“Damascus is the “Stalingrad” of Russian diplomacy. After years of geopolitical withdrawal, Moscow has chosen Syria as a way to revive its image of power in the world. “Not one step back” is the Kremlin’s new strategy, as it was for the Red Army along the banks of the Volga river during World War II. To be more convincing, the Kremlin has simultaneously flexed its muscles by supplying sophisticated […]


Nikolajewka (oggi Livenka) – Eccola finalmente! Generazioni di italiani hanno sentito parlare di questa località sperduta nella steppa russa. E’ qui, come ad El Alamein o a Tobruk, che migliaia di nostri ragazzi hanno scritto una pagina eroica e drammatica della storia d’Italia, il 26 gennaio del ‘43.

Oggi è giorno di mercato. La via principale, per metà asfaltata e per metà in terra, è piena di camion che scaricano merci d’ogni tipo. La gente si accalca nella polvere. E’ vestita in maniera assai sobria e povera, tipica dei contadini della Russia meridionale.  Tre villaggi agricoli, unitisi in questo minuto pianoro fra le colline, costituiscono il paese, oggi conosciuto come Livenka. Le case a ridosso della ferrovia per l’Ucraina formano Nikolajewka, denominazione segnata sulle carte militari italo-tedesche, basate a loro volta su quelle russe della Prima guerra mondiale.

Niente ricorda la battaglia campale di 60 anni fa. Solo fuori paese in un prato nascosto, dove si trovava una fossa comune, Onorcaduti ha eretto una lapide. La nostra guida, il prof. Alim Morozov, ci fa visitare due sottopassaggi da cui sono passati parte delle truppe alpine e la stazione ferroviaria (oggi denominata Palatovka), dove i nostri hanno sfondato. <<E’ stata la vittoria della disperazione, della rabbia, della voglia di tornare a casa. O si passava o si moriva>>, ci ha raccontato il giorno prima a Rossosch, Guido Vettorazzo, allora poco più che ventenne, uno dei pochi della “Julia” che si è salvato. L’abbiamo incontrato nell’ufficio del sindaco in compagnia di tre altri “veci”. La vista dei loro bei cappelli con la piuma ci ha lasciato per qualche secondo senza parole.

 

Circa 5mila sovietici con mortai, cannoni e mitragliatrici avevano trasformato il terrapieno della ferrovia di Nikolajewka in un formidabile sbarramento, ci spiega la nostra guida. Alle 9,30 del mattino del 26 gennaio inizia l’assalto disperato degli italiani insieme a qualche reparto tedesco ed ungherese, forse 40-50mila uomini, male armati, mezzi congelati, affamati.

Alle 16 è già buio. Non si passa. Rimanere all’addiaccio avrebbe significato morire al gelo o arrendersi, dopo 10 giorni di marcia forzata nella neve, proprio a due passi dalla salvezza. All’improvviso il miracolo. Il generale Reverberi, comandante della “Tridentina” salta su un tank tedesco e grida <<Tridentina, avanti!>>, mettendo di nuovo in moto gli alpini ormai sfiniti. <<Né io né Guido abbiamo sentito quel grido – ricorda Adolfo Lovato della “Tridentina” – ma abbiamo visto una massa enorme di gente andare all’attacco>>. Così, combattendo all’arma bianca, gli alpini hanno sfondato e sono usciti dalla sacca in cui i sovietici li avevano chiusi.

Il corpo d’Armata alpino, diretto in un primo momento sulle montagne del Caucaso, era stato ridislocato a controllare le difese trincerate sul Medio Don nel settembre ‘42. Aveva stabilito il suo comando a Rossosch, allora centro con 14mila abitanti. <<La nostra era una missione pompata – sottolinea Vettorazzo -. Dopo la Grecia il fascismo si era inventato la Russia>>.

Ben presto, con il sopraggiungere dell’inverno, gli ufficiali si rendono conto dell’inadeguatezza dell’equipaggiamento. I maggiori problemi sono legati alle calzature. Roma cincischia su questioni di look. Così gli alpini sono costretti a scambiare con la popolazione locale cibo per vestiti e valenki (stivali caldi russi). Col gelo le armi e i camion non funzionano più. Sul piano militare, malgrado le assicurazioni alleate, gli italiani capiscono di essere vulnerabili, poco adatti ad una guerra in pianura. I tedeschi devono garantire la mobilità dell’intero schieramento di difesa sul Don.

Il 14 gennaio ’43 accade l’impensabile: malgrado il tempo inclemente i sovietici attaccano di sorpresa da sud con centinaia di tank, sbaragliando il 24esimo corazzato tedesco, prendendo le altre divisioni alle spalle. La frittata è fatta! Il giorno dopo gli alpini si ritrovano i carri armati di Stalin fin dentro Rossosch. Arrivano anche le truppe a bordo di jeep americane e camion speciali Usa trasportano l’artiglieria pesante. Il comando italiano dà l’immediato ordine di ritirata dal Don alla “Julia”, alla “Cuneense”, alla divisione di fanteria “Vicenza” ed alla “Tridentina”.

la ritirata

La ritirata – Museo del Medio Don

E’ l’inizio del calvario. <<Abbiamo ripiegato nel miglior modo possibile, all’improvviso>>, commenta Lovato.  Gli alpini abbandonano la maggior parte delle armi pesanti ed i veicoli. In poche ore i carri armati sovietici prendono il controllo delle strade principali, costringendo gli italiani a ritirarsi verso occidente in una folle corsa di circa 150 chilometri attraverso campi gelati e paesini sperduti per uscire dall’accerchiamento. Le imboscate sono frequenti, gli atti di eroismo non si contano. <<La temperatura doveva essere di giorno sui meno 20, di notte intorno ai meno 35 – sostiene Morozov -, ma il vento faceva sentir ancora di più il freddo. Nei campi c’era una sessantina di centimetri di neve, che, però, non era uniforme ed, in alcuni punti, poteva arrivare fino alle spalle>>.

In un primo momento, l’ordine è di ritirarsi verso Valuiki, che, però, è già stata occupata il 17 gennaio dai 10mila cosacchi. Ed è lì che finiranno annientati i resti della “Julia” e della “Cuneense”, 10 giorni dopo. <<Questo dà il senso dell’ignoranza dei nostri alti comandi – accusa amaramente Vettorazzo -. I collegamenti radio fra le divisioni non funzionavano>>. La confusione più totale che, dopo 60 anni, non ha trovato ancora una necessaria analisi critica fra i nostri militari. La “Tridentina”, invece, viene a sapere della situazione a Valuiki ed il generale Gariboldi dà ordine il 21 a Sheliakino di cambiare direzione e marciare su Nikolajewka. La colonna degli italiani, molti sbandati senza armi e a bordo di slitte di fortuna, è ormai lunga 40 chilometri con quello che rimane della “Cuneense” in retroguardia.

<<Lo scontro più sanguinoso che hanno avuto gli italiani in Russia è avvenuto il 20 gennaio qui a Novopostojalovka non a Nikolajewka – afferma sicuro Morozov, mentre ci mostra la strada dove era posizionata l’artiglieria sovietica e le izbe dove si erano nascosti i soldati di Stalin -. Circa duemila i morti in 30 ore con la “Cuneense” e la “Julia” praticamente decimate, costrette ad attaccare in campo aperto, per di più pieno di neve>>. In pratica, un vero suicidio. Gli italiani vengono respinti. Ma, poco più a nord, a Postojalyi, la “Tridentina”, arrivata da Podgornoje ed ancora efficiente, ha aperto una breccia.

Percorriamo la strada fino a Nikolajewka, passando per Warwarowka, Nikitowka, Arnautovo. E’ un susseguirsi di colline più o meno soavi e pianure che assomigliano ai nostri altipiani. Villaggi e fattorie si alternano spesso nel nulla. Ovunque si osservano mandrie di vacche e gruppi di oche che passeggiano lungo le strade. I russi viaggiano spesso a bordo dei trattori o su dei modelli superati di sidecar.

alpini asilo rossosch Davanti all’asilo di Rossosch. Da sinistra, Periz, Lovato, Morozov, Leonardi, Vettorazzo.

