Archive for September, 2010


Hiroshima. “Ho 82 anni, la mia memoria diventa sempre più debole, ma quel giorno non lo dimenticherò mai”. Così ci accoglie Koji Hosokawa in un stanza del Museo della Pace. Lui si è salvato perché si trovava ad 1,3 chilometri dall’epicentro. E’ stato solo ferito dalle schegge. “Quel giorno – continua l’uomo – ha segnato tutta la mia vita. Ho perso mia sorella minore, uccisa dalla bomba. Quello è stato l’evento più triste della mia vita. Per tutti i 65 anni successivi non mi sono mai sentito al massimo moralmente”.  Per la prima volta un rappresentante ufficiale statunitense è stato presente alla cerimonia. Lei ritiene che sia venuto il momento che gli Usa si scusino per Hiroshima?

 “Parte di me pensa che l’America dovrebbe decidersi a compiere questo passo, ma non voglio che Washington si senta costretta a farlo. Chiedo solo rispetto e preghiera per le vittime di questa tragedia. Vorrei anche che ci si decida ad abolire una volta per tutte le armi atomiche”.

 Che sentimenti aveva nell’animo quel terribile giorno?

“Mi sentivo completamente perso. Non capivo cosa stava succedendo. Un caos totale”.

 Sono rimasto sorpreso che, come riporta un manifesto in visione al Museo della pace, il giorno dopo il bombardamento atomico la fornitura dell’energia elettrica riprese e 3 giorni dopo il servizio dei tram nei quartieri periferici della città era in funzione. E’ incredibile l’efficienza giapponese.

“A quel tempo il popolo aveva una eccezionale energia dentro. Ma attenzione. Qui dove c’è oggi il parco vi era un tempo un quartiere pieno di vita con oltre 4mila abitanti. In un secondo è tutto svanito. Se lei si mette qui a scavare trova ancora le ossa dei nostri morti. Qui sotto c’è l’Hiroshima del ’45, una specie di Pompei del 20esimo secolo. La Promotion hall (oggi conosciuta come Cupola o Dome) era un vanto per la città, per la sua bellezza, disegnato da un architetto ceco Jan Letzel. Là dentro sono morti tutti bruciati, erano a poche centinaia di metri dall’epicentro”.

Che tipo di messaggio per le prossime generazioni?

“Le armi atomiche sono il male e non le avremmo dovute mai creare. Molta gente non sa cosa sia successo veramente qui ad Hiroshima sulle persone. Attenzione questa tragedia potrebbe accadere anche a voi ed alle vostre famiglie”.

Giuseppe D’Amato  Fine Parte 2/3. – serie “L’eredità della Seconda guerra mondiale”. 65 anni dopo.

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Tokyo. Non sono poche le questioni, rimaste irrisolte dalla fine della Seconda guerra mondiale, che creano ancora oggi difficoltà nei rapporti tra gli Stati e che cercano ora soluzione. Le scuse degli Usa per i bombardamenti atomici del ’45 sulle città giapponesi e l’uso delle basi militari ad Okinawa sono tra queste nell’agenda nippo-americana come lo è il nodo delle isole Curili con la mancanza della firma di un trattato di pace tra Tokyo e Mosca.

Nel novembre 2009 il presidente Obama, in visita in Giappone, rispose con un secco “no comment” ad una domanda sulle scuse, promettendo, però, di visitare Hiroshima e Nagasaki prima della conclusione del suo mandato. Washington intende comprendere se il Paese del Sol levante può continuare ad essere il suo principale alleato in Asia. Dopo il crollo del partito democratico-liberale, al potere a Tokyo per oltre mezzo secolo, i nuovi governanti nipponici sembrano non più fedeli alla precedente linea politica. La ferita per la presenza delle basi americane sanguina talmente che, in giugno, il premier Hatoyama ha dovuto presentare le dimissioni dopo che era stato costretto ad ammettere che non avrebbe potuto mantenere alcune sue promesse elettorali su Okinawa.

Nel 1951, contemporaneamente al trattato di pace di San Francisco, Usa e Giappone firmarono un accordo di mutua cooperazione e sicurezza, poi perfezionato negli anni, che garantisce il cosiddetto “ombrello americano”. In pratica, alla difesa dell’arcipelago ci pensano i nuovi amici d’oltreoceano, che segretamente – con l’assenso del governo giapponese in violazione della Costituzione locale – hanno dislocato nelle proprie basi armi atomiche. Perlomeno questo è stato reso noto in un dossier pubblicato durante il premierato di Hatoyama.

