Military


 Doveva essere una guerra-lampo, genitrice di gloria per tutti, contro dei selvaggi male armati. Ed invece fu il disastro. Dopo 7 decenni di “pax sovietica” il Caucaso è tornato ad essere una delle zone più instabili e pericolose del pianeta. E come sempre accade in queste tragedie è l’umanità ad avere perso.

 Sono tante le immagini che si affollano nella mente del cronista ora che ufficialmente, dal 16 aprile 2009, la guerra in Cecenia è finita. Indimenticabili sono gli occhi fieri di Akhmad Kadyrov, l’ex muftì che, ad inizio decennio, abbandonò con coraggio le file dei separatisti per diventare il centro delle strategie vincenti del Cremlino. Semplicemente gigantesca era la sua guardia del corpo, famose per il basso tasso di sopravvivenza con quel incarico. Lo sguardo triste delle adolescenti kamikaze, vestite di nero con ai fianchi le cinture piene di dinamite, ha colmato di orrore il mondo intero.

 La violenza contro i civili, spesso usati come scudi umani, ha raggiunto livelli inauditi. Fa venire i brividi il ricordo dei pazienti, che sventolavano disperatamente, nel ’95, lenzuola bianche all’ospedale di Budionnovsk attaccato da un’unità al comando del guerrigliero Basaev. Il timore era che l’ex Armata rossa aprisse il fuoco con l’artiglieria pesante contro l’edificio. Al teatro moscovita della Dubrovka nel 2002 i più sfortunati tra gli spettatori-prigionieri sono morti affogati nel proprio vomito, dopo che i corpi speciali avevano usato un gas speciale per il blitz. Il massimo dell’infamia lo si è, però, vissuto a Beslan, dove un gruppo di delinquenti, armati fino ai denti, assaltò una scuola piena di bambini ed adolescenti. Le rovine della palestra bruciata, le bottiglie d’acqua – a testimoniare la terribile sete patita dagli allievi in quegli interminabili tre giorni – e le candele con la loro fiamma fioca rimangono un simbolo di vergogna inarrivabile. 334 innocenti morirono per niente.

 Come non menzionare i tanti giornalisti, famosi e meno, che si sono immolati per raccontare al mondo quell’inferno. “Vado laggiù a vedere la situazione”, ci salutò Jochen Piest, 30enne corrispondente di Stern, in una gelida mattinata del gennaio ’95. Il suo sorriso, pieno di gioia, fu spento per l’eternità 4 giorni dopo da una raffica di kalashnikov. La bottiglia con le monetine radunate per comprare nei mesi successivi le scarpe per la sua sposa si è riempita di polvere sullo scaffale. Qualcun altro l’ha fatta franca in Cecenia, ma il destino è implacabile. E’ il caso di Valerij Batuev, reporter della Vremja MN, ucciso a Mosca nel suo appartamento da dei balordi. Accompagnava spesso i colleghi stranieri in Caucaso e la guerra gli era entrata talmente dentro che scriveva versi su di lei.

 Come non dimenticare il poliziotto moscovita Misha, che era partito volontario per la Cecenia per sbarcare il lunario. I soldi che guadagnava non bastavano a sfamare la moglie e i due figlioli. Il piccolo gruzzolo racimolato gli è servito per andare dal dentista e farsi mettere i denti davanti mancanti.

 “La prima sensazione è che in Cecenia non cambi mai nulla, neanche a morire – scriveva la grande reporter russa Anna Politkovskaja nel suo diario il 12 febbraio 2004 -. Tutti fanno la guerra a tutti. Gente armata ovunque. Si ha paura del prossimo. I visi hanno tutti la stessa espressione tetra. Tanti nevrotici, mezzi matti. La sintomatologia notturna: sparatorie, combattimenti, colpi d’artiglieria. Quella mattutina: crateri freschi provocati dalle esplosioni”.

 Una follia collettiva ed un massacro orribile: ecco cosa è stato il conflitto ceceno. La scia di lutti è tipica degli scontri in Caucaso, terra-crocevia dove, per secoli, si sono incontrati imperi diversi. Turchi, persiani, russi e popolazioni locali se le sono sempre date di santa ragione. La differenza è che questa volta le tradizionali regole dell’onore sono completamente saltate. I giovani si sono schierati contro gli anziani; le donne hanno preso le armi nonostante l’opinione degli uomini. La secolare società cecena, divisa in clan, ha subito colpi durissimi portati dall’estremismo wahhabita importato dall’Arabia. Chi avrebbe mai immaginato di vedere delle ragazze kamikaze che volevano vendicare i propri mariti uccisi dall’esercito federale?

