Russia


 Baltico meridionale. Poco dopo le 21. La radio ha appena finito di trasmettere il discorso di Adolf Hitler in occasione delle celebrazioni per il 12esimo anniversario della presa del potere da parte dei nazisti. Il vento è gelido, i ponti ghiacciati, l’umidità entra nelle ossa. La temperatura è di circa una decina di gradi sotto zero.

 La Wilhelm Gustloff ha lasciato il porto di Gdynia (Gotenhafen) – non lontano da Danzica – da una manciata d’ore, il 30 gennaio ‘45. A bordo ha 10.582 persone, quasi tutti profughi o feriti. La Germania sta mettendo in atto la maggiore evacuazione navale della storia, con l’obiettivo, poi raggiunto, di portare in salvo due milioni di connazionali, in fuga dalla Prussia orientale. L’avanzata dell’Armata rossa è ormai inarrestabile. Secondo alcune voci, risultate successivamente non vere, sul bastimento è stata caricata anche la famosa Sala d’ambra, dono di Federico Guglielmo I a Pietro il Grande nel 1716.

 Rose Petreus è insieme alla sorella Ursula. Sono originarie di un villaggio, oggi in territorio lituano. “Dove la nave fosse diretta – ricorda la donna – nessuno lo sapeva”. La gente era stivata ovunque. Salire sulla Gustloff, orgoglio della Marina civile del Reich, non era stato facile. La ressa in porto era impressionante, la fila enorme. A tutti i passeggeri era stato distribuito un giubbotto di salvataggio.

 Aleksandr Marinesko è il capitano di un sottomarino sovietico S-13. Ha pessimi rapporti con i suoi superiori. Ha ricevuto l’ordine di controllare le coste dell’attuale Lituania. L’ufficiale sovietico, non si sa perché, si è spinto parecchie decine di chilometri più a sud. All’improvviso dal suo periscopio scorge in lontananza l’ombra di un gigantesco naviglio con alcune luci accese.

 I quattro comandanti tedeschi discutono a lungo sulla rotta da tenere. Sono, però, concordi che la scorta sia insufficiente. La luna dà un tocco di romanticismo ad una notte di paura, mentre tenui fiocchi di neve scendono lentamente dal cielo plumbeo. Viene scelto il canale 58.

 208 metri di lunghezza per svariate migliaia di tonnellate, la Gustloff era stata costruita nel 1937 per essere una ammiraglia, e di superlusso. Ad un certo punto sembrò dovesse addirittura prendere il nome di Adolf Hitler, ma poi il Fuhrer, quasi per scaramanzia, la fece dedicare ad un “martire” del nazismo, ucciso da un ebreo in Svizzera. Dopo il settembre ‘39 la nave assume la funzione di ospedale galleggiante e di mezzo da trasporto truppa nel Baltico.

 I passeggeri si preparano a passare in qualche modo la notte, quando all’improvviso si ode un colpo sordo. Il primo pensiero è di aver urtato una mina o un grosso corpo metallico. Ma non è così. Dopo lunghi minuti di osservazione Marinesko ha sparato 3 siluri. Un quarto con sopra la scritta “per Stalin” è rimasto bloccato nella camera di lancio. “Il secondo colpo fu fortissimo”, rammenta Rose. A bordo scoppia il panico. Dopo poco il terzo siluro colpisce il bersaglio e la Gustloff si inclina su un fianco di 40 gradi. “La gente si mise a correre verso i ponti più alti. Molte persone furono calpestate”, aggiunge Rose. Gli ufficiali lanciano segnali luminosi e gli SOS. Gran parte delle scialuppe non si riescono a calare in mare poiché le carrucole sono ghiacciate.