47mila sono oggi i militari statunitensi, principalmente ad Okinawa, usata negli anni Cinquanta per la guerra in Corea, ed oggi maggiore centro del Pentagono in Asia. Da qui si controlla una larga fetta del continente e soprattutto la Cina. La convivenza tra giapponesi ed americani in queste isole subtropicali da favola non è mai stata facile, ma i soldati a stelle e strisce hanno portato sviluppo e soldi. Nel 2006, per venire incontro alle richieste della popolazione locale, i due governi si sono accordati per ristrutturare, riducendo una delle basi di Okinawa, quella di Futenma, e di trasferirla in parte alla baia di Henoko. Dopo questo momento è iniziata una lunga serie di incomprensioni con una clamorosa dimostrazione di protesta in maggio con migliaia di isolani, che, forse, ce l’avevano più con Tokyo che con Washington.

I sondaggi segnalano che l’opinione pubblica nipponica vorrebbe una ridiscussione degli accordi con gli statunitensi,  pretendendo dai propri rappresentanti meno dipendenza dalla Casa bianca. “Per gli americani – dice Motofumi Asai, presidente dell’Istituto per la pace di Hiroshima, – è naturale che Tokyo sia d’accordo con le proprie decisioni anche perché gli Esecutivi nipponici non hanno mai detto niente”.  “Il neopremier Kan – osserva, invece, Nurushige Michishita dell’Istituto di Scienze politiche – dovrà convincere i giapponesi, ma soprattutto quelli di Okinawa che le truppe Usa sono necessarie per la difesa del Paese, ma non sarà facile”. I lanci missilistici della Corea del Nord e la costruzione della Flotta cinese lo testimoniano

. Anche a queste latitudini la logica “sì, vabbene, ma non nel mio cortile” la fa da padrona. “Ma alle Ryukyu Shoto (tristemente famose per essere stato teatro di una delle battaglie più cruenti della guerra del Pacifico) –  sostiene Koichi Nakano della Università Sophia – altri insediamenti americani non sono benvenuti dalla popolazione locale”.

Okinawa è stata la “Waterloo” di Hatoyama, considerato il “Kennedy dell’Asia”. Dopo le elezioni di medio termine in Usa in novembre Obama dovrà risolvere questa grana non semplice. Nel frattempo, ha mandato in avanscoperta i propri uomini in segno di buona volontà, tra questi l’ambasciatore Roos alle cerimonie per la commemorazione del bombardamento atomico di Hiroshima. E’ stata la prima volta in 65 anni che il governo Usa ha presenziato ufficialmente. Già questo è un passo significativo.

Giuseppe D’Amato – Fine Parte 1/3. – serie “L’eredità della Seconda guerra mondiale”. A 65 anni dalla sua conclusione.

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“Извините, не получится. Не вы выбирали мэра, а москвичи. Теперь только они и могут снять” — так в декабре 1992 года Юрий Лужков отреагировал на угрозы депутатов Верховного Совета сместить его с должности столичного градоначальника”.

Статья – Михаил Ростовский – Московский Комсомолец № 25462 от 29 сентября 2010 г. Mikhail Rostovsky Moskovskij Komsomolets

See also:

Mosca. Luzhkov licenziato dal Cremlino. EuropaRussia, 28 settembre 2010.  Лужков, мэр-писатель под атакой. EuropaRussia, 21.09.2010.

Il Cremlino sperava in una sua uscita volontaria. 18 anni come sindaco di Mosca sono davvero tanti, servono nuovi politici. Ieri Luzhkov, appena rientrato da una breve vacanza in Austria per il suo 74esimo compleanno, aveva annunciato che non ci pensava proprio a dimettersi. L’unica strada rimasta al presidente Medvedev era quella del licenziamento. In due anni e mezzo il Cremlino ha sostituito ben 25 governatori. Luzhkov sarebbe dovuto rimanere in carica ancora un anno, ma la leadership federale ha ufficialmente “perso fiducia” in lui.

