Maksim Borodin, giallo sulla morte di un giornalista scomodo degli Urali.

16 Apr 2018

  Maksim Borodin era il classico giornalista scomodo e ficcanaso. Tanto curioso da farsi non pochi nemici per le sue inchieste clamorose. In carriera Borodin ha portato alla luce verità scomode di ogni genere – ad esempio sui legami tra politica e criminalità o su risonanti casi giudiziari locali – ed ha assunto posizioni contrarie a quelle più popolari in Russia. Nello scorso autunno si è schierato a favore del film Matilda, una pellicola sugli amori giovanili del futuro zar Nicola II, che ha suscitato enorme clamore soprattutto negli ambienti più conservatori. Allora l’apprezzato professionista se la cavò con qualche acciacco per essere stato menato da degli energumeni ed un ematoma sulla testa per aver ricevuto un colpo sferrato con un tubo metallico. Insomma giornalismo da trincea in una realtà non facile come quella della provincia russa. BorodinEkaterinburg
Giovedì scorso ad Ekaterinburg, capoluogo della regione degli Urali, Maksim Borodin è volato giù dal quinto piano dello stabile in cui viveva. A trovarlo esamine sono stati i suoi vicini, che lo hanno portato immediatamente in ospedale, dove è spirato tre giorni dopo “senza riprendere conoscenza”. La polizia ha affermato di non aver trovato alcuna lettera di addio e nessuno dei suoi colleghi crede al suicidio. Un suo amico, Vjaceslav Bashkov, ha raccontato di essere stato contattato dal giornalista il giorno prima alle 5 del mattino, poiché qualcuno “armato si trovava sul balcone del suo appartamento ed in giro si vedevano uomini in tenute mimetiche e maschere”. Successivamente Bashnov lo ha richiamato, tentando di tranquillizzarlo, perché vi sarebbero state delle non meglio precisate esercitazioni in corso. Poche ore dopo il salto nel vuoto su cui il direttore della testata Novy Den, per cui il giornalista lavorava, dubita fortemente. Ed in Occidente già si reclama ad alta voce un’indagine seria.
L’ultima grande inchiesta di Maksim Borodin riguardava i contractors della compagnia Vagner, andati a combattere al fianco delle unità governative del presidente Bashar Al-Assad, in Siria. Il reporter aveva scoperto che molti di loro sono originari degli Urali, dove vi è un centro reclutamento. Il 7 febbraio scorso, nel corso di una vera e propria battaglia campale nella provincia di Deir al-Zour, l’aviazione della coalizione occidentale ha colpito duramente infliggendo perdite pesantissime. Ambienti vicini agli ultra-nazionalisti russi hanno parlato di oltre un centinaio di morti tra le proprie fila, cifra confermata anche dall’ex capo della Cia, Mike Pompeo.
Maksim Borodin, politicamente vicino alle opposizioni liberali del blogger Aleksej Navalnyj, ha trovato alcuni dei nomi dei caduti, originari degli Urali. Due sono di Asbest, cittadina famosa per le pessime condizioni ecologiche, gli altri di Kedrovoe, poche decine di chilometri ad est dal capoluogo Ekaterinburg, ed ha spiattellato la storia all’opinione pubblica locale.

 Fare il giornalista in Russia è un mestiere pericoloso. La lista di morti e feriti è lunghissima. Chi non ricorda Anna Politkovskaja, famosa per le sue inchieste sulla guerra in Cecenia? L’anno scorso la popolare conduttrice radiofonica, Tatjana Felgenguaer, è stata presa a coltellate nella redazione di Ekho di Mosca. La scia di sangue pare non arrestarsi mai.
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