Gli italiani sostengono che il nemico era in numero nettamente superiore. Qualcuno azzarda a dire 1 a 10, 1 a 14. I sovietici affermano esattamente il contrario. Ed infatti in alcuni paesini, ci dice Morozov, sono stati costretti ad arruolare gli adolescenti della locale “gioventù comunista”. E’ evidente che la strategia dei generali di Stalin è stata vincente.

Il risultato finale è che la maggior parte delle Armate italiane è stata fatta prigioniera quasi senza combattere. Il balletto delle cifre cambia a seconda della fonte. 25-30mila i caduti in ritirata. L’ecatombe in Russia è avvenuta soprattutto fra i circa 70mila prigionieri o forse più, morti quasi tutti fra gennaio ed aprile ’43 per fame e freddo prima di arrivare ai lager, molti oltre gli Urali in Siberia. I sovietici non erano preparati ad accogliere tanta gente. Il cibo mancava anche per loro. Gianni Periz ci mostra alcuni dati, semplicemente agghiaccianti: solo 10mila prigionieri italiani sono tornati a casa dai lager sovietici.

All’appello, quindi, mancano in totale circa 100mila nostri militari. <<E’ difficile ricostruire i nomi dei caduti – ci spiega il maresciallo Andrea Muzzi, del Commissariato generale delle FFAA, incontrato per caso in albergo a Rossosch, dove stava programmando il piano per le esumazioni per l’anno in corso -. I carcerieri russi annotavano i nomi dei morti italiani in cirillico sui registri dei lager, chiedendo ai prigionieri il nome del deceduto e trascrivevano quello che capivano>>.

L’identificazione dei caduti è qualcosa, spesso, di impossibile. <<Come ci hanno detto i reduci – sottolinea da Roma il colonnello Paolillo – i nostri militari si levavano le piastrine: erano fastidiose! Queste erano di rame, così se oggi vengono ritrovate sono illeggibili>>.

Qualcuno dei dispersi può aver trovato rifugio in qualche fattoria, chiediamo ai due reduci alpini e a Morozov. La risposta è secca: <<No. Sono leggende cinematografiche>>. <<Allora il controllo delle truppe sovietiche – ci spiega la nostra guida russa – era ferreo. Conosco parecchi casi di italiani curati dai russi, ma poi consegnati alle autorità>>

Ogni tanto salta fuori qualche nuovo reperto: per caso, di recente, è stata ritrovata la gavetta del papà del sindaco di Cairo Montenotte (SV), Osvaldo Chebello, che è andato di persona a riprendersela. Nei racconti dei russi il disgelo quell’anno fu terribile: donne e bambini vennero mandati a sotterrare i cadaveri, che, per il timore di malattie, vennero buttati in fosse comuni, ora attivamente ricercate, tra mille difficoltà, dal programma di esumazione governativo italo-russo.

Circa 8mila caduti sono tornati in Italia e riposano nel sacrario di Cargnacco in Friuli.

Seguendo il motto <<ricordare i morti, aiutando i vivi>> gli alpini dell’Associazione nazionale (ANA) hanno costruito a Rossosch tra il ’92 ed il ’93 un asilo per i bambini russi.  L’“operazione Sorriso” ha mobilitato 773 volontari, divisi in 21 turni. Tutto il materiale necessario è stato portato dall’Italia. <<Non vogliamo monumenti – ha detto allora il bergamasco Leonardo Caprioli, presidente dell’ANA -. Coi russi dobbiamo ritrovarci nell’infanzia>>.

Lo studioso: Alim Morozov

Rossosch – Nel Medio Don lo studio della Campagna di Russia prosegue senza intervalli. Il professor Alim Morozov gestisce con grande impegno un museo (il Museo del Medio Don) all’interno dell’Asilo, proprio dove era dislocato il Comando d’Armata alpino durante la Campagna di Russia.  <<Abbiamo organizzato a Rossosch – ci racconta Morozov – una conferenza per il 60esimo anniversario degli eventi del ‘43. Hanno partecipato anche alcuni veterani russi. Invero sono rimasti in pochi, quasi tutte donne: soprattutto infermiere>>.

Mi levi una curiosità, Signor professore. Perché i prigionieri dell’Asse sono stati trasferiti ai campi di concentramento in un primo momento a piedi, con le tragiche marce del “davai” e non con i treni. Dopo tutto Rossosch è un nodo ferroviario strategico. <<Tutti i binari nei territori occupati erano stati cambiati con quelli di misura europea. Erano più stretti (di dieci centimetri) dei nostri a scartamento ridotto. I nostri treni non potevano viaggiare in quelle zone>>.

Però che efficienza, in così poco tempo… <<Le truppe di occupazione hanno utilizzato la popolazione civile ed avevano a disposizione reparti specializzati. Subito, hanno eseguito questo cambiamento ed in alcuni distretti hanno persino costituito nuove reti ferroviarie. Solo in primavera inoltrata (1943) i nostri treni hanno ripreso a viaggiare>>.

Quindi, questa è la vera ragione delle marce del “davai”? <<Nei mesi invernali la movimentazione delle truppe sovietiche d’attacco è avvenuta non per ferrovia. I territori adiacenti a quelli occupati non avevano reti ferrate per centinaia di chilometri>>.

Giuseppe D’Amato

In russo Битва Николаевки

Rada: Il Lager degli Italiani

In russo Ледяной ад Рады

Vedi anche Museo del Medio Don in DonItalia

In italiano Campagna di Russia, 70 anni dopo. Il ricordo nelle terre dove si è combattuto

museo1

Museo del Medio Don – Rossosch

 

 

Rada. Casella postale 188, Unione Sovietica -. L’aria è gelida. Il sole splende, ma non scalda. La neve arriva in certi punti quasi alle ginocchia. Aleksandra Stepanova Krushatina avanza senza indugio in questa foresta fittissima di querce e di pini. Malgrado i suoi 79 anni, il passo è sicuro, grazie anche ai “valienki” neri, tipici stivaloni russi di feltro, che ha ai piedi. <<Ecco, i prigionieri di guerra dormivano lì>>, ci indica rossa in volto per il gelo, dopo cinque minuti di passeggiata, un fossato pieno di neve, dove sono ancora visibili dei pali piantati nel terreno. Qui, a sei chilometri dal lager, si fermava per la notte una delle tante squadre che tagliavano le querce, il cui legno serviva all’Armata rossa per costruire ponti o veniva utilizzato nelle miniere del bacino carbonifero del Donbass in Ucraina orientale.

 Sessanta anni fa avveniva in Russia il più grande disastro della storia militare italiana e la maggiore ecatombe di nostri soldati di tutti i tempi. In tre fasi, tra il novembre ’42 ed il gennaio ’43, l’esercito sovietico circondò e mise fuori combattimento le truppe dell’Asse a Stalingrado e sul Don. Solo parte del Corpo d’armata alpino riuscì a ripiegare, rompendo l’accerchiamento a Nikolajewka il 26 gennaio ’43. L’avventura dell’Armir finiva lì, col successivo rimpatrio in primavera: secondo dati sovietici, in quei terribili mesi, morirono combattendo o di stenti circa 25mila soldati italiani, mentre approssimativamente 70mila furono fatti prigionieri. Per quest’ultimi iniziò un’odissea infernale. Solo 10.030 di loro tornarono a casa tra la fine del ‘45 ed il ’54.

 <<Non capivamo cosa dicevano i prigionieri. Ce ne erano di tutte le nazionalità>>, racconta Aleksandra, ancora molto lucida nei suoi ricordi, nella sua isba di legno, arredata come se il tempo non fosse mai passato. Alcuni prigionieri in divise gialle” lavoravano con la popolazione civile. <<Ma perché dovevano scappare? E poi dove? Dopo tutto avevano da mangiare>>, dice la donna seduta vicino ad alcune immagini sacre. <<I rapporti con loro – aggiunge Aleksandra – erano buoni: vi era anche un piccolo commercio di oggetti che venivano scambiati per cibo>>. Episodi particolari? <<Una volta ero con la mia amica Julia vicino alla stazione. Alcuni dei prigionieri ci gridavano in russo di avvicinarci ai vagoni. Volevano abbracciarci e proponevano di baciarci. Dopo tutto anche loro erano dei ragazzi giovani>>.