 Un passo indietro serve a comprendere le cause di questa immane tragedia, figlia del crollo dell’Urss, quando per Mosca fu impossibile spiegare a Grozny che i kazakhi, i baltici o gli ucraini potevano diventare indipendenti, mentre loro, i ceceni, no. La Federazione russa avrebbe rischiato la disintegrazione dopo l’Unione Sovietica. Per il Cremlino, perdere il controllo del Caucaso avrebbe significato aprire la strada ad altri movimenti secessionisti e la diffusione di organizzazioni radicali nel “ventre molle” del Paese, sul Volga, dove vivono milioni di musulmani.

 I ceceni, però, non vollero sentire ragioni. Nell’autunno ’91 si dichiararono indipendenti ed elessero come presidente un leggendario generale dell’aviazione sovietica, Giokar Dudaev. Mosca si rese conto della gravità della situazione, quando comprese che l’unico oleodotto, proveniente dal mar Caspio, era finito nelle mani dei separatisti. Dopo lunghe trattative scoppiò la guerra nel dicembre ’94. Fu una carneficina. Centinaia di migliaia furono i profughi.

 Nell’agosto ’96 a Khasarviurt venne firmata la pace. La Cecenia diventò praticamente indipendente. Seguirono tre anni in cui la repubblica ribelle si trasformò in una specie di “terra di nessuno”. I vari clan ceceni si fecero la guerra fra loro. Vivevano di rapimenti, di contrabbando di petrolio e dei traffici più strani. Tutte le organizzazioni ed imprese internazionali vennero evacuate. Solo l’Afghanistan, l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi riconobbero il governo ceceno. Grozny si trasformò presto in una delle basi del terrorismo islamico.

 Poi nell’autunno ’99, a seguito di una lunga ondata di attentati, attribuiti ai ceceni, e della fallita invasione dei mujaheddin islamici del vicino Daghestan, Vladimir Putin – che al Cremlino stava per prendere il posto di Boris Eltsin – architettò la strategia giusta. La Russia rioccupò in tre mesi la repubblica ribelle, usando quell’acume che le era mancato durante la prima campagna. I capi del frammentato fronte separatista e i sempre più influenti mercenari “arabi” fuggirono sui monti. Iniziarono la guerriglia e gli attentati.

 Putin ha vinto la partita perché riuscì a dividere i nemici: si appoggiò al clan più forte della Cecenia che prese, in breve, il sopravvento sugli altri. I comandanti avversari vennero sistematicamente eliminati con operazioni dei servizi segreti. Un conflitto internazionale, quasi incontrollabile, venne degradato a scontro puramente locale, dove Mosca impose la forza delle leggi e della sua Costituzione regionale.

 Dopo l’uccisione di Akhmad Kadyrov nel maggio 2004 fu il figlio, Ramzan, a prendere le redini del clan-milizia e da quei giorni è diventato il vero “uomo forte” del Caucaso settentrionale russo. “La Cecenia di oggi – ha osservato di recente il nuovo presidente ceceno – è un’area pacifica in pieno sviluppo. Si incoraggia la crescita economica. I leader militanti, sulla cui coscienza pende il dolore e la sofferenza di migliaia di persone, sono stati eliminati, catturati o portati davanti ai giudici”.

 Il centro di Grozny, la capitale cecena, che, fino a pochi anni fa, veniva paragonato ai ruderi di Stalingrado della Seconda guerra mondiale non porta più i segni spettrali del conflitto. Un’imponente moschea ed il corso principale dedicato a Vladimir Putin, pieno di negozi, testimoniano che il tempo delle armi è concluso da un pezzo. Il desiderio di indipendenza da Mosca di una parte della società cecena è ormai scemato. Sono poche decine i guerriglieri rimasti alla macchia sulle montagne.

 Il Cremlino ne ha, quindi, preso atto in primavera, ma è dal 2004 che non si registrano veri attacchi armati. Sono state eliminate varie misure di sicurezza che vanno dal coprifuoco ai blocchi stradali ai rastrellamenti alla ricerca di estremisti islamici.