E’ dall’inizio della crisi finanziaria che l’astro del sindaco di Mosca si appanna. Cominciano le critiche contro di lui e la moglie, Elena Baturina, la donna più ricca di Russia.  L’ex deputato liberale Boris Nemtsov si accorge dell’incredibile conflitto di interessi e accusa il sindaco di aver favorito in questi anni la consorte con licenze e sgravi fiscali. Alla Duma è durissimo l’attacco del vice speaker Vladimir Zhirinovskij, che parla addirittura di “sistema mafioso moscovita”. Il Cremlino si allinea a questa linea con la crisi estiva del fumo e degli incendi. Luzhkov è in vacanza e rientra in ritardo, secondo i suoi detrattori. Ad inizio settembre le televisioni federali iniziano a mettere in onda programmi in cui si denuncia l’intreccio colossale di interessi, capitali, cantieri ed appalti della coppia. Il premier Putin è rimasto in disparte sulla querelle, ma sa di aver perso un fedele alleato. “Il presidente ha seguito la legge. I rapporti tra loro non andavano, andavano normalizzati in tempo”, ha spiegato gelidamente il primo ministro.

La campagna per le presidenziali è tremendamente vicina e l’ex primo cittadino di Mosca, forte di una potente macchina da guerra, potrebbe essere un inatteso candidato. La moglie ha, però, già messo le mani avanti. In una recente intervista ha dichiarato che ha la sensazione che qualcuno voglia far fare al marito la stessa fine di Michail Khodorkovskij, a lungo maggior oligarca dell’ex superpotenza e da anni in prigione in Siberia dopo aver sfidato apertamente il Cremlino. La Baturina è conscia che potrebbe adesso iniziare una lunga serie di procedimenti giudiziari.

“Non ho intenzione di vivere all’estero”, è stata una delle prime frasi di Luzhkov dopo aver appreso del suo licenziamento ed aver chiesto l’uscita dal partito del potere “Russia Unita“. C’è un precedente poco rassicurante per Medvedev. Negli anni Ottanta Boris Eltsin, primo segretario del partito comunista nella capitale, fu licenziato dagli apparati, ma venne successivamente eletto leader russo dal popolo.

Autoritario, populista, nazionalista l’ex sindaco di Mosca ha soldi, potere, popolarità e mass media allineati per mettere in crisi il tandem al potere in Russia. Nella capitale ha vinto ben tre elezioni consecutivamente con più del 70% dei voti. Ha concesso favori a uomini d’affari e funzionari, garantito stipendi ad insegnanti e lavoratori municipali, conquistato l’ambiente della cultura con fondi copiosi. A causa di questo sistema compiacente Mosca è stata letteralmente violentata in due decenni soprattutto dal punto di vista architettonico. Impressionante è il numero dei monumenti distrutti per lasciare spazio all’ennesimo centro commerciale di turno. Le strade sono perennemente intasate, poiché mal costruite ed amministrate, e la quotidianità presenta ostacoli continui al cittadino comune. La mazzetta al funzionario di turno, anche per le cose più semplici, è la norma.

Dove erano in questi anni i tanti moralisti che adesso plaudono per questo terremoto politico e per la fine della “piovra” moscovita? Oppure la capitale è stata annientata da un qualcosa di più grande di lei? Il grande merito di Luzhkov è comunque di aver garantito alla megalopoli stabilità ed in parte ordine anche durante i tempi bui dei primi anni Novanta; il grande demerito è che questo sistema di racket e tangenti creato, oggi denunciato dalla politica federale,  non ha dato la possibilità ai moscoviti di diventare piccoli imprenditori (aprendo bar, ristoranti o attività di servizi) a tutto vantaggio delle grandi catene di distribuzione e dei gruppi di acquisto, disposti a pagare di più.

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 Roman Catholic and Orthodox theologians reported promising progress  in talks on overcoming their Great Schism of 1054 and bringing the two largest denominations in Christianity back to full communion. “There are no clouds of mistrust between our two churches,” Orthodox Metropolitan John Zizioulas of Pergamon said at a news conference. “If we continue like that, God will find a way to overcome all the difficulties that remain.”

Archbishop Kurt Koch, the top Vatican official for Christian unity, said the joint dialogue must continue “intensively” so that “we see each other fully as sister churches.” The churches split in 1054 over the primacy of the Pope. Benedict XVI has close ties to the spiritual leader of the Orthodox, Ecumenical Patriarch Bartholomew in Istanbul, and hopes to meet Russian Patriarch Kirill, who has shown great interest in better ties.