 L’ecatombe per gli italiani si ebbe nei primi 6 mesi di prigionia. La mancanza di ferrovie a scartamento ridotto obbligò i sovietici a sgomberare a piedi i prigionieri per centinaia di chilometri su strade innevate durante la stagione dei “morozy” (gelo) con temperature glaciali. Tanti sono i racconti tragici dei nostri sopravvissuti delle “marce del davai (in russo: forza, avanti)”, che si portarono dietro una spaventosa scia di sangue con soldati esausti, morti per la fame e gli stenti, o fucilati dalle guardie sovietiche. Una volta giunti alla ferrovia, i prigionieri venivano stipati come sardine in vagoni bestiame. Il viaggio durava giorni o settimane con scali eterni, quasi senza cibo ed acqua. Quando il treno raggiungeva i campi di smistamento e venivano aperti i vagoni piombati, erano più i morti che quelli rimasti vivi.

 E’ proprio in questa foresta che verso il Natale del ’42 arrivarono, mezzi congelati e vestiti di cenci, i primi fanti dell’Armir, riempiendo uno dei più grandi campi di concentramento dell’Urss, il lager 188 di Rada, nei pressi di Tambov, circa 480 chilometri a sud-est di Mosca. Accanto alla stazioncina ferroviaria c’è la prima fossa comune.

 In sei mesi, dal dicembre del ’42 entrarono a Rada 24mila prigionieri, di cui 10.118 italiani. Il lager non era attrezzato per accogliere tanti uomini, gli stessi carcerieri dormivano in ricoveri di fortuna. La mortalità era altissima: 1.464 a gennaio, 2.581 a febbraio, 2.770 a marzo. In 10 mesi sono state registrate 14.433 morti. La percentuale dei deceduti fra gli italiani del campo 188 è spaventosa: oltre il 70%.

 I racconti dei sopravvissuti di quel periodo sono semplicemente agghiaccianti: fame, freddo, malattie. Mancava tutto, fino alle cose più elementari. Le risse per un pezzo di pane erano frequentissime. I morti non venivano nemmeno sepolti, così gli uomini del bunker avevano una porzione in più da mangiare. L’abbrutimento era completo. Il lager diventò presto un letamaio ed un lazzaretto: la dissenteria faceva strage insieme al tifo petecchiale. I pidocchi non davano tregua e non si riusciva in nessun modo a debellarli.

 Il campo di concentramento di Rada venne creato alla fine del ’41: i sovietici avevano bisogno di un luogo per filtrare i propri soldati o partigiani “liberati”, sospettati di collusione col nemico per il solo fatto di essere stati catturati. I prigionieri vivevano in specie di bunker, grandi buche nel terreno (13 metri per sette) e una tettoia appena fuori terra, in grado di ospitare 80 uomini. Col tempo, il campo si allargò e le condizioni di vita decisamente migliorarono. Si riuscirono a celebrare persino le Sante messe a Pasqua e Natale. Nel ’47 Rada venne chiusa. <<Probabilmente per un litigio tra Stalin ed il generale De Gaulle – sostiene la nostra guida, Evghenij Pisarev -. E’ qui che erano tenuti prigionieri gli alsaziani e i loreni che Hitler aveva reclutato con la forza. Alcuni di loro furono spediti a combattere in Africa>>.

 L’Nkvd, la polizia segreta sovietica, distrusse il campo, cancellando ogni traccia, e la zona rimase chiusa, segreta, anche per la presenza nelle vicinanze di un poligono di tiro. <<Dimenticate!>> fu l’ordine impartito dalla Lubjanka. Tutte le cartelle personali dei prigionieri di Rada furono spedite all’Archivio militare di Mosca, dove rimangono gelosamente custodite. Ed <<è quasi impossibile consultarle – mette in chiaro lo storico moscovita Nikita Okhotin, che ha condotto studi sui comunisti italiani uccisi da Stalin -. Il ministero della Difesa italiano ha comunque ricevuto, agli inizi degli anni Novanta, delle microfiche con alcuni elenchi dei vostri militari>>.

 Elenchi che sono purtroppo in cirillico ed i cognomi sono difficili da decifrare e spesso non corrispondono a quelli dei soldati dell’Armir. A Tambov, città famosa per i lupi, all’archivio regionale è rimasto un fondo, dimenticato dal solito pressappochismo russo. <<Vi sono 44 cartelle con dati generali: ordini, elenco di materiale ed equipaggiamento. Le ritrovammo per caso intorno al 1990>>, ci dice l’archivista Tatjana Krotova, che ci mostra anche il rapporto sulla cattura di due fuggiaschi italiani, Felice Celoti (classe 1918) – classificato come antifascista – ed Angelo Calzani (1920), arrestati a 25 chilometri da Rada.

 Avanziamo tra la neve, alta un palmo, nel cimitero memoriale, inaugurato nell’agosto ’98, sul lato esterno del campo. Dopo decenni la memoria ha avuto finalmente il sopravvento sull’oblio. E lo storico pellegrinaggio di Carlo Azelio Ciampi, il 29 novembre 2000, ha contribuito enormemente a ricordare quei tragici anni. I cittadini di Tambov non dimenticano e parlano del presidente italiano con grande ammirazione. <<Qui – sottolinea Pisarev – non è mai venuto nessuno: né Eltsin né Putin né altri leader stranieri. Il vostro presidente sì>>. Il futuro capo dello Stato fu mandato nell’autunno ’42 a combattere in Albania nel corpo degli autieri, ma avrebbe potuto essere dirottato in Russia, proprio quando il fronte del Don crollava.

 E’ l’una. La temperatura è ben oltre i 20 gradi sottozero. Insomma sono le stesse condizioni climatiche trovate dai nostri militari 60 anni fa. Vi sono vari cippi commemorativi a ricordo delle migliaia di soldati, appartenenti a 29 nazionalità differenti (molti erano anche alleati dei sovietici: inglesi, americani, polacchi!), passati per Rada o sepolti qui intorno nelle gigantesche fosse comuni. Qui riposano per sempre tra 10 e 15mila nostri ragazzi. Di molti di loro non si conosce nemmeno il nome.

 Scopriamo dalla neve il cippo italiano. Il luogo lascia il visitatore senza parole ed incute commozione. Nella mente tornano le parole pronunciate da Ciampi a Tambov nel 2003: <<Gli Stati multietnici sono uno scudo contro le barbarie. Se non si tiene viva la memoria ogni cosa terribile del passato può tornare a ripetersi>>.

 Il personaggio: Pisarev

Tambov – <<Spesso non c’è una logica>>. Evghenij Pisarev è il massimo studioso russo del campo di Rada. La sua curiosità l’ha frequentemente messo nei guai soprattutto con l’omertoso potere sovietico locale, a metà degli anni Ottanta. La verità doveva, però, venire a galla ed il suo contributo è stato rilevante. <<Secondo me – afferma il 56enne giornalista, autore di un libro sul campo 188, – nelle fosse comuni di Rada ci sono almeno 50-60mila morti. Ufficialmente ce ne sono molti meno, ma quei documenti non sono veritieri. Per coprire l’alta mortalità, l’Nkvd diede ordine di utilizzare la dicitura “trasferito”>>.