 “Si udirono parecchi colpi di pistola – scrive nelle sue memorie uno dei dottori di bordo Hans Rittner -. Tanti furono i suicidi. La nave emetteva suoni sinistri. Spaventosi erano gli scricchiolii. Le donne urlavano, i bambini piangevano”. Migliaia di persone sono intrappolate all’interno delle cabine e dei saloni inferiori. I più fortunati si gettano in acqua. I flutti si riempiono in un attimo di disperati con indosso i giubbotti di salvataggio. Alcuni di questi sono troppo grandi per i bambini, molti dei quali galleggiano con le gambe all’insù.

 L’agonia della Gustloff dura quasi 50 minuti. Poi l’ammiraglia, dopo essersi spezzata in tre tronconi, si inabissa, alzando onde altissime. 1239 persone (tra cui Rose e la sorella) vengono salvate dalle navi di soccorso, 9343 sono i morti. E’ la catastrofe marittima più grave della storia, ma anche la meno conosciuta, a differenza dei drammi del Titanic, dell’Andrea Doria o del Lusitania.

 La Germania nazista non ha interesse a divulgare la notizia, gli alleati nemmeno per le ingenti perdite fra i civili. Gli aggressori, dopo tutto, sono le vittime e non i carnefici. Nel 1955 viene prodotto dai tedeschi un film che non riscuote grossi esiti. Il capitano Marinesko finisce in un gulag a conclusione della guerra. Otterrà dei riconoscimenti solo nell’ottobre ’63, tre mesi prima di morire. Gorbaciov gli conferirà postumo il titolo di “eroe dell’Unione Sovietica”.

 Il premio Nobel ’99 per la letteratura, Günter Grass, rompe il silenzio ad inizio secolo col romanzo Il Passo del Gambero. Per lo scrittore originario di Danzica la memoria va recuperata e questo è venuto il momento di farlo. La destra xenofoba e nazista è capace di manipolare il passato solo per supportare la sua ideologia. 

 Con le celebrazioni del ventesimo anniversario del crollo del Muro di Berlino si registra un timido cambiamento nell’approccio dei tedeschi verso la storia recente. Il senso di colpa collettivo per i crimini dei nazisti e l’obbligo di ricordare quei spaventosi delitti sono pian pianino affiancati dalla soddisfazione per i risultati ottenuti nel dopoguerra dalla Germania, una democrazia fondata sui valori costituzionali, che ha saputo creare prosperità e progresso. Una gestione sapiente di argomenti storici così complicati e dolorosi, come quelli in cui i tedeschi sono le vittime, rappresenta una necessità inderogabile davanti alle future generazioni europee.

 Giuseppe D’Amato

 


 Dopo tanto attendere sono stati finalmente pubblicati i dati ufficiali. Il Pil è crollato del 7,9%, mentre nei 12 mesi precedenti era cresciuto del 5,6%. Era dai tempi dell’Urss che la ricchezza nazionale non subiva un tale arretramento. Nel 1998, quando la Russia fu costretta a svalutare pesantemente il rublo ed i forzieri della Banca centrale erano desolatamente vuoti, il Pil era sceso soltanto (si fa per dire!) del 5,1%. Troppi sono i settori, che hanno sofferto la crisi finanziaria. Su tutti spicca quello delle costruzioni (un tempo sembrava quello della “gallina dalle uova d’oro”) con un -16,4% (nel 2008 +11,9%).

 Il modello di sviluppo industriale in Russia va rivisto al più presto per evitare futuri guai e sacche spaventose di povertà. Numerose produzioni, che si erano salvate dopo il crollo dell’Urss nel ‘91, non sono più concorrenziali. Il governo Putin studia da tempo soluzioni non facili da identificare. Cosa fare, ad esempio, nelle cosiddette “città mono-industriali”, sorte attorno ad un’unica azienda, che, ora fermandosi, mette a rischio la vita dell’intera collettività? Nell’immenso Paese slavo si contano circa 400 di queste realtà. Dall’ottobre 2008 ad oggi ben 940mila lavoratori sono stati licenziati. I disoccupati sono attualmente più di 2milioni e 100mila unità.