Reuters – Vienna

Ashgabat continues its policy of diversifying export routes for its raw materials. “This station will make it possible to increase supplies of gas to the Turkmenistan-China pipeline”, Turkmenistan President Gurbanguly Berdymukhammedov said, speaking at the Bagtyayrlyk launch ceremony. “It can pump 60 million cubic meters of gas a day”, he added. China is set to become the largest buyer of gas from Turkmenistan over the coming years as a pipeline linking the two countries, through Uzbekistan and Kazakhstan, reaches full capacity. Deliveries began earlier this year and are expected to hit 40 billion cubic meters in 2015. The opening came as China and Russia signed a raft of energy deals, including on increasing natural gas exports to Beijing. Gazprom, Russia’s state-controlled gas producer, said it expects to be able to supply China with 30 billion cubic meters of gas annually starting in late 2015.

“In addition to supplying Russia, China and Iran, we are also taking concrete measures to accelerate progress in the construction of the Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan and India pipeline in concert with the member countries of this large-scale project,” Berdymukhammedov said. At the end of August Turkmenistan and Afghanistan signed an agreement on construction of the Trans-Afghanistan (TAPI) gas pipeline for the transfer of Turkmen gas to Pakistan and India which have expressed interest in buying up to 70 billion cubic metres annually, by the end of this year. The TAPI project, first put forward in 1995, was promoted by the country’s late leader, Saparmurat Niyazov, in the early 2000s. It secured strong support from Washington after a U.S.-led offensive ended the Taliban’s five-year rule over Afghanistan in 2001. Turkmenistan has previously estimated the cost of the project at $3.3 billion. Natural gas to fill the pipeline could be drawn from the massive South Yolotan deposit, currently under development, and the existing Dovletabad field.The planned pipeline would have initial capacity for 33 billion cubic metres a year and would run for nearly 2,000 km (1,250 miles), including 735 km across Afghanistan and another 800 km through Pakistan. Despite receiving financing from the Asian Development Bank (ADB) the project, whose route would take it through conflict torn-Helmand and Kandahar in Afghanistan and Quetta in Pakistan, has been held up by security problems.

Earlier, on May 21st, Berdymuhammedov unexpectedly signed a decree stating that companies from Turkmenistan will build an internal East-West gas pipeline allowing the transfer of gas from the biggest deposits in Turkmenistan (Dowlatabad and Yolotan) to the Caspian coast. The East-West pipeline is planned to be around 1000 km long and have a carrying capacity of 30 bn m³ annually, at a cost of between one and one and a half billion US dollars. Construction of the pipeline is to be financed by the Turkmengaz company; it will begin this June and last five years.

Some experts say that this decision is probably motivated by Ashgabat desire to maintain its influence on which direction its gas is exported from the Caspian coast; gas can flow from there to Europe (for example, along the projected trans-Caspian route), to Russia (along the planned Caspian route), or to Iran (along the already existing Korpeje-Kurt Kuy route). By not taking a final decision on which way to export its gas from this new pipeline, Ashgabat can extend and heat up the rivalry between Russia and the West for Turkmenistan’s gas.

Giuseppe D’Amato

See also EuropaRussia February 3rd, 2010.

The Prosecutor General’s Office has given Polish authorities 20 additional volumes of documents concerning the Soviet execution of Polish officers at Katyn in 1940, the RIA Novosti news agency reports. In May Moscow sent to Poland 67 volumes of the case. The Polish commission insisted, however, that those volumes did not contain any new information concerning the case.

“We are handing over additional 20 files from case #159, which partly fulfills the Polish request,” senior Russian Prosecutor Saak Karapetyan said. The files contain additional lists of Polish servicemen held captive by the Soviet secret police, interrogation and forensic reports, medical records, burial certificates and other data related to the massacre.

In the 1990s, Russia handed over to Poland copies of archive documents from the top-secret File No.1, which placed the blame solely on the Soviet Union. In September 1990, Russian prosecutors also launched a criminal case into the massacre, known as “Case No.159.” The investigation was closed in 2004.

Poland’s Institute of National Remembrance, which has been investigating the case since 2004, has proposed including Russia’s materials into its own investigation.

“Sevastopol belongs to Ukraine, but hardly anyone here is Ukrainian. Two rival fleets ride at anchor in its majestic harbour. Two rival flags fly from its public buildings… the city has gone from being a sort of Stalinist Sparta, austere and warlike, to a seaside Babylon of pizzerias and nightclubs…. Ukrainians force Russians to turn their back on their language and change their names”.

Article – Daily Mail (UK)

See also : Кому принадлежит Севастополь? EuropaRussia;  Ucraina-Russia. Sebastopoli alla Flotta del Mar Nero per altri 25 anni EuropaRussia.