Pisarevarchivio

Pisarev davanti all’archivio di Tambov

 

La presenza dei nostri militari è stata segnalata in oltre 400 lager dislocati su tutto il territorio sovietico. Continue furono le loro peregrinazioni, quasi senza senso, per l’Urss: dalla gelida Siberia all’afoso Uzbekistan, dal confine cinese all’Ucraina. Ai soldati dell’Armir, catturati sul Don, bisogna aggiungere anche i nostri militari, fatti prigionieri dai tedeschi su altri fronti e “liberati” dall’Armata Rossa, ma finiti nei campi di concentramento di Stalin. In totale, dai dati del Commissariato del ministero interno dell’Urss, dai 5mila luoghi di detenzione passarono 6 milioni di persone provenienti da 30 Paesi.Nell’inverno ’42 i sovietici non erano assolutamente pronti a dover gestire in poche settimane ben mezzo milione di prigionieri. Vi era in loro una volontà distruttiva sui vinti? <<No – dice Pisarev -. Non c’è mai stata. Ad esempio, il lasciare giornate intere i treni fermi sui binari con la gente pigiata nei vagoni senza cibo ed al gelo è un elemento tipico del solito casino russo, della disorganizzazione, del menefreghismo. L’unica attenuante è la guerra>>. I prigionieri stranieri hanno provato sulla propria pelle, né più né meno, quello che vivevano quotidianamente i cittadini sovietici. Ed è andata loro ancora bene. <<Non bisogna dimenticare – continua il nostro interlocutore, spesso balbettando, – che, negli anni Trenta, Stalin ha ucciso forse 20 milioni di persone. I prigionieri sovietici dei tedeschi, una volta nelle mani dell’Armata Rossa, sono finiti nei lager. Molti sono stati fucilati come traditori>>. Perché ci sono stati così tanti morti fra i militari italiani? <<Siete gente del sud – sostiene Pisarev -, non abituati al nostro clima ed alla nostra alimentazione. Per di più senza nemmeno il vestiario adatto. Hitler è stato un pazzo a volere gli italiani in Russia. Per fortuna la popolazione locale vi ha ben accolto ed aiutato, altrimenti quei poveracci morivano tutti>>.

Testimoni scomodi

 Tambov – Basta visitare il sito Internet dell’Associazione nazionale reduci di Russia per capire il perché l’Italia ha sempre cercato quasi di minimizzare la tragedia di 60 anni fa: non si volevano aprire ulteriori ferite. Poco chiaro è, infatti, il ruolo avuto dai fuoriusciti italiani sia nei campi di detenzione sia a Mosca, nel perorare la causa dei propri connazionali presso il potere sovietico. Alcuni di loro sono stati deputati e senatori della Repubblica nel dopoguerra. I francesi hanno messo da parte le dispute ideologiche passate, riuscendo a farsi un quadro preciso della tragedia in Russia con tanto lavoro negli archivi. Gli italiani, invece, non ancora. Il quindicennale “L’Alba” e Radio Mosca sono stati a lungo per i nostri prigionieri l’unico mezzo per sapere cosa succedeva nel mondo. Nei campi si trovavano solo pubblicazioni e libri comunisti in italiano. <<Nei lager – ci spiega Pisarev – vi erano agenti infiltrati, che cercavano potenziali futuri adepti da mandare alla scuola antifascista di Mosca e poi all’estero>>.

 Nelle cartelle personali vi era la voce sull’appartenenza politica e non erano pochi i documenti, ancora in archivio, in cui i sovietici segnalavano il numero dei militari convertiti o potenzialmente sulla via della conversione e gli agenti attivi. Da una nota del libro di Pisarev: <<Situazione al 1° ottobre 1944: (a Tambov) 4522 antifascisti, in particolare tra gli italiani 1700; tra loro attivi 42. Domande per la formazione per la lotta antifascista: tra gli italiani 1940 soldati, di cui 4 sono ufficiali>>. <<Secondo me, però, – sostiene il giornalista di Tambov – sono cifre inventate>>.

 La caduta del fascismo, il 25 luglio ’43, e l’8 settembre cambiarono molte delle convinzioni politiche dei nostri prigionieri. Il problema era, come scrive Carlo Vicentini in un suo libro, che <<non bastava essere antifascisti, bisognava essere comunisti>>. <<I contrari – aggiunge Vicentini al telefono – venivano isolati dall’Nkvd. A parte i capi, i commissari politici italiani erano dei poveracci. Spesso erano reduci della guerra di Spagna. Erano gli unici che parlavano l’italiano ed avevano il compito di fare propaganda. All’epoca del fascismo noi non sapevamo niente di cosa avvenisse al di fuori nel mondo. I sovietici non ci dovevano, però, obbligare a cambiare idea>>. A volte avvenivano lunghi interrogatori e nei campi era segnalata la presenza di delatori fra i nostri militari.

 I soldati vennero rimpatriati alla fine del ’45, mentre gli ufficiali, per ragioni politiche, ben dopo lo svolgimento del referendum del giugno ’46. L’opinione pubblica italiana era rimasta scossa dai racconti sulla prigionia in Urss dei primi sopravvissuti arrivati in Patria. Gli ultimi 28, rei non si di che cosa, furono liberati soltanto nell’inverno ’54.

 Giuseppe D’Amato

Vedi anche:
* Nikolajewka: la tragedia del Don
* DonItalia
* Museo del Medio Don – Rossosch

Rada Zona Monumentale

Ciampi

 

La Russia volta pagina nella continuità. Il delfino di Vladimir Putin, Dmitrij Medvedev, è il nuovo capo del Cremlino. L’affermazione è stata nettissima come nelle previsioni. Del resto Vizir non aveva alcun vero avversario.

medvedevChe il passaggio di potere nell’ex superpotenza sarebbe stato ridotto a pochi invitati era nella logica degli ultimi eventi. Mosca era impaurita da rivoluzioni sullo stile ucraino e georgiano, importate dall’Occidente, alcune delle quali con nascosti interessi geopolitici stranieri. Questa la spiegazione ufficiale, invero non priva di fondamento. L’eccesso di zelo ed il non voler salvare nemmeno le apparenze hanno disorientato e non poco. Nel ’96 e nel 2000, quando si temette il ritorno del comunismo, le cose andarono diversamente.

La Russia, per sua natura, vive ponendosi degli obiettivi strategici: negli anni Novanta Boris Eltsin fondò il sistema democratico in un Paese da sempre nelle mani delle autocrazie e delle dittature di turno; nel quadriennio successivo Vladimir Putin ebbe il gravoso incarico di mantenere intatta la Federazione, attaccata dal terrorismo, ed intaccata dal separatismo interno; quindi fu la volta della rinascita economica e di un rinnovato peso sulla scena internazionale.

Da oggi e per i prossimi quattro anni, la linea strategica da perseguire è nuova e pone, dopo secoli, il cittadino al centro dei pensieri del potere. Il miglioramento della qualità della vita dei russi è un’urgenza non più rimandabile in un Paese – attanagliato da una spaventosa crisi demografica – che perde ogni anno circa 700mila abitanti. La creazione di infrastrutture è il secondo compito, vitale per la crescita e lo sviluppo. Anche perché le vacche grasse stanno per finire. I tanti nodi, soprattutto sociali, rimasti nascosti dal boom economico sono destinati a venire ora al pettine.

Dmitrij Medvedev, fin dal 2005, è stato il responsabile dei quattro grandi Progetti nazionali di rinnovamento. Ecco in parte spiegata la sua scelta e non il semplice premio per essere stato un fedele compagno ed esecutore dei disegni di Putin per 17 anni.

Quando c’è la Patria di mezzo i russi sono estremamente pragmatici e non disponibili a giochetti. Eltsin si affidò ad uno sconosciuto ex agente del Kgb, ma dalle mille energie e dalle innate capacità, pur di raggiungere obiettivi, che sembravano allora delle chimere. I risultati ottenuti gli hanno dato ragione anche se si sono registrati grossi passi indietro su conquiste considerate ormai certe.

Il 42enne Medvedev appartiene alla generazione di chi ha conosciuto l’Urss, già da adulto, solo con la perestrojka gorbacioviana e non ne è un nostalgico. E’ un nuovo russo, fattosi col lavoro duro, amante delle comodità e della tecnologia. Insomma una persona con esperienze diverse da quelle di Putin.