 Negli ultimi mesi del 2009 la situazione è leggermente migliorata, poiché il Cremlino si attendeva una discesa del Pil tra l’8,5 ed il 9%. L’esportazione di petrolio, le cui quotazioni hanno raggiunto i 70 dollari al barile, ha permesso un leggero recupero. Il boom russo nei primi anni del secolo era dovuto principalmente all’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali. I proventi dell’export dell’“oro nero” equivalgono oggi al 25% del Pil federale, ma dovrebbero scendere al 14% in un decennio se la politica di diversificazione economica dell’Esecutivo avrà successo.

 Il Cremlino si ritrova davanti ai soliti atavici problemi, rimasti in sospeso per troppo tempo. Il Pil federale tornerà ai livelli pre-crisi solo alla fine del 2012. L’economia russa incide non poco in quelle dell’intera area ex sovietica. In Asia centrale le ex repubbliche sorelle continueranno così a guardare con sempre maggiore interesse alla vicina Cina, sempre più assetata di materie prime. La perdita di influenza a tutto vantaggio di Pechino è la logica conseguenza.

 I primi dati del 2010 indicano che l’economia russa è in sostanziale crescita. Secondo gli esperti il primo semestre darà qualche buon risultato, ma ci si attende una contrazione nel secondo. La Banca mondiale ritiene, comunque, che nel 2010 la Russia crescerà complessivamente del 3,2%. Più ottimistiche le previsioni del Fondo monetario internazionale: +3,6%.


 I russi non si fidano più tanto dell’informazione ufficiale. Il Cremlino corre subito ai ripari. Chi vorrà fare politica a livello regionale d’ora in avanti dovrà conoscere Internet, usarlo e partecipare attivamente ai social forum. Ne dà notizia l’autorevole quotidiano Nezavisimaja Gazeta, citando fonti dell’Amministrazione presidenziale.

 Dall’ottobre 2008 il giovane leader russo Dmitrij Medvedev ha un suo blog, assai popolare, attraverso il quale conversa con la gente. Lo stesso dovranno fare in futuro i capi regionali se hanno ambizioni con la A maiuscola. Mosca darà delle valutazioni caso per caso e questa inciderà notevolmente sulle candidature.

 Finora la rete è stata utilizzata dai politici unicamente per comunicati stampa e per propaganda elettorale. Sono pochissimi, ad esempio, i governatori che sono in contatto continuo con gli internauti il cui numero è ormai in crescita vertiginosa.

 Secondo alcune indagini i russi cercano principalmente notizie personali sui vari funzionari ed uomini pubblici. Si vuol sapere se hanno ville di lusso, orologi speciali, automobili fuoriserie, mogli inaspettatamente ricche. Recentemente, grazie al web, si è scoperto che un governatore ha un Rolex da 31mila dollari, un vice sindaco ha al polso un orologio che di listino vale più di un milione di franchi svizzeri, un altro alto responsabile si è fatto acquistare una Mercedes da mille e una notte al modico costo di 150mila euro.

 Chiunque può mettere in circolazione notizie per la rabbia di funzionari che sperano al contrario nella riservatezza e nel silenzio. Non poche denunce sono arrivate fino ai tribunali. Un deputato della regione di Vladimir, tale Volodia Kisiliov, ha litigato per giorni con un anonimo, a cui ha poi fornito il suo numero telefonico dell’ufficio. “Se sei un uomo!” chiama, l’invito. Questi gli ha risposto che era disponibile ad incontrarlo, ma in piazza davanti a dei presenti. La corrispondenza si è interrotta dopo che la locale questura ha chiesto al webmaster l’indirizzo IP (ossia del computer) dell’anonimo.

 Duecento euro di multa ha beccato un giornalista per aver dato della “bestia” ad un governatore. In generale, i funzionari cercano di far cancellare dai blog i commenti più disdicevoli. Certa pubblicità in quegli ambienti non piace proprio.