 Si sono dischiuse indirettamente maggiori possibilità per gli investimenti e per dare un impiego stabile alla popolazione, circa 1,2 milioni di abitanti. Uno dei sogni nascosti dell’odierna leadership regionale è di collegare Grozny con voli aerei diretti provenienti dall’estero.

 La nuova ondata di violenza nelle repubbliche confinanti è stata una vera doccia fredda. Non pochi terroristi hanno semplicemente passato la frontiera. Il presidente federale Medvedev ha incaricato Kadyrov di intensificare la lotta contro i “banditi”, che dalla sua repubblica hanno sconfinato nelle vicine Inguscezia e Daghestan. Nella prima, il 10 giugno scorso, sono stati uccisi la vice capo della Corte Suprema – mentre lasciava i bambini a scuola – e, tre giorni prima, un ex vice primo ministro. Lunedì 22 è stato ferito gravemente il presidente inguscio Junus-Bek Evkurov, per di più nello stesso luogo dove, cinque anni fa, era stata organizzata un’analoga azione contro l’allora presidente inguscio Murat Zjazikov. In Daghestan, ad inizio mese, è stato assassinato il ministro regionale degli Interni con fucili ad alta precisione in uso soltanto ad alcuni reparti delle forze speciali.

 Lo speaker della Duma (la Camera bassa del Parlamento russo) Boris Gryzlov ha chiesto una dura risposta in Caucaso anche perché l’obiettivo dei “banditi” è di destabilizzare la situazione. Il senatore ceceno Aslambek Aslakhanov ritiene che Evkurov non andava più bene sia ai guerriglieri sia ad altri. Il presidente inguscio aveva dato pubblicamente il suo numero di cellulare ai cittadini per denunciare gli abusi dei funzionari, gli stipendi in ritardo e l’inestricabile rete di legami tra strutture deviate dello Stato e terroristi. Insomma il solito pantano caucasico. Altri esponenti politici spingono per migliori politiche sociali e maggiori investimenti del Centro nella Russia meridionale. Un elemento è però innegabile: a troppe persone conviene che la guerra in Caucaso continui. Se venisse a mancare il pericolo islamico perché Mosca dovrebbe spendere i suoi pochi petro-rubli rimasti nel bilancio proprio in queste terre dimenticate?

 Il campanello d’allarme al Cremlino suona, comunque, da settimane. Il 22 giugno 2004 l’Inguscezia, che in epoca sovietica costituiva insieme alla Cecenia un unico soggetto della Russia, venne messa a ferro e fuoco per una notte da guerriglieri radicali. L’azione fu il prologo dell’attacco traditore alla scuola di Beslan. La speranza è che certi ricorsi storici non si ripetano più.

 Giuseppe D’Amato

Pare che sia successo un’altra volta. Nell’ultimo week-end di giugno la Lituania ha subito un attacco cibernetico. La denuncia giunge da fonti ufficiali. I siti del governo, dei partiti politici, di società d’affari sono stati imbrattati con falci e martello e stelle a cinque punte e da slogan irridenti anti-lituani. Gli hacker hanno assaltato 300 siti, esattamente due settimane dopo che la repubblica baltica ha messo fuorilegge tutti i simboli sovietici.

Vilnius vive un periodo di tensione con Mosca. I deputati russi della Duma hanno invitato la Lituania a non accogliere sul proprio territorio elementi del cosiddetto “Scudo spaziale” Usa. Le trattative tra Polonia e Stati Uniti presentano delle difficoltà e Vilnius ha offerto in alternativa la sua disponibilità. Il primo ministro lituano Kirkilas è andato negli Stati Uniti per incontri con il segretario di Stato Condoleezza Rice.

Nessuno osa accusare apertamente Mosca, ma le coincidenze con un simile evento avvenuto nella primavera 2007 nella vicina Estonia sono sorprendenti. Allora si registrò un sofisticato attacco cibernetico dopo che il governo di Tallinn decise di spostare la statua di bronzo al Soldato sovietico dal centro della capitale in un cimitero di periferia. Durissimi furono gli scontri per strada, con un morto, in uno dei Paesi più avanzati tecnologicamente al mondo. I danni informatici non furono affatto secondari e minori rispetto ai negozi ed alle auto incendiati. Il Cremlino negò ogni addebito, asserendo che in passato persino il suo sito era stato attaccato da hacker baltici.