Il neo-presidente avrà anche il compito non facile di riportare il suo Paese all’interno della Comunità che conta, strappandolo all’isolamento in cui è caduto nell’ultimo biennio. Gli Stati Uniti e l’Europa sperano che Mosca ritrovi la strada intrapresa da Eltsin e mostri che alcuni “valori” rimangono “comuni”. Se, invece, proseguirà la politica della “potenza” non è lecito attendersi alcunché di buono per il Vecchio Continente e la Russia verrà isolata sempre più verso Est e risucchiata dalla Cina.

Marzo – Maggio 2008

Interview to Mr. Lech Kaczyński, new Polish president – October 2005

 1. “It’s not true that especially people from the countryside and from the provinces voted for me. It’s a myth! Important parts of the Polish society are worried about market economy. We will change this attitude. However, we can’t deny that Donald Tusk has obtained a considerable amount of votes in big towns”.

  1. “I need a period of rest” (before stepping in as the new president).
  2. You have been described as an euro-sceptic. “I’m against the EU Constitution, but I was for the entry of Poland to the European Union on May 1st, 2004”.
  3. “I’m for the complete participation of Poland in EU, but I’m also for the defence of the Polish interests”.

Relationship with Russia? “It’s important for us to establish a firm policy towards Moscow. We are looking for EU members, who may help us to  carry on this political line”.

Intervista al presidente Lech Kaczyński – Ottobre 2005

Varsavia. Lech Kaczyński ed il gemello Jarosław sono stati innegabilmente i due grandi personaggi di questa interminabile tornata elettorale polacca, iniziata con le legislative del 25 settembre e proseguite con il primo turno delle presidenziali il 9 ottobre scorso. I due fratelli conservatori hanno sbaragliato completamente la concorrenza.

Il più giovane – essendo nato 45 minuti dopo – è stato eletto capo dello Stato al ballottaggio del 23 ottobre contro il liberale Donald Tusk in uno scontro tutto in famiglia fra eredi di Solidarność, mentre il maggiore si è imposto alle parlamentari, ma ha rinunciato alla carica di primo ministro a favore del semisconosciuto economista Kazimierz Marcinkiewicz. “Due fratelli Kaczyński al potere sono troppo per la Polonia”, hanno dichiarato di comune accordo.

 Chi ha lavorato con loro ha confidato che anche dopo anni è difficile riconoscerli. Lech è sposato ed ha una figlia, Jarosław invece non ha legami familiari. La loro carriera si è svolta all’ombra di Lech Walesa, che, tuttavia, ha appoggiato Donald Tusk insieme al presidente uscente Aleksandr Kwaśniewski.

 “Non è vero che mi hanno votato soprattutto nelle province e nelle zone rurali – dice il neoleader polacco -. E’ un mito! Ampie fasce della società sono preoccupate dell’economia di mercato. Cambieremo questo atteggiamento. Tuttavia, non si può nemmeno negare che Donald Tusk abbia ottenuto considerevoli consensi nelle grandi città”1.

Quale sarà la prima decisione che prenderà da presidente della Polonia? “Prima di tutto sarà necessario che mi prenda un piccolo periodo di riposo”2.

In alcuni ambienti di Bruxelles Lei è stato descritto come un euroscettico. Quale è la sua posizione sui rapporti con l’Unione europea? “Sono contrario alla Costituzione Ue, ma sono stato favorevole all’adesione del mio Paese all’Unione europea, avvenuta il primo maggio 2004”3.

 A Varsavia si fa un gran parlare della cosiddetta “Dimensione orientale”, ossia la politica estera da portare avanti nei confronti dei Paesi vicini ex sovietici. “Le ripeto. Sono per la piena partecipazione della Polonia all’Ue, ma sono anche per la difesa degli interessi polacchi”4.

A Kiev l’anno scorso, durante la rivoluzione arancione si è registrato quasi uno scontro tra l’Ue e Russia, tra Varsavia e Russia. Cosa succederà sotto la sua presidenza? In Ucraina e Bielorussia si voterà nella prossima primavera. “Per noi è importante definire una politica ferma da avere nei confronti di Mosca. Cerchiamo all’interno dell’Ue dei membri che ci aiutino a portare avanti insieme questo tipo di linea”5.

Giuseppe D’Amato

Interview to Mr. Lech Kaczyński, new Polish president – October 2005

 1. “It’s not true that especially people from the countryside and from the provinces voted for me. It’s a myth! Important parts of the Polish society are worried about market economy. We will change this attitude. However, we can’t deny that Donald Tusk has obtained a considerable amount of votes in big towns”.

  1. “I need a period of rest” (before stepping in as the new president).
  2. You have been described as an euro-sceptic. “I’m against the EU Constitution, but I was for the entry of Poland to the European Union on May 1st, 2004”.
  3. “I’m for the complete participation of Poland in EU, but I’m also for the defence of the Polish interests”.

Relationship with Russia? “It’s important for us to establish a firm policy towards Moscow. We are looking for EU members, who may help us to  carry on this political line”. 

kazancortile

Kazan, all’interno del cortile. A sinistra Dmitrij Khafizov

 Kazan. Un praticello all’interno di un cortile. Dei camion in manovra. Una fabbrica di tabacco. Proprio in questo rettangolo verde così trascurato è stata trovata l’icona della Madonna di Kazan, dopo un incendio spaventoso, nel giugno del 1579. E sempre qui sorgeva la chiesa, fatta saltare in aria dai bolscevichi, che, per secoli, ha conservato la sacra opera. 

Già ora arrivano i pellegrini, ci raccontano, ma restano fuori dalla porta non avendo il permesso d’entrata nel complesso industriale.

 Quella della Madonna di Kazan è la più famosa icona del mondo, quella maggiormente venerata dagli ortodossi russi, quella che rappresenta anche la riappacificazione tra le varie confessioni religiose.

 “Qui nei piani – ci dicono fonti della locale diocesi – vi è il progetto di costruire un santuario mariano, aperto anche ai musulmani, che da sempre la tengono in grande considerazione. A Kazan, terra oggi di convivenza pacifica tra cristianesimo ed Islam, la Vergine Maria apparve per la prima volta in Europa e sono tante le coincidenze con Lourdes”.

 La città tatara in riva al Volga era stata conquistata 7 anni prima da Ivan il terribile, quando una bambina povera di nome Matrona vide la Madonna, che le indicò dove si trovava l’icona, salvatasi miracolosamente sotto un cumulo di ceneri, non lontano dal locale Cremlino, fortezza. In segno di ringraziamento, il principe moscovita fece costruire una chiesa ed un monastero femminile, dove l’opera venne tenuta fino al 1904, quando venne rubata.

 

L'icona vaticana

L'icona vaticana

Secondo il giornalista Jurij Frolov, che, per 20 anni, ha studiato negli archivi, l’icona originale venne distrutta dai ladri che si impadronirono solo dei gioielli dell’intarsio. “Vi sono gli atti del processo – asserisce Frolov -. Parte della refurtiva fu ritrovata. L’icona, invece, venne bruciata nella speranza di farla franca”.

 Ma in Russia, prima della rivoluzione del 1917, esistevano, oltre all’originale altre tre icone sacre della Madonna di Kazan (probabilmente delle copie), ugualmente venerate e miracolose. Sono andate tutte perse, cancellate dalla furia comunista.

 I luoghi di culto, dove esse erano conservate, sono stati distrutti. A Kazan, come detto, i bolscevichi vi hanno costruito una fabbrica di tabacco; a Mosca è stata edificata una toilette pubblica sulle fondamenta della chiesa; a San Pietroburgo è sorto il museo dell’ateismo.

L’icona vaticana riemerse dalle tenebre della storia negli anni Cinquanta in Gran Bretagna. Fu promesso allora di restituirla alla Russia solo quando il comunismo fosse finito. Curiosa la coincidenza: 1904 (anno del furto) – 1917 (rivoluzione d’ottobre); 1991 (crollo Urss) – 2004 (riconsegna). Esattamente 13 anni.