31 декабря 2009, исполняется ровно 10 лет с того момента, как первый президент России Борис Ельцин заявил о своем досрочном уходе с поста, оставив кресло Владимиру Путину.

МК

Статья

 

Ten years with Vladimir Putin

BBC – London

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 Quando Boris Eltsin dovette scegliere a chi affidare l’ingrato compito di riformare l’economia russa non ebbe dubbi. Solo i giovani esperti del gruppo di Egor Gajdar avrebbero potuto fare il miracolo. 74 anni di comunismo ed il fallimento di Michail Gorbaciov con il conseguente crollo dell’Urss avevano lasciato soltanto macerie.

 Nell’aprile 1991, pochi mesi prima, l’allora premier sovietico Valentin Pavlov aveva messo fuori corso le banconote da 50 e 100 rubli per ridurre la massa monetaria. Alla popolazione non era stato permesso di cambiarle. Come se in una notte non fossero più validi i biglietti da 100 euro. Parte dei conti correnti bancari dei sovietici vennero congelati.

 Il 35enne Gajdar, nipote di uno dei più noti scrittori di fiabe per bambini, trovò un Paese in bancarotta, con l’apparato produttivo paralizzato, il tasso d’inflazione alle stelle e con i negozi quasi completamente vuoti. La fame era alle porte. Durante la perestrojka gorbacioviana si era discusso a lungo su come passare da un’economia centralizzata ad una di mercato. Nessuno aveva risposte.

 Gajdar si inventò la cosiddetta “terapia shock” che aveva come misura principale la liberalizzazione dei prezzi, quindi la successiva privatizzazione. Queste erano decisioni ultraliberali, che in un sistema, fermo da decenni, provocarono un autentico terremoto economico e sociale. Ma diversamente non sarebbe potuta andare. La scelta era tra morire lentamente o provare strade radicali per garantirsi qualche possibilità per il futuro. Nell’arco di poche settimane il riformista Gajdar diventò uno degli uomini più odiati del Paese.

 Con la fine della transizione l’ex premier facente funzioni perse il posto a favore dei funzionari d’apparato. Tentò la carriera politica senza successo. Rimase in disparte come punto di riferimento dei democratici-liberali, tornando agli studi.

  Gajdar verrà ricordato non solo come uno dei principali protagonisti della transizione all’economia di mercato nel mondo ex comunista ma anche come uno dei più illustri specialisti russi. Fondamentale è la sua attività scientifica. Gajdar ha fornito le migliori risposte sul perché sia scomparsa la superpotenza sovietica e su cosa debba fare la Russia per evitare la stessa fine.

 Ricostituire un impero, cosa desiderata dall’opinione pubblica federale, significherebbe dire addio alla democrazia. Certe nostalgie, che hanno ripreso vigore dopo l’elezione di Putin nel 2000, vanno abbandonate. Gajdar smonta anche la concezione della grande Potenza energetica con dati alla mano. La maledizione petrolifera pende sul Paese. L’Urss è implosa nel momento del crollo delle quotazioni delle materie prime, per l’incapacità di rinnovare il proprio sistema produttivo e per il ritardo tecnologico accumulato.

 La Russia ha ereditato gli stessi mali anche se il suo sistema economico oggi è più dinamico. Gajdar indica la strada: democrazia ed integrazione nella comunità internazionale. Se saranno seguite strategie antiquate, che in passato hanno fallito, saranno dolori. Gli inquilini presenti e futuri del Cremlino sono avvisati!
Giuseppe D’Amato

16.12.2009


 5 dicembre 2009. Come era nell’attesa della vigilia russi ed americani non hanno purtroppo fatto in tempo. Lo Start, firmato nel lontano ’91, è scaduto senza che sia stato definito un trattato in sua sostituzione.

 Mosca e Washington conserveranno per ora “lo spirito dell’accordo” che ha garantito il disarmo internazionale negli ultimi 2 decenni, hanno dichiarato in una nota congiunta i presidenti Medvedev ed Obama.