Gli specialisti della Nato hanno preso sul serio l’accaduto e l’hanno studiato nei minimi particolari. L’Estonia venne messa letteralmente in ginocchio da quantità mostruose di spam (ndr. “posta-spazzatura” non richiesta e pubblicità varia) e da altri strani marchingegni informatici, alcuni “rimbalzati” da oltreoceano. Per giornate intere non funzionò più niente: l’interazione tra la vita quotidiana estone, Intenet e i computer è una delle più alte in Europa. Dopo le accuse dei primi momenti contro la Russia Tallinn ha poi fatto marcia indietro. Gli specialisti stranieri, tra i quali anche quelli dell’Ue, non sono riusciti a trovare le necessarie risposte e le prove contro Mosca.

Secondo Linnar Viik, un guru estone informatico, solo uno Stato con la collaborazione di una compagnia telefonica può compiere certe azioni. Ciò che sorprende è che a livello internazionale non esiste una legislazione su questa materia. Il progresso avanza più velocemente delle leggi.

Gli esperti lituani temono che questo ultimo attacco cibernetico non sia altro che la punta di un iceberg. “I veri criminali – sostiene Gintautas Svedas, capo della SATi, specializzata in sicurezza – cercano sempre di rimanere coperti per usare segretamente i dati della vittima”. I computer potrebbero essere quindi pieni dei temibili “cavalli di Troia” ed essere così alla mercè degli hacker, che, in qualsiasi momento, potrebbero agire. Una bella vendetta dei nostalgici di Lenin.

Giuseppe D’Amato

Estate 2008

002missile Dopo due decenni di stop sono nuovamente ricominciate le Guerre Stellari. Stati Uniti e Cina sono i maggiori contendenti, con la Russia osservatrice interessata, pronta ad entrare in gioco. Giovedì 21 febbraio 2008, alle 4,26 ora dell’Europa centrale, un missile lanciato dall’incrociatore Usa Lake Erie, in quel momento in navigazione nel Pacifico settentrionale ad ovest delle isole Hawaii, ha distrutto nello spazio un satellite spia militare in avaria. Era da 22 anni che Washington non eseguiva un tale tiro al bersaglio al di fuori dell’atmosfera. Ufficialmente il Pentagono ha giustificato questa scelta con il timore che l’Us-193, grande quanto un mini-bus e pesante 9 tonnellate, potesse provocare danni rientrando sulla Terra tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo. Il suo serbatoio conteneva l’idrazina, un combustibile altamente tossico. Da qui la decisione, presa dal presidente Bush in persona, dell’abbattimento.

Russi e cinesi hanno dato una lettura diversa: questo degli americani era, in realtà, un test camuffato per provare il sistema di difesa anti-missile, il cosiddetto “Scudo spaziale”, che gli Stati Uniti stanno rapidamente sviluppando un po’ ovunque nel mondo. Nei prossimi anni tre siti saranno installati in Repubblica ceca ed in Polonia, mentre varie stazioni radar sono già state dislocate nel Pacifico vicino alle coste dell’Estremo oriente russo.

Il test è anche una risposta all’analogo lancio, operato dalla Cina l’11 gennaio 2007, quando – dopo tre precedenti falliti tentativi – un missile, partito da una base nel bel mezzo dell’Impero Celeste, colpì un satellite meteorologico a circa 865 chilometri d’altezza. Le proteste occidentali – oltre che la sorpresa dei militari – furono, allora, veementi. Nell’impatto si crearono più di 150mila frammenti fluttuanti attorno alla Terra. Secondo gli specialisti ben 2600 sono catalogati come “grossi”, ossia della grandezza di una decina di centimetri.

La mancanza di una tecnologia per ripulire lo spazio, dove sono già un paio di milioni le unità di spazzatura, ha fermato questo tipo di esperimenti dopo gli anni Ottanta, quando le due superpotenze ne realizzarono circa una cinquantina. Gravi sono i pericoli per la navigazione. Un piccolo frammento nell’orbita più bassa ha un impatto su un satellite, con più o meno la stessa energia, pari ad una tonnellata di un pezzo di marmo gettato da un edificio di 5 piani.