 L’icona venne acquistata dall’organizzazione cattolica “Blue Army” e custodita a Fatima dal 1970 al marzo del ‘93, quando fu consegnata a Papa Giovanni Paolo II. Non si dimentichi che uno dei segreti di Fatima riguardava proprio la Russia.

 “E’ un’icona dipinta non più tardi dell’inizio del 18esimo secolo”, afferma Dmitrij Khafizov, membro di uno dei gruppi di esperti, incaricato delle perizie. “Non è nessuna delle 4 sacre conosciute – continua Khafizov -, ma fa ugualmente i miracoli. Ed è la più preziosa finora ritrovata”.

 Gli specialisti hanno a lungo discusso. Ma non sanno dire con certezza da dove sia saltata fuori l’icona vaticana. “Non è nemmeno la quarta icona sacra – afferma Khafizov -, quella detenuta dalla famiglia imperiale, Romanov. Le dimensioni sono diverse. Tuttavia, per il gran numero di gioielli preziosi dell’intarsio, si può dire che solo uno zar o dei principi potevano portare in dono simili pietre”. Frolov, invece, è convinto che questa icona sia quella scomparsa dal monastero di Serafimo-Diveeskij non lontano da Nizhnij Novgorod.

 Polemicamente, il Patriarcato di Mosca ha segnalato che l’icona vaticana è soltanto una copia e l’evento della riconsegna non è così importante. I rapporti tra le due Chiese sono tesi da anni. “E’ solo politica. Tutte le icone sono delle copie – spiega Khafisov -. Se il Patriarca, il Papa ed il presidente Putin hanno a cuore il ritorno dell’icona ci sarà pure una ragione. Che siano gli specialisti a dire la loro!” Ma attenzione rimarca Aleksandr Pavlov segretario della diocesi di Kazan “questa icona è il simbolo della rinascita spirituale del Paese”.

Giuseppe D’Amato

 

Estate 2004

 

 

  Sessant’anni da quel terribile 1945. Il mondo ricorda. Vecchie ferite si riaprono immancabilmente, mentre tornano alla mente tragedie passate. L’Europa centro – orientale inizia a fare i conti liberamente con la storia ad un quindicennio dalla dissoluzione del comunismo. Troppe le pagine volutamente dimenticate o mistificate che spingono verso la riscoperta della memoria collettiva.

 “Diciamo oggi una volta per tutte – ha ammonito il presidente russo Vladimir Putin ad Auschwitz in gennaio – che ogni tentativo di riscrivere la storia, cercando di mettere sullo stesso piano vittime e boia, liberatori ed occupanti, è amorale e non compatibile con la coscienza della gente, che si considera europea”.

 La Seconda guerra mondiale sul fronte est è stato un inferno e le sue conseguenze sono cessate solo nel 1989 col crollo del Muro di Berlino. Se vincitori e vinti del conflitto si sono alla fine riconciliati, un solco profondo rimane ancora oggi tra i russi e i popoli caduti nell’oblio, sotto il tacco di Stalin. Estoni, lettoni, lituani, polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi dovettero sopportare, per mezzo secolo, chi la dominazione sovietica chi un regime politico altrui.

 Dopo lo scioglimento dell’Urss due emigranti di quegli anni bui, il lituano Valdas Adamkus e la lettone Vaira Vike-Freiberga, sono tornati in Patria ed adesso ne sono diventati capi di Stato. Nei Paesi baltici è forte la volontà di scoprire la verità, di ricostruire i legami con chi è stato deportato in Siberia. Nel novembre ‘98 la presidenza della repubblica lettone ha costituito un Comitato di storici (locali ed internazionali) per studiare il periodo contemporaneo: le due occupazioni tedesca e sovietica. Tanti sono i volumi già pubblicati.

 Quanto sia stato tribolato il Ventesimo secolo a quelle latitudini balza subito agli occhi. A Riga il museo dell’Occupazione si trova proprio davanti al monumento ai fucilieri lettoni, una delle divisioni d’élite dell’esercito zarista durante la Prima guerra mondiale, che passarono con armi in pugno con i bolscevichi e diventarono tra i più ferrei difensori della Rivoluzione d’ottobre.

Lettonia prof. Vestermanis

Lettonia prof. Vestermanis

 Se si visita la Sinagoga della capitale lettone si odono i racconti dei sopravvissuti, che confermano che i criminali di un tempo non erano solo di nazionalità germanica. Accusa confermata anche ufficialmente. “Tra le Waffen SS lettoni, le unità collaborazioniste create dai tedeschi con militari locali, vi erano anche molti assassini”, conferma Margeris Vestermanis, storico prestigioso, sfuggito alla morte miracolosamente in quegli anni terribili. “E’ stata la pubblicistica – continua uno dei componenti della Comitato statale – a creare il mito dei combattenti lettoni per la libertà, gente che aiutò gli Alleati anglo-americani. Nessuno dei contendenti aveva promesso l’indipendenza della Lettonia”. Nell’autunno 2003 il rabbino capo di Russia, Berl Lazar, ha chiesto un intervento del premier israeliano Sharon sui governi baltici contro le mistificazioni storiche.

 Estonia, Lettonia e Lituania sono rimasti stritolati tra Hitler e Stalin ed hanno visto nel 1940 la loro sovranità sfumare. Allora in molti scelsero di combattere contro l’Urss, anche dopo la fine del conflitto nelle foreste. “Nessuno giudica mai il vincitore”, sostiene Nikolajs Romanovskis, presidente dell’Associazione dei soldati nazionali lettoni che aggiunge “noi abbiamo scelto i tedeschi perché erano i nemici del comunismo. Erano amici solo per quel momento. Dovevamo combattere un nemico che aveva già deportato ed ucciso parte del nostro popolo”.

 Ogni volta che in Estonia e Lettonia si discute di innalzare un monumento ai legionari delle Waffen SS scoppiano le polemiche. Nel 2002 a Parnau venne installato un busto in ricordo dei morti estoni per la libertà. Il militare raffigurato, però, aveva le insegne delle SS. Dopo pochi giorni il busto è stato prontamente levato.

 Allo stesso tempo, in Estonia e Lettonia sono cominciati i processi contro gli ex partigiani dell’Armata rossa, alcuni dei quali sono finiti in galera per aver compiuto crimini durante la guerra. Pesanti sono state le critiche del Cremlino. Per il cittadino comune russo i baltici sono solo dei “semplici fascisti”.

 Dinamiche assai simili, ma meno rimarcate di quelle baltiche, con lo scopo di recuperare la “memoria perduta”, si osservano anche in Ucraina occidentale ed in Polonia. Le due comunità sono assai influenti in Canada e negli Stati Uniti. Gli ucraini all’estero hanno dato un sostanzioso contributo alla “rivoluzione arancione” del neo presidente Jushenko, che, da anni, spinge verso la riscoperta dei simboli nazionali. Il suo predecessore, Leonid Kuchma, era stato il regista della riappacificazione con i polacchi per i massacri di Volinia con centinaia di migliaia di morti inermi nel ‘43.

 Sulle relazioni russo – polacche pesa ancora come un macigno l’eccidio di Katyn, oltre 20mila militari di Varsavia, prigionieri di Mosca e trucidati a sangue freddo dall’NKVD, il progenitore del Kgb. Putin ha consegnato al collega Kwasniewski parte dei documenti rinvenuti negli archivi. Manca, però, ancora un atto simbolico.

 Dopo le accese polemiche per la crisi politica in Ucraina il capo del Cremlino è stato il principale ospite al 60esimo anniversario per la liberazione di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche. Kwasniewski ha sottolineato più volte il sacrificio delle centinaia di migliaia di russi morti per la liberazione della Polonia dai nazisti. Se nell’immaginario collettivo dei russi i polacchi restano degli amici, in alcuni ambienti di Varsavia i russi sono visti come una minaccia alla libertà del proprio Paese.

