“Damascus is the “Stalingrad” of Russian diplomacy. After years of geopolitical withdrawal, Moscow has chosen Syria as a way to revive its image of power in the world. “Not one step back” is the Kremlin’s new strategy, as it was for the Red Army along the banks of the Volga river during World War II. To be more convincing, the Kremlin has simultaneously flexed its muscles by supplying sophisticated […]


На Украине началась предвыборная президентская кампания 19 октября 2009 года. Международная общественность интересуется ситуацией в бывшей социалистической республике. Один из вопросов – куда идет Крым.

Татьяна Ивженко  – Независимая Газета – 19.10.2009

статья

Слишком “Единая Россия”

 

Михаил Ростовский – МК

 Статья

Mikhail Rostovsky Moskovskij Komsomolets

Нестрашный Китай – 30.09.09

Михаил Ростовский – МК

статья

Mikhail Rostovsky Moskovskij Komsomolets

Договор о коллективной безответственности

Михаил Ростовский – MK

статья

 Lo scoglio Klaus sulla strada della definitiva entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Manca, infatti, soltanto il suo “sì” dopo l’approvazione da parte degli altri ventisei membri della cosiddetta mini -Costituzione. Il presidente ceco è conosciuto come il capo di Stato Ue più euroscettico del Vecchio Continente. Scalpore aveva fatto il suo incontro in Irlanda nel 2008 con Declan Ganley, capo del movimento “no a Lisbona”.

 Ad inizio ottobre, dopo un tentativo referendario fallito, Dublino ha dato luce verde al Trattato. All’appello mancavano così Varsavia e Praga. L’altro euroscettico, il polacco Lech Kaczynski, irritato per la sospensione americana del progetto che prevedeva il dislocamento dello Scudo spaziale Usa nel suo Paese, non ci ha pensato due volte ed ha firmato il documento già approvato dal Parlamento nazionale.

 L’imprevedibile Klaus si è, pertanto, ritrovato da solo a difendere gli interessi o a combattere le paure della “Nuova Europa”. Gli ex satelliti del Cremlino avevano accettato di aderire all’Unione europea nel maggio 2004 soprattutto per sfuggire alla secolare infelice situazione geostrategica con i russi terribilmente troppo vicini. Il loro timore, reso spesso pubblico, è che non si uscisse da un meccanismo  opprimente per entrarne in un altro. Nessuno voleva sostituire Bruxelles con Mosca dopo la gioia per la libertà ritrovata con il crollo del Muro di Berlino.

 La speranza, quindi, è stata per anni che i tentativi di rafforzare politicamente i Ventisette naufragassero. Va bene area economica – commerciale – democratica e di diritto, ma niente unione politica. Sarebbe calzata a pennello anche una Comunità a due velocità. In questi Paesi lo scontro è stato generazionale e sociale: i giovani col cuore e la mente verso l’Europa, gli anziani col pensiero all’America. 

 Klaus vuole ufficialmente garantirsi contro possibili rivendicazioni dei tedeschi dei Sudeti, espulsi nel 1945, e richiede delle modifiche sul capitolo dei diritti fondamentali. I polacchi provarono a sollevare un’analoga questione l’anno scorso, poi desistirono. Bruxelles seccamente gli ha risposto di non creare “problemi artificiosi”. Senza il Trattato di Lisbona, già di per sé lacunoso, si va verso la paralisi dell’Ue e nessuno è disposto ad accettare una simile situazione.

 I tempi per la firma di Klaus sono stretti. Nelle mani del presidente ceco si gioca il destino della mini-Costituzione continentale, già approvata dal Parlamento nazionale. Il 27 ottobre la Corte costituzionale si riunirà a Praga per sentenziare se il Trattato non contraddica la Legge fondamentale nazionale. Il 29, due giorni dopo, il summit dei leader europei. L’incubo per Bruxelles è che si debba riaprire il processo di ratifica in tutti i Ventisette membri.

Toni morbidi sull’Iran di Hillary Clinton nella sua prima visita ufficiale in Russia da Segretario di Stato Usa. “Non abbiamo chiesto alcunché – ha tenuto a precisare il capo della diplomazia statunitense in conferenza stampa insieme al collega Serghej Lavrov -. Abbiamo analizzato la situazione e l’abbiamo valutata”.