 Il negoziato va avanti da mesi, ma restano ancora alcune difficoltà nonostante gli Stati Uniti abbiano eliminato il maggiore ostacolo rappresentato dal progetto di dislocamento dello Scudo spaziale Usa in Europa centrale.

 Il mondo entra così in un periodo di incertezza fino a che non verrà finalmente concordato un nuovo testo e questo sarà ratificato sia dalla Duma che dal Congresso.

 In novembre i nodi in sospeso riguardavano in particolare il sistema di calcolo delle armi ed il loro controllo. Pochissime sono le notizie filtrate in questi mesi anche se si sapeva che russi ed americani partivano da posizioni lontanissime che si sono riavvicinate con l’inizio della presidenza Obama.


Ambasciata elvetica a Mosca

 Perdere questo momento in Russia sarebbe davvero imperdonabile. L’ex superpotenza sta tentando faticosamente di uscire dalla durissima crisi finanziaria che l’ha colpita. I suoi tassi di crescita, per quasi un decennio in forte salita, sono crollati d’incanto. Ma il mercato russo resta uno dei più promettenti al mondo fra quelli emergenti una volta che l’attuale tempesta finisca. La Svizzera ha le carte in regola per giocare una partita impensabile soltanto un paio d’anni fa, quando sembrava che tutto quello che era russo fosse stato toccato da re Mida.

 La recente visita del presidente Dmitrij Medvedev nella Confederazione è solo un punto di partenza, non di arrivo. E’ il primo rilevante risultato della politica iniziata con il riconoscimento della Russia come erede dell’Urss nel dicembre ’91.

 Negli ultimi 24 mesi la diplomazia elvetica ha segnato numerosi punti a favore nello spazio ex sovietico. Su tutti la complessa mediazione nella secolare disputa tra Armenia e Turchia e soprattutto il ruolo svolto nel dopoguerra russo-georgiano. Berna rappresenta gli interessi di Mosca in Caucaso e viceversa quelli di Tbilisi presso il Cremlino.

 Quanto siano dolorosi gli eventi sanguinosi dell’agosto 2008 è comprensibile in particolare dalle generazioni più anziane. Tanti i matrimoni misti. Dopo gli ucraini e i bielorussi i georgiani sono sempre stati considerati dai russi come fratelli. La musica, il mangiar bene, il vino vengono per antonomasia da quelle parti. E’ come se i napoletani un giorno litigassero con il resto d’Italia.

S.E. Ambasciatore Walter Gyger

 

Riuscire a riportare il sereno nei rapporti tra queste due repubbliche ex sovietiche non sarà facile. Servirà un cambio di potere a Tbilisi. Ma agire come arbitri seri e confidenti fidati garantirà possibilità sorprendenti.

 Politica ed economia a queste latitudini sono strettamente connesse. Si pensi ai benefici per le imprese tedesche ed italiane ottenuti indirettamente per l’amicizia tra i leader.

 La Svizzera ha ora le sue chance. Servono determinazione e conoscenza del mercato in presenza anche di prezzi ridimensionati dalla crisi. Nel 2008 le esportazioni in Russia hanno toccato i 3,18 miliardi di franchi, mentre le importazioni 1,05. Si può compiere un deciso salto di qualità. E’ necessario, però, un piano – perché no, ambizioso – che definisca gli obiettivi primari da raggiungere e la tempistica.

 Le imprese farmaceutiche, alimentari e del lusso rosso-crociate hanno importanti fette di mercato, ma si può fare molto di più come possono ulteriormente crescere il turismo e gli investimenti russi nella Confederazione. Per adesso, Mosca si guarda bene dal seguire la strada americana sul segreto bancario elvetico ed in futuro è difficile che lo faccia. Troppe sono le verità sconvenienti per certe élite.