Una spinta necessaria per un futuro migliore

 In Europa centro-orientale, quando si discute del passato, si litiga quasi su tutto. “Certo – ha velenosamente polemizzato a distanza con Putin il presidente lettone Vaira Vike-Freiberga –, noi non tenteremo di convincere e non cambieremo la coscienza di quegli anziani russi che il 9 maggio avvolgeranno il pesce essiccato nel giornale, berranno la loro vodka e si metteranno a cantare canzoni popolari di bassa lega ed insieme ricorderanno come loro eroicamente conquistarono il Baltico”. Per il ministero degli Esteri di Mosca in Lettonia “i sentimenti di revanchismo storico sono attivamente sostenuti anche dalle più alte cariche statali”.

 Riga ha pubblicato un volume dal titolo Storia della Lettonia: il 20esimo secolo, che la Freiberga ha regalato a Putin. Polemiche a parte, il presidente lettone – unico tra i capo di Stato baltici – ha già reso noto che il 9 maggio, giorno dei festeggiamenti per la fine della “guerra patriottica”, sarà sulla Piazza rossa a Mosca insieme a tutti i maggiori leader mondiali. Il Parlamento di Riga appoggia le scelte presidenziali.

Lettonia Commissione storici

Lettonia Commissione storici

 “Oltre a commemorare chi perse la vita durante la guerra – si legge in un messaggio della Freiberga al Paese – non dobbiamo dimenticare i crimini contro l’umanità commessi sia da Hitler che da Stalin. Per la Lettonia, l’inizio della fine della Seconda guerra mondiale giunse molte decadi dopo, il 4 maggio 1990, insieme con il crollo dell’impero sovietico e la restaurazione dell’indipendenza nazionale dopo 50 anni di occupazione… La Lettonia invita la Russia a condannare il patto Ribbentrop – Molotov e i crimini del totalitarismo”.

 Nel ’39 sovietici e tedeschi si spartirono l’Europa centro – orientale e le conseguenze di quell’atto sono state pagate a duro prezzo dai popoli della regione. In un incontro a Mosca il presidente estone Ruutel ne ha parlato con Putin. “Al momento solo una valutazione storica è possibile – ha dichiarato l’ufficio stampa del Cremlino -. Non c’è possibilità di una valutazione giuridica per le realtà correnti”. Russia ed Estonia hanno problemi di demarcazione dei confini ancora non risolti. Ruutel ha raccontato che Putin si è impegnato a considerare nullo il patto di non aggressione del 1939. Il 9 maggio, forse, vi potrebbe essere l’annuncio ufficiale nel tentativo di iniziare un vero corso di riconciliazione.

 E ce ne sarebbe un gran bisogno visto la situazione dei russofoni nel Baltico e degli scontri continui Ue – Russia: dichiarazione improvvida sulla tragedia di Beslan e crisi Ucraina, soprattutto.

Ingombranti simboli del passato

 Ma perché solo la svastica e i simboli del nazismo? E’ polemica al Parlamento europeo, dove i deputati dell’Europa centro – orientale hanno chiesto di includere anche la falce ed il martello tra ciò che deve essere vietato. “C’è un doppio standard nel trattamento delle ideologie di estrema destra e di estrema sinistra” in Europa, hanno accusato il centrista di destra ungherese Jozsef Szajer ed il lituano Vytautas Landsbergis. “Persino oggi manchiamo di un giudizio del passato totalitario comunista”, ha rincarato la dose l’estone Tunne Kelam.

 Il commissario alla Giustizia, Franco Frattini, non ha, però, accolto le osservazioni. Un suo portavoce ha segnalato la volontà di differenziare simboli nazisti da quelli sovietici. La norma di divieto della svastica è inserita nella legge contro il razzismo e la xenofobia. Il dibattito politico sui simboli nazisti è iniziato dopo che il principe britannico Harry aveva indossato ad una festa un vestito con simboli nazisti.

 Anche nell’ex Urss, tuttavia, ci si pone il problema delle statue dedicate a Stalin. Se fino al ’91 ne si poteva vedere una a Gori, città natale del “padre dei popoli”, adesso alcuni monumenti sono stati innalzati, non senza critiche, in Russia, dove, da quasi un anno, ci si sta preparando attivamente alle celebrazioni per la sfilata della vittoria sulla Piazza rossa.

 Non così, ai primi di febbraio, a Yalta, dove si è ricordata la Conferenza che definì il destino dell’Europa per mezzo secolo. Niente, se non qualche foto al palazzo Livadisky, ha ricordato il dittatore georgiano. Il potere stalinista, secondo alcuni calcoli, ha provocato più lutti in Urss che la Seconda guerra mondiale (27 milioni). I tatari crimeani, deportati in Siberia, hanno minacciato disordini. Le autorità locali hanno preferito dare risalto alla statua dedicata al presidente statunitense Roosevelt, una delle più grandi mai erette.

Giuseppe D’Amato

“По-моему, россияние находятся в таком очень сложном положении, они еще находятся в ментальном плену прошлого. Огромное государство, с огромным авторитетом и позицией в мире, вдруг остается Россия, Россия обедневшая, с разными проблемами, трудностями, и в этоже время наступают такие явления, которые для них очень болезненны, связанные с тем, что происходит на Украине. Некоторые высказывания политиков Польши им тоже не понять”.generaleJaruzelski

  Можно пример?

“Вспоминают все время горькое прошлое, для нас оно горькое, а они видят другое. У нас некоторые недооценивают роль Советского Союза в разгроме гитлеровской Германии. Говорят, что одна оккупация сменилась другой. Это для них очень болезненно. Я это понимаю и считаю, что это неправильно. Потому что оккупация фашистская, немецкая это действительно страшная оккупация. А это был ограниченный суверенитет со стороны России, и трудно это назвать оккупацией. Они очень болезненно это воспринимают, тем более, что в польской земле лежат 600 тысяч советских солдат. Их памятники сносят, и так далее”.

 Я думаю, что этого аргумента России недостаточно…

“Они очень болезненно это воспринимают. Но с другой стороны, есть там и националистические, постимпериальные настроения. Я думаю, что должно пройти еще лет 10-20, прийдет новое поколение, и эта история уже не будет такой острой…”

“А на сколько опасно сейчас объединиться с Украиной, защищать вступление Украины в европейское сообщество и оставить Россию за бортом. Насколько есть такая опасность, что Россия может остатся на краю, что границы Европы могут проходить по границе Украины.

 Это в каком-то смысле уже совершилось сейчас”.

  Украина идет по пути Европы, а Россия может остаться за бортом.

“Россия это можно сказать континент. Это не просто такое одно государство. Она не войдет в ближайшее время в рамки евросоюза или чего-либо еще. Сейчас самое главное, чтобы было хорошее сотрудничество, взаимопонимание. Россия имеет огромные возможности, сырьевые особенно: нефть, газ… Если их связать с технологическими возможностями Запада, это дало бы огромные шансы России, ускорение модернизации”.

 А Вам не кажется, что руководство России отходит от европейских стандартов…

 “Есть такие некоторые показатели, которые об этом свидетельствуют. Но с другой стороны я стараюсь смотреть на это более спокойно, потому что повернуть назад историю уже не удастся. Уже нет возможности вернуться к сталинизму,  даже ко временам Брежнева. Это не возможно. Сейчас приспосабливаются  к новым условиям, и Путин принял приоритет, чтобы было сильное государство, чтобы было управляемое государство, и поэтому он хочет все взять в руки. До какого-то момента можно это понять, потому что очень сильно все было разрушено, расшатано, но самое главное, чтобы это не перешло слишком глубоко, в такую твердую авторитарную систему”.

 А Вы видите опасность этого?

“Опасность всегда есть, но я верю, что до этой крайности не дойдет”.

 Было выгодно для Польши войти в ЕС?

“Очень выгодно. Я лично большой сторонник нашего входа в ЕС. Я считаю, что у нас огромный шанс, и не только в смысле экономическом, хотя это, можно сказать, основное, чтобы приблизиться к  экономическому уровню Западной Европы. Но это важно также в ментальном смысле. Войти в орбиту демократических государств, стран, которые имеют уже опыт демократии. Окрепли уже политические силы, политические партии, которые у нас все новые появляются, уходит одна, приходит другая: все еще не образовалась такая нормальная политическая картина. И я думаю, что вход в ЕС дает нам шанс, чтобы вырасти в нормальную…”

 Как может Польша влиять на политику ЕС на востоке.