 Mosca è decisamente contraria ad imporre a Teheran ulteriori e più dure sanzioni. “Dobbiamo sforzarci in tutti i modi – le ha risposto il ministro degli Esteri russo – per mantenere aperto il dialogo. Minacce, sanzioni o pressioni più forti sono adesso controproducenti”. La diplomazia deve aver successo ad ogni costo, insomma, e l’Occidente deve essere riassicurato sui veri obiettivi del programma nucleare degli ayatollah.

 A Mosca Hillary Clinton è apparsa più conciliante rispetto alle dichiarazioni dei giorni precedenti. Un certo effetto hanno avuto sicuramente i non pochi complimenti a lei rivolti sia da Lavrov che dal presidente Dmitrij Medvedev.

 Dopo anni di gelo con l’Amministrazione Bush russi ed americani hanno pigiato il cosiddetto bottone del “reset” nelle loro relazioni bilaterali. E’ stata creata una commissione presidenziale composta da 16 gruppi di lavoro. Ampio è lo spettro dei problemi da affrontare insieme.

 Sull’Iran, questo uno degli elogi dei russi fatto alla Clinton, lei è “disposta a collaborare al massimo”. Il gruppo dirigente moscovita ha appoggiato in questi anni il programma atomico di Teheran sia tecnologicamente che diplomaticamente. Grandi sono i vantaggi economici – industriali – militari. Recentemente, però, la fazione pro-israeliana sta radunando maggiori consensi. Avere un vicino, storicamente non amico della Russia, con armi atomiche non è poi così conveniente, viene osservato.

 Il segretario di Stato Usa è stata abile da parte sua a sottolineare che è venuto il momento che Russia e Stati Uniti insieme “mostrino la loro leadership su tematiche come la Corea del Nord, l’Iran e la proliferazione nucleare”. Questa è vera musica per il Cremlino che con Bush si è sentito messo in disparte ed il ruolo della Russia ridimensionato a semplice potenza regionale.

 Quanto possa durare la luna di miele tra Mosca e Washington nessuno lo sa. Obama ha rinunciato per ora al dispiegamento dello Scudo spaziale Usa in Europa centro-orientale, aprendo di fatto la strada all’accordo per il rinnovo dello Start, una delle fondamenta del disarmo mondiale. Il negoziato a porte chiuse, ha riferito Lavrov, sta segnando “progressi sostanziali”. Si spera di rispettare la data del 5 dicembre, quando il vecchio Start perderà valore legale.

 Gli specialisti indipendenti dichiarano sicuri che verosimilmente russi ed americani avranno 1.500 testate nucleari operative a testa. All’inizio del 2009 Mosca poteva contare su 2.700, mentre Washington su 2.200. Il taglio è per entrambi irrinunciabile: troppo elevati sono i costi per la manutenzione considerando anche l’evoluzione tecnologica in atto. Le due ex superpotenze, che detengono il 95% delle armi nucleari al mondo, rischierebbero di dissanguarsi economicamente a favore di un qualche terzo incomodo.

 In futuro, si sono detti sicuri sia la Clinton che i russi, si potrà aprire anche il discorso su un sistema di difesa anti-missilistico comune. Nel 2007 Vladimir Putin aveva clamorosamente proposto a Bush l’uso di un paio di basi radar posizionate in Azerbaigian e nella Russia meridionale. Washington aveva risposto che l’offerta sarebbe stata valutata senza aggiungere altro. Far entrare Mosca nella vera “stanza dei bottoni” sarebbe una rivoluzione senza precedenti.

A dramatic change

30 Sep 2009

After May 2004 Central and Eastern Europe had a dramatic change. On one side Russia is trying to maintain its influence in the region, on the other former Kremlin’s satellites are looking for a new dimension. The European integration is one of the crucial topics in the EU agenda. The risk of isolating Moscow is real as its anger as a resurgent power.

The  western world needs Russia as a faithful ally for its raw material wealth, for its military capability, for its culture, for its experience in dealing with eastern peoples. There are too many existing challenges in the 21st century to do alone: nuclear proliferation, international terrorism, migration, climate changes, Chinese emerging power, reducing traditional energy sources.

Former Soviet republics and ‘new European’ States are seeking a difficult balance to reach. The history of the terrible for the entire Euro-Asian region 20th century still provokes political divisions in current affairs. How long will these problems continue to be painful?