E’ tornato il sereno tra Dmitrij Medvedev e Vladimir Putin. Al Congresso del partito del Cremlino Russia Unita i due leader hanno dato ampia dimostrazione di armonia e compattezza. Nelle scorse settimane il giovane presidente si era lasciato andare a dei commenti e a delle precisazioni che facevano intendere dissapori con il suo amico e predecessore. L’ex leader sovietico Michail Gorbaciov aveva pubblicamente criticato certe considerazioni fuori luogo in un momento così difficile per l’economia federale. Alcuni osservatori erano giunti ad azzardare persino l’inizio di una lunga e tormentata campagna elettorale fino al 2012, data di scadenza del mandato di Medvedev.

A San Pietroburgo le paure dell’establishment si sono dissipate in pochi minuti e si ha per ora la quasi certezza che il duo proseguirà nella coabitazione senza sgambetti. Sapiente è stata la gestione della scena al Congresso con l’intero Paese interessato a scrutare sul futuro. Ambedue i grandi protagonisti sono apparsi insieme sorridenti e a proprio agio come se nulla fosse accaduto. Il presidente ha parlato di politica, il premier di economia.

E’ dall’inaugurazione dell’attuale presidenza, dal maggio 2008 che Medvedev e Putin evitano accuratamente di pestarsi i piedi in pubblico. Al massimo in situazioni separate volano le frecciatine. Gioco delle parti o no, la Russia vive una situazione differente dalla tradizione passata: lo zar od il segretario del Pc od il presidente è sempre stato uno solo, a governare e a decidere. Quando si è vissuto in situazioni di doppio potere il Paese è saltato per aria.

Dopo un primo anno in cui Medvedev è stato tranquillo a svolgere il compitino affidatogli adesso il giovane presidente cerca un suo spazio. Non vuole far passare alla storia il suo mandato come un semplice intermezzo prima della probabile terza presidenza Putin. Sicuramente non gli ha fatto piacere sapere che nella classifica degli uomini più potenti al mondo, stilata dal settimanale Usa Forbes, il suo primo ministro è al terzo posto e lui in Russia è preceduto non solo da Putin ma anche dal suo vice premier ed uomo ombra, Igor Sechin.

La differenza di personalità e di esperienza politica tra i due è notevole. Medvedev è il classico bravo ragazzo, di cui ci si può fidare, ma, in fondo, è un po’ noiosetto. Putin è decisamente più carismatico, è il figlio che tutte le madri russe vorrebbero avere.

Nell’immaginario collettivo il presidente viene associato oggi alla crisi economica, mentre l’attuale premier al boom ed allo sviluppo di inizio secolo. Putin è allo stadio quando la nazionale vince; Medvedev ha commesso il terribile errore di seguire nei giorni scorsi la Russia in trasferta in Slovenia dove la squadra di Hiddink ha perso partita e qualificazione ai mondiali di calcio in Sud Africa.

I mass media, controllati dallo Stato, hanno un ruolo decisivo in questa corsa a chi è più popolare, specialmente in un Paese immenso come la Russia, dove, per adesso si tira un sospiro di sollievo. Il messaggio, che giunge dalle rive della Neva, è uno solo: i due amici di vecchia data hanno riscoperto la simpatia di un tempo aiutati forse dall’aria frizzante di casa.


 Cambiare per tornare ad essere una grande potenza, ma diversa dal passato. E’ questa la nuova linea dettata dal presidente russo Medvedev nel suo discorso annuale alla nazione. Il vecchio modello economico sovietico è ormai superato, sono necessarie profonde riforme che aiuteranno lo sviluppo. “Fino a quando il prezzo del petrolio e del gas saliva – ha osservato Medvedev – c’era l’illusione che i cambiamenti strutturali potessero aspettare. Adesso non è più così”.