 “В каком то смысле может влиять, все- таки  40-миллионное государство, в центре Европы, как раз на границе востока с западом. Мы имеем большой опыт отношений с востоком, с Россией, Украиной, тут есть и язык, и разные общие решения и я думаю, что мы были бы таким очень выжным мостом между Россией и евросоюзом. Пока это не получается, потому что у нас отношения с Россией не очень важные (хорошие), но по самой природе мы должны в этом направлении идти”.

 Есть идея некоторых экспертов, напр., Бржезинский,  круг некоторых американских политиков и так далее, что Украина, Польша и Прибалтика могут быть поясом, изолирующим Россию. Как Вы думаете, это хорошая идея?

 “Не хорошая. Любая изоляция плоха. Она рано или поздно кончится провалом. Самое главное делать все, чтобы избежать этого. Россия имеет сейчас критическое положение, большие трудности, но это огромная страна. Если взять сейчас сырьевой потенциал России – это 30 биллионов долларов, США – 6, Китай – 5, а Западная Европа пол-биллиона. Это значит, какие возможности имеются, если взять западные технологии и связать с этой огромной сырьевой базой!  Поэтому надо сделать все, чтобы не отгораживаться, а приближать диалог”.

Джузеппе Д’Амато 

2005

Luglio 2009

 Un tempo le guerre tra Stati si combattevano sui campi di battaglia adesso sui mercati internazionali. E’ sintomatica la vicenda per la costruzione del gasdotto Nabucco. Questa pipeline dalla capacità conclusiva di 31 miliardi di metri cubi di metano l’anno ha l’obiettivo di trasportare il gas del mar Caspio fino al cuore del Vecchio Continente, evitando il territorio russo. L’opera lunga ben 3300 chilometri – duemila dei quali in Turchia – costerà l’astronomica cifra di 8 miliardi di dollari.

 Alla cerimonia per la firma ad Ankara per la costituzione del Nabucco erano presenti tra gli altri il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ed un alto rappresentante statunitense per l’Energia. Sia Bruxelles che Washington spingono per incrementare la concorrenza alla Russia, che attualmente fornisce circa il 30% del fabbisogno annuale all’Unione europea.

 Al Cremlino tutto ciò non fa chiaramente piacere. Mosca ha ribadito, non solo a parole, di essere un partner affidabile ed ha dato il via alla costruzione di due faraonici gasdotti – uno sotto al mar Baltico (insieme ai tedeschi) e l’altro sotto al mar Nero (con l’italiana Eni) per aggirare gli ostacoli ucraino e bielorusso che, negli ultimi tempi, avevano creato problemi alle forniture all’Europa.

 Il dubbio degli specialisti è, però, un altro: dove accidenti sia i russi che gli europei troveranno la materia prima per così tante condotte nuove oltre a quelle già esistenti. Il Cremlino finora ha giocato d’anticipo: ha acquistato gran parte della produzione del Turkmenistan, che si appresta a rifornire anche la Cina ed il Nabucco (10 miliardi). Stesso discorso per l’Azerbaigian (8 agli europei): due settimane fa il presidente Medvedev ha siglato con Bakù un’analoga intesa per cospicui approvvigionamenti.

 In linea teorica i fornitori del Nabucco dovrebbero essere anche Iran, Iraq e Kazakhstan. Teheran sta vendendo all’estero una grossa fetta di produzione al nero per aggirare le sanzioni: la difficile situazione politica interna non depone poi a favore del consorzio europeo; Baghdad sta muovendo i primi passi per rilanciarsi sui mercati internazionali dopo 6 anni di guerra; Astanà ha una politica multivettoriale, ma difficilmente entrerà in rotta di collisione con Mosca.

 L’inizio della costruzione della pipeline europea è posto nel 2010 mentre la conclusione nel 2014. Resta da definire la quantità che la Turchia tratterrà per i vari diritti di transito. Per settimane le discussioni non hanno portato ad alcunché come a lungo non si è capito chi fossero i veri finanziatori del progetto rimasto per anni in naftalina.

 Per gli europei il Nabucco è uno dei modi per cementare l’amicizia con Ankara. Se proprio non si riesce a farla aderire all’Ue che si facciano perlomeno dei buoni affari. Per ora non importa che tutto quel gas non esiste nemmeno nei sogni del più incorreggibile ottimista!

Mosca. “L’Ossezia è indivisibile” recita un’enorme cartellone all’ingresso dell’ex repubblica separatista georgiana. Di tornare sotto l’egida di Tbilisi manco a parlarne. Il sogno della gente di Tskhinvali non è, però, quello di rimanere indipendenti, ma di riunirsi con i fratelli del nord, facendo sventolare sul suo territorio il tricolore russo.
I disastri provocati dai confini, disegnati scriteriatamente in epoca sovietica, prima o poi emergono nella loro gravità. E’ bastato che uno spericolato presidente nazionalista volesse mettere mano allo status quo di una remota provincia separatista che il mondo, nell’agosto di un anno fa, ha rischiato una guerra globale. Quando le navi della Nato sono entrate inaspettatamente nel mar Nero i polsi in molte cancellerie hanno iniziato a tremare. I russi erano a soli 40 chilometri da Tbilisi e parevano non volersi fermare. Per fortuna la ragione, alla fine, ha prevalso, come nel 1962 a Cuba per la crisi dei missili.
Questi spaventosi eventi di dodici mesi fa paiono oggi lontani secoli all’opinione pubblica internazionale. Il cambio della guardia alla Casa bianca e la politica più morbida del Cremlino nel “vicino estero” garantiscono un periodo di riflessione. L’Alleanza atlantica ha scelto di rimandare l’analisi del complesso capitolo sull’adesione alla Nato di Ucraina e Georgia, terre di straordinaria importanza geostrategica.
In Ossezia come in Abkhazia, l’altra regione indipendentista georgiana, la tensione si taglia, però, sempre col coltello. Ai confini le scaramucce sono continue come le reciproche accuse. Dall’Osce all’Ue gli appelli alla calma si sprecano. Tbilisi si sta riarmando e Mosca sta cercando soluzioni alle troppe pecche evidenziate durante l’intervento militare dell’anno scorso. Il negoziato a Ginevra è in vicolo cieco, la ricostruzione viaggia a rilento, migliaia di profughi combattono ogni giorno con una quotidianità diventata impossibile.
Sono bastate elezioni contrastate in Moldova, la settimana passata, per rendersi conto che i contendenti hanno soltanto temporaneamente sotterrato l’ascia di guerra. I sottomarini russi in “navigazione” davanti alle coste statunitensi come durante la Guerra Fredda, proprio in questi giorni dopo decenni di assenza, non sono un bel segnale.
Le priorità adesso sono, comunque, altre in presenza di una pesante crisi economica: “resettare” le relazioni per giungere ad un accordo conveniente per la riduzione dei vecchi arsenali nucleari; unire le forze contro l’acuirsi del pericolo radicale in Asia.
Due questioni centrali rimangono, tuttavia, irrisolte. E’ possibile trovare una linea diplomatica comune e spiegare perché il Kosovo ha ottenuto l’indipendenza mentre l’Ossezia o l’Abkhazia o la Transnistria non hanno tali requisiti? La Russia da partner strategico può diventare un alleato dell’Occidente nell’arco di una manciata di anni? A queste domande serve trovare rapide risposte. In gennaio si terranno tesissime elezioni presidenziali in Ucraina. Il capitolo della Crimea, clamorosamente regalata nel 1954 da Nikita Chrusciov a Kiev, è già sulla bocca di alcuni politici russi.
Altri nodi stanno, quindi, inesorabilmente giungendo al pettine. Non prepararsi in tempo ad affrontarli significa rischiare di finire alla mercè dell’irresponsabile di turno o di logiche malsane e pericolose.

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