Iran nuclear programme is the first topic in the international agenda after a secret  site has been recently discovered. President Obama decided to replace George Bush’s plan for the anti-missile Shield in Central Europe, clearing the way for better relationships with the Kremlin.

Iran maintains that its nuclear activities are peaceful, a view that is publicly shared by Russia, first supplier of atomic technology to the ayatollah. Prime Minister Vladimir Putin said earlier in September that there was no evidence that Iran was developing a nuclear bomb. The United States and Israel want Moscow to modify this position now.

The strange story of the Russian ship ‘Arctic Sea’  with a probable cargo of  S-300 anti-aircraft missile systems created anxiety in a number of European capitals. All options against Teheran, including the military,  are open in this moment. But what will Moscow do in case of an air attack against Iran? Will Russia miss the super-chance given by Obama to reset the relationship with the West?

 Barack Obama sospende la dislocazione dello Scudo spaziale Usa in Polonia e Repubblica ceca. L’Unione europea plaude alla decisione della Casa bianca, la Russia si gode la vittoria della fermezza, gli ex satelliti del Cremlino sprizzano rabbia da tutti i pori.

 Il dialogo Est-Ovest riparte da questo punto dopo le scelte unilaterali – alcune davvero incomprensibili – dell’Amministrazione Bush. A Washington serve l’ausilio russo per smontare la bomba iraniana. Altrimenti, tra pochi mesi, Obama o qualcun altro per interposta persona darà ordine ai bombardieri, invero con i motori accesi da tempo, di radere al suolo le centrali atomiche degli ayatollah.

 Il giallo della nave Arctic sea, scomparsa in Atlantico con un probabile carico formato da sistemi anti-missilistici SS-300, deve far riflettere. Lo stesso dicasi per il viaggio segreto “in privato” a Mosca del premier israeliano Netanyahu e successivamente quello ufficiale, ma inatteso e fuori calendario, del presidente Peres a Soci.

 Le decisioni di Washington sono figlie della gravissima crisi finanziaria in corso e dei dubbi sulla reale efficacia dell’attuale sviluppo tecnologico dello Scudo. La Russia non è vista come una minaccia per ora anche perché, lo ammette lo stesso ministro delle Finanze Aleksej Kudrin, il prezzo del petrolio è destinato a veleggiare intorno ai 50 dollari al barile nei prossimi tre anni.

 A queste quote il budget dell’ex superpotenza entrerà in una crisi maggiore di quella attuale. Un alto tasso di inflazione e disoccupazione elevata provocheranno non pochi problemi sociali. Il Cremlino avrà i suoi bei grattacapi, come se quelli di questi mesi non bastassero. L’industria ex sovietica, sopravvissuta al crollo dell’Urss e riadattata alle condizioni dell’economia di mercato, si è fermata irrimediabilmente e le sue produzioni non sono più concorrenziali in parte a causa dei prodotti a basso costo cinesi. Dove verranno trovati i fondi per gli ammodernamenti, non si sa. L’incidente alla centrale elettrica siberiana sintetizza lo stato di incuria in cui versano le infrastrutture.

 Con questa scelta Obama intende facilitare l’accordo con la Russia sul trattato Start, una delle fondamenta del disarmo, in scadenza il 5 dicembre. Si attende contemporaneamente alcune mosse distensive di Mosca che, invero, difficilmente si realizzeranno. I russi pensano di aver vinto. Potrebbero sprecare la seconda occasione per creare un mondo davvero libero, democratico e florido da Vladivostok a Vancouver. Washington lancia indirettamente un monito agli alleati ex satelliti del Cremlino a mettere da parte i rancori verso i russi, ma anzi con loro collaborare per sanare le ferite del recente passato. Basta contrapposizioni nel Vecchio Continente in presenza di un Medio Oriente esplosivo, di un terrorismo sempre in auge, di pericolose proliferazioni di armi e di fenomeni migratori di quasi impossibile contenimento. Il clamoroso passo falso è stato la scelta della data dell’annuncio. Il 17 settembre è da sempre una giornata di dolore: 60 anni fa i sovietici invadevano la Polonia, seguendo a ruota i nazisti. Ora, per Varsavia, doppio tradimento.

 Lo Scudo spaziale verrà, comunque, sviluppato dagli Usa a livello globale. E’ il progresso tecnologico ad imporglielo. Stati “non amici” hanno oggi la possibilità di produrre missili a medio raggio. Se non si vuole dipendere dagli umori del dittatorello di turno non c’è soluzione. Un sistema anti-missile regionale, integrato in quello Nato e forse con la Russia, verrà creato nel Vecchio Continente.

