuro?

 “Il 3 aprile alla cerimonia con i due premier era evidente che stava iniziando una nuova storia tra i nostri popoli. Il discorso di Putin è stato chiaro e noi tutti siamo tornati a casa pieni di speranza. Mio padre non stava nella pelle. Finalmente cambiavano i rapporti bilaterali. Questa sciagura aerea può davvero aiutare a superare gli ultimi ostacoli. Inizia una nuova storia. La conferma l’ho avuta nuovamente quando ho visto sabato notte il viso di Putin a Smolensk davanti alla carlinga dell’aereo”.

 Il primo canale russo, “Ort”, ha rivoluzionato i palinsesti ed ha mostrato domenica 11, addirittura in prima serata, il film di Andrzej Wajda “Katyń”, osteggiato per anni in Russia. Per la prima volta i sovietici, impegnati nella Seconda guerra mondiale, non sono né vittime né eroi, ma agiscono come criminali.

 “Mercoledì 7 eravamo in compagnia di Wajda e di sua moglie. Per lui, come ospite speciale, quella era la prima visita al memoriale. Mio padre aveva con sé alcune foto scattate in loro compagnia. Ho parlato poco fa con sua moglie: Andrzej è ora sotto shock. Con loro mio papà, mia sorella ed io avevamo cenato giovedì sera. E’ l’ultimo ricordo che ho di lui. Papà era felice. Dopo anni si aprivano nuovi orizzonti, nuove possibilità. La verità completa su Katyń era finalmente a portata di mano”.

Mi dica un suo ultimo pensiero.  “Per la nostra famiglia la tragedia di Katyń è stata un’ingiustizia. Mio padre ha perso suo papà a 2 anni. Adesso la sua amata nipotina, sempre di 2 anni, non lo vedrà più e quando lei sarà grande non se lo ricorderà come successe a lui con suo padre!”

Giuseppe D’Amato

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