 E’ passato alla storia col nomignolo di “mani tremanti”. Gennadij Janaev non riusciva proprio a trattenere l’emozione davanti alla stampa internazionale, mentre, il 19 agosto 1991, annunciava che Michail Gorbaciov era “ammalato” in Crimea ed il Comitato di salvezza nazionale (GKCP) assumeva il potere. Di lì a poche ore era in programma la firma del nuovo Patto dell’Unione e l’Urss avrebbe perso i pezzi. Alcune repubbliche sovietiche non ne volevano proprio sapere di rimanere sotto l’egida del Cremlino e l’accordo che Gorbaciov era riuscito a strappare ad alcuni leader nazionali era davvero il massimo che si poteva sperare.

 Il Muro di Berlino era crollato nel novembre ’89, il Comecon ed il Patto di Varsavia, ossia l’organizzazione economica e quella militare dei Paesi comunisti, si erano appena sciolte. Gli “ortodossi” del Pcus non intendevano arrendersi al tramonto del loro mondo. Ma la Guerra fredda era irrimediabilmente persa e l’economia del Paese era allo sfascio con i principali beni di prima necessità razionati. Ricordiamo come se fosse ieri quando, alla fine del dicembre ’90, il capo della perestrojka chiese ufficialmente un vice. Tra lo stupore generale dei presenti e la sorpresa di milioni di ascoltatori della radio Gorbaciov fece il nome del semi-sconosciuto Janaev, già capo dei sindacati, il classico grigio burocrate, ma dall’impressionante pochezza politica. Eduard Shevardnadze, ex ministro degli Esteri e membro dell’ala democratica, iniziò ad urlare ai quattro venti che si andava verso “un colpo di Stato”. La sua era una facile profezia. Dopo pochi giorni gli Omon sovietici spararono sulla folla a Vilnius, in Lituania, provocando una strage.

 In quei mesi di vice-presidenza Janaev restò apparentemente in secondo piano, manovrando dietro alle quinte. I “duri” del governo – detentori dei portafogli della cosiddetta “forza” insieme all’influentissimo Vladimir Krjuchjov, il capo del Kgb, – in realtà aspettavano il momento adatto per annunciare un “raffreddore” del sempre più isolato Gorbaciov. Credevano che si potesse ripetere l’operazione già riuscita nel 1964 quando Chrusciov venne sostituito da Leonid Breznev. Per precauzione, però, decisero di far entrare a Mosca i carri armati come a Budapest nel ’54 e a Praga nel ’68. Temevano la reazione dei “democratici”, raccolti intorno al presidente russo Boris Eltsin. Janaev, come poi lui stesso ammise, era ubriaco quando firmò il decreto per l’introduzione dello stato d’emergenza. Il golpe fu un totale disastro organizzativo con l’unità speciale, inviata ad arrestare Eltsin, giunta in clamoroso ritardo. I democratici, supportati da milioni di russi per le strade, vinsero in 48 ore. Janaev fu arrestato, ma in prigione ci stette poco tempo. Nel 1994 fu amnistiato. Gli 8 golpisti, del resto, avevano commesso un reato contro uno Stato che non esisteva più. “Mani tremanti”, ulteriormente intristito ed invecchiato, trovò impiego per sbancare il lunario come consulente di un comitato di veterani, poi, dopo qualche anno, gli fu offerta una cattedra in un’università secondaria. Janaev verrà ricordato come il cattivo protagonista di un mancato colpo di coda della storia.

Giuseppe D’Amato

  Vitaliy Barvinenko, Oleksandr Budzherak, Andriy Verevsky, Ihor Vorotniuk, Valeriy Hatsko, Oleh Heiman, Hennadiy Zadyrko, Valentyn Zubov, Volodymyr Ivanenko, Valeriy Kamchatny, Volodymyr Kapliyenko, Yevhen Konstantynov, Yuriy Kruk, Petro Kuzmenko, Vitaliy Kurylo, Oleh Malich, Sviatoslav Oliynyk, Hryhoriy Omelchenko, Volodymyr Pylypenko, Valeriy Pysarenko, Yuriy Poluneyev, Ihor Savchenko, Ivan Sidelnyk, Raisa Sorochynska-Kyrylenko, Mykola Traiduk, Oleksandr Feldman, Oleh Cherpitsky and Oleksandr Shepelev were expelled from the BYT  (Yulia Timoshenko) – Batkivschyna faction.

 They sided with the coalition formed by President Viktor Yanukovich.

Article – BBC – September 21st, 2010.

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