 La differenza è che oggi l’Ue plaudente dovrà mettere mano al portafoglio. Sono finiti i tempi dello “zio Pantalone” americano.

DSC01617

Mosca, 23 agosto 1939

Prove di dialogo tra russi e polacchi. Vladimir Putin propone un percorso di avvicinamento simile a quello realizzato da francesi e tedeschi, la cui riconciliazione ha posto le fondamenta per la costituzione dell’Unione europea. I due popoli slavi sono divisi da secoli di incomprensioni e guerre. E’ venuto il momento, secondo il primo ministro russo, di voltare pagina.

Per prima cosa Mosca e Varsavia hanno costituito una commissione mista di storici con il compito di analizzare le troppe differenze esistenti. La “memoria” nella “nuova Europa”, ex satellite del Cremlino, ed in Russia non ha ancora seguito quell’evoluzione dolorosa maturata nelle libere democrazie occidentali tra il 1945 ed il crollo del Muro di Berlino. I vari politici della regione si ritrovano, pertanto, oggi davanti a scogli insormontabili.

Il patto Ribbentrop–Molotov fu un “atto immorale – ha dichiarato Putin -. Tuttavia, l’Urss era rimasta sola, a tu per tu, con la Germania, poiché gli occidentali si rifiutarono di costituire un unico sistema di difesa collettivo”. Per l’ex presidente l’intesa di Monaco di Baviera, sancita pochi mesi prima nel settembre 1938 tra le democrazie europee ed Hitler, aveva scompaginato le fila dei nemici del nazismo ed aveva “portato sfiducia e sospetto”. Francia e Gran Bretagna spingevano il pericolo tedesco “verso Est”.

Ma è il tragico capitolo dell’eccidio di Katyn – 22mila polacchi massacrati dalla polizia segreta di Stalin nel 1940 – ad avvelenare i rapporti bilaterali e di riflesso raffreddare quelli europei col Cremlino. Mosca ha ammesso sì dopo cinque decenni le sue responsabilità, ma ha consegnato solo in parte la documentazione a propria disposizione – 67 tomi su 183 – per “ragioni di segretezza”. Putin, seduto affianco del collega polacco Tusk, ha chiesto ieri uguale possibilità d’ingresso negli archivi. Mosca vuole conosce la sorte dei propri 94mila militari, fatti prigionieri da Varsavia nel 1920.

DSC02028

Katyn

La storia dell’Europa centro-orientale nel XX secolo è una terribile sequenza di eventi sanguinosi. Chi più ne ha più ne metta. La mossa russa di voler finalmente discutere del passato serve ora a riaprire un qualche dialogo con i Paesi ex satelliti, dove la revisione impazza. In Ucraina, ad esempio, numerosi sono i monumenti eretti dedicati ad “eroi” nazionali macchiatisi di crimini efferati, spesso insieme alle SS naziste.

Le falsificazioni sono un pericolo reale e certe libere interpretazioni, che stravolgono verità provate, sono da troppo tempo utilizzate in chiave anti-russa. Il Cremlino se n’è reso conto. Interessante è la contemporanea pubblicazione, per la prima volta, da parte del controspionaggio russo SVR dei documenti sulla politica polacca tra il ’35 ed il ’45. Varsavia, allora, tentava di destabilizzare l’Ucraina ed il Caucaso. Sarà un ennesimo episodio di “disinformatsija”, in cui i russi sono maestri?

Per le scelte di Putin sono positivi i commenti di politici e mass media polacchi. “Una cosa saggia che avrà ripercussioni sui rapporti mondiali”, ha sottolineato l’ex premier Miller, conscio che la Polonia aveva offerto sul suo territorio siti per lo Scudo spaziale Usa in Europa.

La “nuova pagina”, a cui si riferiva Putin, si chiama mutua ricchezza. Mentre politici e storici infiammavano le proprie opinione pubbliche gli imprenditori hanno fatto in questi anni affari d’oro. L’interscambio tra russi e polacchi letteralmente vola!