 La crisi economica ha colpito duramente la Russia che, per quasi un decennio, è cresciuta a tassi record di sviluppo. Ma ora le riserve auree si sono notevolmente assottigliate e, per la prima volta dopo anni, si vive con un budget statale in rosso. Più di un milione di persone rischia di perdere il lavoro nei prossimi mesi. Particolarmente grave è la situazione nelle quasi 400 città mono-industriali, nate attorno ad un’unica azienda al momento in crisi.

 “E’ indispensabile una modernizzazione multivettoriale”, ha proposto Medvedev, basata sui valori della democrazia. Basta con le nostalgie e le giustificazioni del passato o le accuse all’esterno. Il capo del Cremlino ha proposto una ricetta fatta di innovazione tecnologica, riorganizzazione della scuola e della società, concorrenza vera tra le imprese.

 Solo così si potrà creare un Paese non più con “un’economica arcaica”, basata sulle risorse e dipendente dalle esportazioni della materie prime, in cui i leader decidono per il popolo. Nell’ottica presidenziale, se questo progetto di modernizzazione avrà successo la Russia supererà i suoi atavici problemi e finalmente si costruirà “una società di persone libere e responsabili”.

 Medvedev ha, quindi, suggerito di mettere mano alla questione dei fusi orari, ben 11 nell’ex superpotenza. Lavorare in un Paese così esteso – vanto ma anche condanna per tanti – è assai difficile. Quando a Vladivostok si dorme a Mosca si è nel pieno della giornata e viceversa. Dagli studiosi si attende una proposta su cui non ci si era messi d’accordo nemmeno all’epoca di Stalin. In passato si era discusso di mantenere solo 4 fusi. La più realizzabile, secondo l’Istituto di Astronomia dell’MGU, è la versione con 8.

 Questo del giovane presidente sembra un vero e proprio manifesto per la modernizzazione della Russia. Il nodo centrale è chi possa trasformare in realtà queste scelte piombate dall’alto, ma condivise soltanto da alcune fra le fasce più elevate della popolazione. Quale è la base popolare su cui il Cremlino farà affidamento? I commenti di numerosi esperti indipendenti non sono positivi anche se vi è curiosità.

 Il settimanale americano Forbes ha intanto pubblicato la lista degli uomini più potenti del pianeta. Il premier Putin è al terzo posto dopo il presidente Usa Obama ed il cinese Hu Juntao. Medvedev occupa solo la 43esima posizione. Secondo Forbes il presidente russo è preceduto anche da Igor Sechin, vice ed “uomo-ombra” di Putin, responsabile per la politica energetica di Mosca.

 Il dubbio è che se questo manifesto fosse stato pronunciato dall’ex capo del Cremlino le possibilità di successo sarebbero state migliori ed ora si potrebbe parlare di tentativo di passaggio epocale per la Russia.


 One of the symbols of its land, a myth and a legend. Mikhail Kalashnikov has been a hero for generations of Soviets and Russians. For a long period the world thought that this man didn’t even exist and it was an invention of communist propaganda. “It was the Germans who turned me into an arms designer,” he says.

“ If I hadn’t taken part in the war, I would probably have made technology to ease the tough work of the peasants.”

 Mr Kalashnikov started working on his rifle, driven to design by Soviet defeats in the early years of World War II at the hands of far better-armed German soldiers. From the start, he clearly identified his own principles of design: his submachine gun should be simple and reliable. It was only in 1947, after the failure of numerous prototypes, that Kalashnikov’s design was accepted in a competition organised by the defence procurement agency. “I created this weapon primarily to safeguard our fatherland,” he says.

 Although some 100 million Kalashnikovs have been produced during its 60 years of service, only roughly half of them are licenced output, meeting Russian quality standards. 30 foreign producers currently make them and 55 countries are using the Kalashnikov, a weapon put on the Guinness Book of Records for its popularity.

 The Izhmash machine-building plant was the first to launch mass production of the AK-47 rifle that spawned a whole new generation of small arms.

 

Read Tony Halpin  The Times  November 11th, 2009

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