Crisi euro: sta nascendo l’Europa del XXI secolo.

8 Dec 2011

Due sono le cose: o gli europei che vivono nell’area dell’euro sono su un “Titanic” e non se ne accorgono oppure chi è al di fuori della zona della moneta unica è in preda ad un isterismo strisciante. Gli unici aspetti certi sono che il lontanissimo rischio che la situazione finanziaria continentale possa degenerare ha preso forma e i Diciassette dell’euro hanno la necessità di dover assumere con rapidità decisioni strategiche di portata epocale.
Per meglio comprendere cosa stia accadendo, tralasciando analisi di carattere economico e monetario, è opportuno soffermarsi su due momenti fondamentali: quello politico e quello culturale.
Il primo punto da evidenziare è che la costruzione europea, sorta dopo la fine della Guerra Fredda, è entrata immancabilmente in crisi in questi tesissimi mesi. Adesso i Diciassette hanno il difficile compito di edificare, in tutta fretta, l’Europa del Ventunesimo secolo, quella che – tutti noi ci auguriamo – competerà in futuro nel mondo globalizzato con altri giganti regionali.
E’ bene subito segnalare che non bisogna inventare nulla. Si sa bene quali passi compiere e quali soluzioni scegliere. Il problema è un altro: far approvare questo complesso piano di riorganizzazione da tutti i membri e metterlo in pratica in men che non si dica. In buona sostanza, se si vorrà far sopravvivere l’euro gli Stati nazionali saranno costretti a cedere – a vantaggio delle istituzioni comunitarie – ulteriori quote di sovranità, dopo quella monetaria alla Banca centrale europea nel 2002.
Il processo di unione politica, che ha segnato un passo falso con la bocciatura della Costituzione continentale (poi rimediato parzialmente con la successiva “mini -Costituzione”), è destinato a ripartire con veemenza e giocare ora un ruolo centrale. Il dubbio è se i singoli Stati dell’area euro sono pronti a questo sacrificio. Le resistenze saranno assai forti, ma l’Europa sta pericolosamente avvicinandosi ad un precipizio.
Se salta il banco tutti indistintamente ci rimetteranno e non poco. Secondo il presidente della Commissione Barroso ogni singolo Paese perderebbe il 50% del suo Pil. Come riferiscono alcuni specialisti il marco di apprezzerebbe del 40% il giorno stesso della sua riapparizione e la lira segnerebbe un meno 60%. In questo modo gran parte dell’export tedesco perderebbe competitività con spaventose ripercussioni interne. La Germania si ritroverebbe una “Cina” supertecnologica (leggasi Italia) in mezzo al Vecchio Continente, come avvenne tra il 1994 ed il 1995, quando una bottiglia di vino italiano costava nei supermercati tedeschi meno di mezzo litro di birra bavarese.
L’Europa si appresta ad affrontare contemporaneamente anche una rivoluzione culturale. Come si ricorderà la nascita dell’euro ha rappresentato il compromesso perfetto tra la Germania, che rinunciava al marco, ed il resto dei membri Ue, che temevano per la riunione tedesca. Ci volle un decennio per far quadrare il cerchio e partire con la moneta unica, che è stato soprattutto un evento politico. Dal 2002 la Bce, con sede giustamente a Francoforte, ha seguito fedelmente linee guida simili a quelle che avevano ispirato l’azione della Banca centrale tedesca per tutto il dopoguerra. Ossia lotta all’inflazione e moneta forte. Gli incubi iperinflattivi dei tempi della repubblica di Weimar rimangono ben presenti nei tedeschi di oggi. Ma ora quel tipo di scelta assai rigido non sembra più rispondere alle esigenze dei tempi.
Se si vogliono “fare gli europei” i tedeschi dovranno per necessità diventare più flessibili, mentre gli italiani più quadrati (maggiormente rispettosi delle leggi) e i francesi meno arroganti. Altrimenti il rischio è che ognuno vada per conto suo e subisca in futuro la globalizzazione dei colossi asiatici ed americani.

Giuseppe D’Amato

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