Giuseppe D’Amato

DSC01901

Today in Warsaw

mantegna3

In silenzio, in ammirazione. Una donna fissa per lunghi minuti “La Sacra famiglia” di Andrea Mantegna. La mostra sul Rinascimento italiano è l’evento clou dell’anno al museo capitolino Pushkin. Un fiume di gente, soprattutto giovani, riempie le sale quasi tutti i giorni, ma nei fine settimana le file si allungano. La luce fioca cade sul quadro del maestro veneto in un ambiente sostanzialmente buio. Lo sfondo rosso delle pareti contribuisce a rendere l’atmosfera unica.

Il quadro del Mantegna era atteso con impazienza, poiché non vi sono sue opere nei musei russi. Particolare il destino di questo capolavoro. Dal 1945 al ’55 fu conservato proprio al Pushkin. Qualche mese prima di riconsegnarlo ai legittimi proprietari del museo di Dresda i russi organizzarono una mostra durata 5 mesi. “Ben 1,2 di visitatori – ricorda l’attuale direttrice del Pushkin Irina Antonova – vennero a vedere i tesori che sarebbero stati restituiti ai tedeschi”.

Ecco, quindi, in parte spiegata la grande attesa per godersi dal vivo questo capolavoro in olio della fine del quindicesimo secolo. Sue gigantografie capeggiano all’entrata di una delle gallerie più importanti del mondo. Alla biglietteria non si parla d’altro. Qualcuno sale di corsa una ripida scalinata di marmo, mettendo a dura prova il proprio fiato. Subito dopo lo stacco del tagliando d’ingresso il visitatore resta senza parole. La sala con il capolavoro è giusto di fronte, a qualche decina di metri, con quella saggia luce che illumina la meraviglia del Mantegna.

Farsi largo fra i tanti presenti e guadagnarsi una buona posizione d’osservazione non è facile. Bisogna attendere una manciata di minuti, rischiando qualche inavvertita spallata.

Il bambino in primo piano attrae subito l’attenzione. Il gioco dei colori lo mette ancor più in risalto rispetto alla sua naturale centralità nella rappresentazione. Ma tutte le figure, proposte su uno sfondo nero astratto, sono assolutamente a sé stanti. Il maestro veneto ottiene la concentrazione assoluta sull’uomo, che, come viene evidenziato dagli organizzatori della mostra, “è il maggior Dio dell’epoca del Rinascimento”. La tragica tensione di Giuseppe, la silenziosa pacatezza davanti alla sofferenza di Elisabetta (la madre di Giovanni Battista), il conquistante sentimento materno di Maria e la tranquillità infantile del Cristo, asseriscono i critici del Pushkin, non hanno analoghi nell’arte del suo tempo.

Mantegna (1461 – 1506) viene considerato il più “tragico e coraggioso” artista del primo Rinascimento italiano. Il suo amore per la civiltà latina è palese anche in questo capolavoro: il viso di San Giuseppe si avvicina a quello dei ritratti eroici sculturei del periodo della repubblica romana. I colori utilizzati creano un’espressione speciale di sentimento: solennità, gloria, ma anche dolore. Il restauro nel 2001 al J.Paul Getty Museum di Los Angeles ha davvero riconsegnato al capolavoro del maestro veneto tutte le sue splendide caratteristiche originali. Un fine vetro lo difende da flash fotografici e possibili attentatori.

Intorno al “La Sacra famiglia” sono posizionate opere di altri artisti rinascimentali quali ad esempio di Simone Martini, Dosso Dossi, Veronese, Vasari, Perugino. E’ un semplice assaggio che lascia comprendere la grandezza del Rinascimento italiano. I visitatori si accalcano anche intorno a queste bellezze alla ricerca del segreto di tali meraviglie.

L’amore dei russi per l’arte è un sentimento da sempre conosciuto. La collaborazione con gemelle istituzioni internazionali rende possibile l’organizzazione di mostre di così alto valore. In autunno il “Pushkin” si sdebiterà inviando un proprio capolavoro alla “Gemaldegalerie” di Dresda. La scelta è caduta su “La Sacra Famiglia e San Giovannino”, una tempera su tavola di Agnolo Bronzino. Il Rinascimento italiano impazza proprio nei musei di mezza Europa.

Primavera – Estate 2009

Welcome

We are a group of long experienced European journalists and intellectuals interested in international politics and culture. We would like to exchange our opinion on new Europe and Russia.

Rossosch – Medio Don

Italiani in Russia, Ucraina, ex Urss


Our books


                  SCHOLL