“Praticamente tutti i resti del satellite sono bruciati nell’atmosfera”, hanno rassicurato i militari a stelle e strisce, esaltando la loro “trasparenza”. L’Us-193 è stato colpito da un missile cinetico, senza carica esplosiva. Proiettile contro proiettile. Secondo alcuni esperti indipendenti, tuttavia, il 25% dei frammenti è destinato a restare nello spazio.

La Marina Usa ha utilizzato un SM-3 “Standard”, capace di centrare obiettivi a mille chilometri di distanza ed ad un’altezza di 200 chilometri. Per gli specialisti russi, questa volta, gli avversari della Guerra Fredda hanno usato una sua versione modificata per l’occasione con una gittata superiore. Questa è ad esempio l’opinione del colonnello Andrei Vlasikhin. L’impatto è avvenuto a 247 chilometri dalla Terra. I puntatori della Lake Erie hanno avuto solo 10 secondi per fissare l’obiettivo.

Il sistema Aegis con gli intercettori SM-3 è in dotazione ad un centinaio di navi di vari Paese, tra questi Usa, Giappone, Corea del Sud, Spagna, Gran Bretagna e Norvegia. Dieci unità dovrebbero essere posizionate presto in Polonia. L’SM-3 serve come difesa da attacchi aerei, missilistici e di vettori a piccolo raggio.

“Anche noi russi – commenta Vlasikhin – abbiamo intercettori di uguale potenza come i Gazel e i Galosha. Possono arrivare a 300 chilometri d’altezza. Poi ci sono i sistemi stellari S-300 e S-400. I cinesi hanno utilizzato nel gennaio 2007 un S-300, da noi acquistato e poi da loro modificato”.

I militari di Mosca hanno osservato con particolare attenzione l’Us-193. “E’ un satellite spia non comune – ha spiegato Igor Barinov, vice presidente del Comitato Difesa della Duma -. Là non ci sono batterie cosmiche. Non si può escludere qualche marchingegno nucleare a bordo”. Secondo alcuni calcoli, invero tutti da verificare, il velivolo impazzito sarebbe dovuto cadere tra la Polonia e la Bielorussia. Gli americani non avrebbero voluto che i rottami dell’Us-193 potessero finire in mani non amiche. La scusa dei veleni ha fatto sorridere: in continuazione cadono sulla Terra sostanze nocive e non si registrano catastrofi ecologiche. Il Pentagono ha mostrato i denti, scrivono i quotidiani moscoviti.

La realtà è che gli Stati Uniti sono il Paese al mondo a dipendere più di tutti dai suoi satelliti – per scopi militari, meteorologici, commerciali, di comunicazione, di navigazione – e ciò li rende particolarmente vulnerabili. Uno studio cinese, che ha analizzato la guerra in Irak nel 2003, ha stimato che “gli Usa sono dipesi dai satelliti per il 95% delle informazioni di riconoscimento e di sorveglianza, per il 90% delle comunicazioni militari, per il 100% della navigazione e posizionamento”.

Di conseguenza, sta iniziando una frenetica corsa alla difesa di questi mezzi volanti preziosissimi, sostiene Igor Lisov, direttore della rivista “Notizie della cosmografia”. La prima cosa che si può fare è l’applicazione ai satelliti della tecnologia Stealth, quella già in uso ai modernissimi caccia Usa, per evitare di essere localizzati. “Materiali non rintracciabili dai radar, velivoli colorati di nero”, sintetizza l’esperto britannico Stuart Eves. Il problema è che i pannelli solari per le batterie e gli infrarossi utilizzati sono difficili da nascondere. La soluzione è progettare satelliti di nuova generazione dalle dimensioni ridottissime. Insomma macchine volanti miniaturizzate e trionfo delle nano-tecnologie. Altra possibilità è avere a disposizione una grossa quantità di satelliti sostitutivi da lanciare subito in caso di distruzione del proprio gemello.

Secondo gli analisti il vantaggio militare di Washington su tutti i suoi concorrenti è ancora assai ampio. Ma come affermò lo stratega Andy Marshall, assai ascoltato dal segretario alla Difesa Donald Rumsfield agli inizi del Duemila, le tecnologie mettono in condizione i Paesi più deboli di creare problemi agli Usa. E’ necessario ammodernare l’arsenale, altrimenti gli Stati Uniti faranno la fine della Francia con la sua linea Maginot a cavallo tra le due guerre. “I cinesi – sottolinea Andrej Ionin della Roel Consulting – hanno sparato da una base fissa a terra, mentre gli americani da una nave che può trovarsi ovunque negli oceani”.

