Siria, la Russia non è l’Urss. Perché Putin sta con Assad.

9 Sep 2013

C’è anche la “risorgente” Russia nella partita mediorientale e con lei bisogna fare i conti. Non solo al Consiglio di Sicurezza dell’Onu ma anche in campo militare. Se il regime di Bashar Assad è ancora al potere un non piccolo merito lo si può attribuire a Vladimir Putin. AssadPutin
Mosca si è incaponita nella difesa del suo storico alleato siriano per due fondamentali ragioni, entrambi di carattere geostrategico.
La prima è che, una volta caduta Damasco, dopo toccherà all’Iran. I russi vedrebbero gli occidentali avvicinarsi tremendamente alle frontiere meridionali ex sovietiche. A chi farebbe piacere avere come vicino un ex avversario della Guerra Fredda che porta il nome di Nato, ossia Alleanza atlantica?
La seconda ragione è che più si impegnano gli occidentali in scenari lontani da casa più si ritarda la loro infiltrazione nel cuore degli interessi del Cremlino, nel cortile di casa, lo spazio ex sovietico.
Considerazioni di ordine pubblico interno, poi, non sono secondarie. Per tutti gli anni Novanta i russi hanno combattuto contro l’estremismo religioso islamico che ha infuocato il Caucaso settentrionale ed ha rischiato di mettere radici persino nel “ventre mollo” del gigante slavo, lungo il corso del Volga, nelle repubbliche ricchissime di petrolio del Tatarstan e della Bashkiria.
Aleppo è a solo 900 chilometri dal Caucaso. Se la Siria capitolasse da lì potrebbero arrivare nuovi mujaheddin, già sconfitti in passato in Cecenia, o semplici mullah a predicare ai circa 20 milioni di musulmani russi un tipo di Islam non più secolare come quello ex sovietico. Il numero di donne che portano oggi il velo in Russia è già aumentato enormemente, tanto che per il nuovo anno scolastico sono diventate obbligatori grembiuli e vestiti elencati in liste “dress code”.
L’aspetto economico-commerciale nella posizione del Cremlino sullo scenario mediorientale è altrettanto importante. La Siria compra da decenni miliardi di dollari in armi russe, mentre l’Iran ha acquistato da Mosca tecnologia nucleare.
Nelle scorse settimane è filtrata la notizia, non confermata chiaramente, che il principe saudita Bandar al Sultan, capo dei servizi segreti sauditi, abbia offerto 15 miliardi di dollari per convincere Vladimir Putin ad abbandonare Assad. Riad vorrebbe diventare un acquirente di armi russe sofisticate, che, secondo le intelligence israeliana ed occidentali, sono state, comunque, consegnate ad Assad, malgrado i vari divieti internazionali. In primo luogo le difesa aeree anti-missilistiche S-300 e quelle navali, che costringeranno le unità americane a starsene lontano dalle coste.
Il fronte dell’opposizione avrebbe promesso, tra l’altro, di lasciare ai russi l’uso del porto di Tartus, utilizzato come scalo nel Mediterraneo, evitando il passaggio sul Bosforo.
Il Cremlino per ora fa spallucce. Se dopo la Siria cadesse anche l’Iran gli occidentali avrebbero la possibilità di rivoluzionare il mercato energetico. Finalmente si troverebbe il gas sufficiente, necessario per ridare vita al progetto Nabucco e l’Europa sarebbe ancora meno dipendente dalle forniture russe.
In sintesi, Mosca sta combattendo in Medio Oriente una battaglia strategicamente vitale. In palio vi è il suo status di potenza regionale in questa porzione di mondo.
Una sua squadra navale, proveniente dal Pacifico, è arrivata nelle scorse settimane in zona. La sua potenza di fuoco è infinitamente inferiore a quella statunitense. Il suo compito è duplice: essere pronta ad evacuare i circa 20mila connazionali; mostrare all’opinione pubblica che la Russia è ancora viva.
Putin conosce bene i limiti del suo Paese e non andrà oltre. Sa perfettamente che la Russia post ’91 non è nemmeno lontana parente dell’Unione Sovietica della Guerra Fredda.
Giuseppe D’Amato

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