Beatrice Ottaviano, A sei mesi dalla scomparsa di una testimone della fine dell’ex URSS. Il ricordo di Roberto Scarfone.

8 Nov 2013

La chiamavo Beatrix, la donna che regala la beatitudine.  Lei rideva e mi lasciava nel dubbio.

Nel bosco c’ erano  una ventina di gradi sotto lo zero. Con le sue amiche faceva un buco nella crosta ghiacciata dello stagno e si tuffava con il bikini nell’acqua gelida. Come se fosse a Catanzaro Lido in agosto. Orgogliosa ci faceva vedere il giorno dopo le fotografie. Le dicevo. Tu sei pazza, sorella.

Andava a cavallo e galoppava tra le betulle come un’amazzone. Io restavo a terra. La guardavo con il fiato sospeso perché temevo che il cavallo potesse scivolare, imbizzarrirsi, disobbedire. Bionda, con gli occhi chiari. Pareva una nordica, non una russa perché le russe hanno un diverso colore di capelli e sono molto alte. Bea non era alta.

Nella mia casa a Mosca ci riunivamo di sera i giornalisti e tiravamo con  una balestra vera contro il bersaglio inchiodato dietro la porta.

Capitava che il dardo saltasse prima del tiro. Niente da fare. BeatriceOttaviano

La regola era: ‘un colpo solo’.  Perdevi così il turno. Beatrice quasi sempre faceva centro.

Un giorno del 1994 le cadde sul piede lo sportello dell’armadio e le fratturò l’alluce. Io andai a trovarla e le regalai una vecchia icona bruciacchiata che avevo comprato il giorno prima al mercatino di Ismailovo. Le piaceva molto. La teneva sempre sul comodino. Chissà dove sarà ora quella vecchia icona.

Venne con il piede ingessato a una mia festa. Ghenna la prese in braccio e la fece ballare. Piroettavano da un capo all’altro della stanza al suono di un lento. Forse Battisti.

Ghenna cercò di baciarla. Lei si scansò.  Il russo ci rimase male, ma non si sbilanciò. Continuò a farla ballare tenendola in braccio.

Poi l’Ansa mi mandò in India. Beatrice andò a Belgrado. La rividi due anni fa. Scrissi questo pezzo per scarfone.blogspot.com.

 ***

 ‘’L’Università di Roma, la Sapienza, e l’Università Statale di Mosca, si somigliano. Non solo per la presenza nei due atenei di statue e dipinti che mostrano uomini di proporzioni colossali intenti a costruire il mondo nuovo. Non solo. Si somigliano principalmente nei volti austeri dei docenti, nell’allegria dei ragazzi che sciamano per corridoi, aule, scalinate.

 Sono le tre del pomeriggio del 2 dicembre 2011. Nell’ingresso dell’università,  grande due volte uno stadio di basket, si affollano centinaia di studenti, professori, fotografi. S’inaugura la mostra dell’agenzia ‘Ria Novosti’ e della stessa università sui venti anni (1991-2011) della Russia dopo la dissoluzione dell’Urss.

 C’è uno spazio fisico, un vuoto tra le quattro persone che si accingono a presentare le mostra e la folla degli studenti. Diciamo pure, c’è la doverosa distanza tra chi apprende e chi insegna. All’esterno della Facoltà ci sono manifesti degli ‘Indignados’ contro la crisi e la disoccupazione giovanile. I ragazzi della Sapienza non sono cambiati: contestatori, ma rispettosi della ‘distanza accademica’.

 I quattro sono: il rettore della Sapienza Luigi Frati, il padrone di casa. Esordirà dicendo in russo ‘Gospodin pamilumtsia’ (Signore perdonaci o qualcosa del genere) e poi proseguirà in italiano elogiando il lavoro dei fotografi della Novosti. C’è l’ambasciatore della Russia in Italia alexej Meshkov: a occhio e croce alto 1,85, ha il corpo di un medio-massimo sotto l’impeccabile completo blu ambasciatoriale.  Nel suo discorso, tutto in italiano, si sofferma sul cammino comune fatto da Italia e Russia nel tempo.  C’è il prorettore Antonello Biagini, responsabile per i rapporti  internazionali,  c’è il giornalista Sergey Startsev, direttore della Ria Novosti per l’Italia.

 Poco prima della cerimonia si avvicina a Scarfone una donna, una bella donna, e lo fissa dubbiosa con grande intensità. L’uomo si sente imbarazzato e chiede: ‘’Lei è per caso parente degli Ottaviano?’.

 La donna rimane zitta. Poi Scarfone sente per mezzo secondo un grido rabbioso: ‘Un colpo solo’. Certo, riconosce la donna e l’abbraccia con immenso affetto. Quella è Beatrice Ottaviano, ex capo di Ansa a Mosca, ora a Roma, incaricata di seguire la mostra fotografica sui vent’anni.

 Nella mia  casa a Mosca si riunivano di sera i giornalisti e tiravano con  una balestra vera contro il bersaglio inchiodato dietro la porta.  Ottaviano quasi sempre faceva centro. Il ruolo delle giornaliste italiane in Russia meriterebbe un libro: per la loro cultura, il coraggio, la femminilità nel Paese degli ussari e dei cosacchi.
Roberto Scarfone

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