Che i satelliti e le comunicazioni ad uso civile siano obiettivi sensibili se ne accorsero anche i quasi sempre distratti europei. Con lo scoppio della guerra in Jugoslavia nel ’99 mezzo Vecchio Continente restò al buio. Gli americani spensero il loro Gps, ampiamente usato fino ad allora anche dai loro alleati per la navigazione. Da quei giorni l’Ue porta avanti tra tante difficoltà la realizzazione del progetto Galileo, mentre i russi il Glonass. Controllare questi sistemi significa mettere in ginocchio un intero Paese.

Russi e cinesi sono consci che esiste un buco spaventoso negli accordi internazionali sulla sicurezza. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico (Outer space Treaty), firmato da Usa, Urss e Regno Unito ed entrato in vigore il 10 ottobre 1967, parla di divieto di posizionare in orbita armi nucleari e di distruzione di massa. Ma non si fa menzione di normali armi, ad esempio missili a medio e corto raggio. Così, ad inizio di febbraio a Ginevra alla Conferenza sul disarmo, Mosca e Pechino hanno proposto un patto che vada oltre il Trattato del ’67. “No alla militarizzazione dello spazio”, è lo slogan scelto per questa battaglia. Il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov vorrebbe allargare il già esistente Trattato Start.

Gli Stati Uniti hanno un punto di vista diverso. “Siamo per una uguale accesso allo spazio per scopi pacifici – ha dichiarato il portavoce della Casa bianca Scott Stanzel -. Ma contrari alla creazione di regimi legali o di altri accordi internazionali che cercano di limitare o proibire il nostro utilizzo dello spazio”. In sostanza, Washington vuole avere la mani libere e non ridurre le sue opzioni militari. Vi è anche il problema non secondario che un qualsiasi accordo in tale campo è assai difficile da monitorare. Una delle questioni da superare, dicono gli esperti, è anche la definizione di arma: i laser, ad esempio, sono un’arma?

Dal 2001 l’Amministrazione Bush ha investito sempre maggiori fondi per i programmi spaziali. Nel 2008 il presidente Usa ha chiesto al Congresso un aumento delle spese del 25%, passando da 4,8 miliardi di dollari nel 2007 a 6 miliardi. Si sta creando un disequilibrio che rischia di influenzare l’intero sistema strategico internazionale.

I militari statunitensi guardano con preoccupazione non tanto alla Russia – il cui arsenale sta invecchiando rapidamente senza essere degnamente sostituito – quanto alla Cina. Nel ’57, quando Mosca mise in orbita il suo primo velivolo, Mao Zedong si lamentò che Pechino “non era in grado di mandare nello spazio nemmeno una patata”. Da allora le cose sono cambiate: nel 1970 la Cina lanciò il suo primo satellite, nel 2003 il primo astronauta e nel 2007 il primo test ASAT. “Ha un livello maggiore di capacità di quanto precedentemente pensassimo”, si è lasciato sfuggire Michael Staine, un esperto di questioni orientali dell’Istituto Carnegie. Un tempo i progressi militari dell’Impero celeste erano legati alla filosofia di “smorzare i toni e tenere un profilo basso”. Adesso, a giudicare dai fatti, non è più così, malgrado le dichiarazioni ufficiali affermino il contrario.

La ferita di Taiwan continua a sanguinare. Pechino vuole indietro la provincia ribelle e se serve la forza la userà. La settimana scorsa fonti ai agenzia russa hanno raccontato di un incontro segreto tra alti ufficiali americani e cinesi per mantenere la pace. E’ recente lo sgarbo del rifiuto di concedere l’attracco a tre navi da guerra Usa. Il misterioso furto di materiale “classificato” sul missile nucleare Trident dai laboratori di Los Alamos nel ’99 mise la Cina nel mirino di Washington. Se non vi fosse stato l’11 settembre era l’Impero Celeste a rappresentare la massima urgenza in politica estera per l’amministrazione Bush, che, prima di riconsegnare il mandato, consegna all’industria militare nazionale – uno dei suoi “Grandi elettori” – copiosi fondi.

A torto o a ragione è davvero non facile dare un giudizio. Il progresso tecnologico sta mettendo in crisi tutti i trattati in materia di armamenti.

Giuseppe D’Amato

Primavera 2008

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