“Damascus is the “Stalingrad” of Russian diplomacy. After years of geopolitical withdrawal, Moscow has chosen Syria as a way to revive its image of power in the world. “Not one step back” is the Kremlin’s new strategy, as it was for the Red Army along the banks of the Volga river during World War II. To be more convincing, the Kremlin has simultaneously flexed its muscles by supplying sophisticated […]


Luglio 2009

 Un tempo le guerre tra Stati si combattevano sui campi di battaglia adesso sui mercati internazionali. E’ sintomatica la vicenda per la costruzione del gasdotto Nabucco. Questa pipeline dalla capacità conclusiva di 31 miliardi di metri cubi di metano l’anno ha l’obiettivo di trasportare il gas del mar Caspio fino al cuore del Vecchio Continente, evitando il territorio russo. L’opera lunga ben 3300 chilometri – duemila dei quali in Turchia – costerà l’astronomica cifra di 8 miliardi di dollari.

 Alla cerimonia per la firma ad Ankara per la costituzione del Nabucco erano presenti tra gli altri il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ed un alto rappresentante statunitense per l’Energia. Sia Bruxelles che Washington spingono per incrementare la concorrenza alla Russia, che attualmente fornisce circa il 30% del fabbisogno annuale all’Unione europea.

 Al Cremlino tutto ciò non fa chiaramente piacere. Mosca ha ribadito, non solo a parole, di essere un partner affidabile ed ha dato il via alla costruzione di due faraonici gasdotti – uno sotto al mar Baltico (insieme ai tedeschi) e l’altro sotto al mar Nero (con l’italiana Eni) per aggirare gli ostacoli ucraino e bielorusso che, negli ultimi tempi, avevano creato problemi alle forniture all’Europa.

 Il dubbio degli specialisti è, però, un altro: dove accidenti sia i russi che gli europei troveranno la materia prima per così tante condotte nuove oltre a quelle già esistenti. Il Cremlino finora ha giocato d’anticipo: ha acquistato gran parte della produzione del Turkmenistan, che si appresta a rifornire anche la Cina ed il Nabucco (10 miliardi). Stesso discorso per l’Azerbaigian (8 agli europei): due settimane fa il presidente Medvedev ha siglato con Bakù un’analoga intesa per cospicui approvvigionamenti.

 In linea teorica i fornitori del Nabucco dovrebbero essere anche Iran, Iraq e Kazakhstan. Teheran sta vendendo all’estero una grossa fetta di produzione al nero per aggirare le sanzioni: la difficile situazione politica interna non depone poi a favore del consorzio europeo; Baghdad sta muovendo i primi passi per rilanciarsi sui mercati internazionali dopo 6 anni di guerra; Astanà ha una politica multivettoriale, ma difficilmente entrerà in rotta di collisione con Mosca.

 L’inizio della costruzione della pipeline europea è posto nel 2010 mentre la conclusione nel 2014. Resta da definire la quantità che la Turchia tratterrà per i vari diritti di transito. Per settimane le discussioni non hanno portato ad alcunché come a lungo non si è capito chi fossero i veri finanziatori del progetto rimasto per anni in naftalina.

 Per gli europei il Nabucco è uno dei modi per cementare l’amicizia con Ankara. Se proprio non si riesce a farla aderire all’Ue che si facciano perlomeno dei buoni affari. Per ora non importa che tutto quel gas non esiste nemmeno nei sogni del più incorreggibile ottimista!

Mosca. “L’Ossezia è indivisibile” recita un’enorme cartellone all’ingresso dell’ex repubblica separatista georgiana. Di tornare sotto l’egida di Tbilisi manco a parlarne. Il sogno della gente di Tskhinvali non è, però, quello di rimanere indipendenti, ma di riunirsi con i fratelli del nord, facendo sventolare sul suo territorio il tricolore russo.
I disastri provocati dai confini, disegnati scriteriatamente in epoca sovietica, prima o poi emergono nella loro gravità. E’ bastato che uno spericolato presidente nazionalista volesse mettere mano allo status quo di una remota provincia separatista che il mondo, nell’agosto di un anno fa, ha rischiato una guerra globale. Quando le navi della Nato sono entrate inaspettatamente nel mar Nero i polsi in molte cancellerie hanno iniziato a tremare. I russi erano a soli 40 chilometri da Tbilisi e parevano non volersi fermare. Per fortuna la ragione, alla fine, ha prevalso, come nel 1962 a Cuba per la crisi dei missili.
Questi spaventosi eventi di dodici mesi fa paiono oggi lontani secoli all’opinione pubblica internazionale. Il cambio della guardia alla Casa bianca e la politica più morbida del Cremlino nel “vicino estero” garantiscono un periodo di riflessione. L’Alleanza atlantica ha scelto di rimandare l’analisi del complesso capitolo sull’adesione alla Nato di Ucraina e Georgia, terre di straordinaria importanza geostrategica.
In Ossezia come in Abkhazia, l’altra regione indipendentista georgiana, la tensione si taglia, però, sempre col coltello. Ai confini le scaramucce sono continue come le reciproche accuse. Dall’Osce all’Ue gli appelli alla calma si sprecano. Tbilisi si sta riarmando e Mosca sta cercando soluzioni alle troppe pecche evidenziate durante l’intervento militare dell’anno scorso. Il negoziato a Ginevra è in vicolo cieco, la ricostruzione viaggia a rilento, migliaia di profughi combattono ogni giorno con una quotidianità diventata impossibile.
Sono bastate elezioni contrastate in Moldova, la settimana passata, per rendersi conto che i contendenti hanno soltanto temporaneamente sotterrato l’ascia di guerra. I sottomarini russi in “navigazione” davanti alle coste statunitensi come durante la Guerra Fredda, proprio in questi giorni dopo decenni di assenza, non sono un bel segnale.
Le priorità adesso sono, comunque, altre in presenza di una pesante crisi economica: “resettare” le relazioni per giungere ad un accordo conveniente per la riduzione dei vecchi arsenali nucleari; unire le forze contro l’acuirsi del pericolo radicale in Asia.
Due questioni centrali rimangono, tuttavia, irrisolte. E’ possibile trovare una linea diplomatica comune e spiegare perché il Kosovo ha ottenuto l’indipendenza mentre l’Ossezia o l’Abkhazia o la Transnistria non hanno tali requisiti? La Russia da partner strategico può diventare un alleato dell’Occidente nell’arco di una manciata di anni? A queste domande serve trovare rapide risposte. In gennaio si terranno tesissime elezioni presidenziali in Ucraina. Il capitolo della Crimea, clamorosamente regalata nel 1954 da Nikita Chrusciov a Kiev, è già sulla bocca di alcuni politici russi.
Altri nodi stanno, quindi, inesorabilmente giungendo al pettine. Non prepararsi in tempo ad affrontarli significa rischiare di finire alla mercè dell’irresponsabile di turno o di logiche malsane e pericolose.

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Rossosch – Medio Don

Italiani in Russia, Ucraina, ex Urss


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