Serbia ad un crocevia storico: l’integrazione europea in cambio della rinuncia al Kosovo. Gli Usa come sponsor.

15 Oct 2010

 La partita di calcio di Genova per le qualificazioni ad Euro-2012 di Polonia ed Ucraina ha offerto un palcoscenico insperato agli ultra – nazionalisti serbi. Nell’arco di qualche settimana le autorità di Belgrado – che dal 25 ottobre guideranno un Paese candidato all’adesione all’Unione europea – e quelle kosovare apriranno una trattativa sotto l’egida di Bruxelles. Il viaggio del segretario Usa Hillary Clinton nella regione è servito a definire gli ultimi particolari e a ribadire che Washington sostiene questa iniziativa.

 Ma “non riconosceremo l’indipendenza del Kosovo”, ha subito messo in chiaro il presidente serbo Tadic all’emissario di Obama. I kosovari rispondono di essere pronti a sedersi ad un tavolo solo per definire alcune “questioni tecniche”. La cosa importante è che le due parti in conflitto si incontrino. “Anche se ci saranno presto qui le elezioni presidenziali – ha sottolineato a Pristina il capo della diplomazia Usa – si deve incominciare a parlare e soprattutto a produrre dei risultati”. Il premier Thaci ha evidenziato che è tempo che serbi e kosovari “terminino un conflitto vecchio di un secolo”.

 In precedenza la Clinton era stata in Bosnia, dove ha invitato le tre comunità etniche – musulmana, croata e serba – a superare le divisioni e a non rischiare di perdere l’occasione di aderire all’Unione europea ed alla Nato. “Non accettate lo status quo – ha detto la Clinton – non ritiratevi nelle vostre comunità”. Dalle elezioni generali di inizio ottobre il Paese è uscito piegato su sé stesso e nelle mani dei nazionalisti.

 Dopo gli accordi di Dayton del ’95, che hanno fatto seguito a 3 anni di guerra con 100mila morti, sono nate la federazione croata-musulmana e la repubblica serba di Bosnia. Il segretario di Stato Usa ha incontrato il nuovo leader serbo locale Dodik, che spinge per la secessione.

 L’integrazione europea sia in Serbia che in Bosnia o Kosovo è la promessa in cambio di concessioni ai vecchi nemici ed al raggiungimento della completa pacificazione della regione. Il problema è, però, capire quanto l’Ue sia pronta ad accettare altri membri, che hanno così grandi questioni aperte alle spalle. La delusione per gli scarsi progressi mostrati da Romania e Bulgaria dopo la loro adesione all’Unione potrebbe essere un ostacolo. La domanda su che cosa sia l’Ue resta senza risposta: un futuro super-Stato o uno spazio economico, democratico e giuridico comune? La sensazione è che qualcuno oltreoceano definisca priorità altrui.

 Sullo sfondo nei Balcani si scorge la lotta per il controllo dei corridoi orientali dell’energia con i progetti russo-italiano “South Streamed euro-americano “Nabucco” (che salta la Russia) in concorrenza. Washington ha investito nell’economia serba dal 2001 quasi un miliardo di dollari in aiuti. La Clinton l’ha probabilmente ricordato a Tadic. Gli investimenti stranieri a Belgrado si aggirano sui 15 miliardi con gli italiani in prima fila (Fiat, Eni, Finmeccanica, Omsa).

 Gli ultra-nazionalisti serbi, legati ad un passato nostalgico, non vogliono dire addio definitivamente al Kosovo, considerato come loro culla. Tutta questa occidentalizzazione del Paese viene vista con il fumo negli occhi. La Jugoslavia non c’è più. Resiste soltanto un universo balcanico comune, una “Jugosfera“, neologismo coniato dal settimanale britannico Economist, un’area commerciale e industriale dove i popoli ex jugoslavi hanno deposto le armi e ripreso a cooperare.

 Come sia stato possibile che a Roma non si siano resi conto del pericolo della partita Genova lascia sorpresi. Il risultato è stato che le società civili dei due Paesi sono state sconfitte da un’orda composta da soltanto un centinaio di imbecilli.
Giuseppe D’Amato

Serbia at a historic crossroads: the European integration in exchange for waiving Kosovo. The U.S. as a sponsor. 

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