“Damascus is the “Stalingrad” of Russian diplomacy. After years of geopolitical withdrawal, Moscow has chosen Syria as a way to revive its image of power in the world. “Not one step back” is the Kremlin’s new strategy, as it was for the Red Army along the banks of the Volga river during World War II. To be more convincing, the Kremlin has simultaneously flexed its muscles by supplying sophisticated […]


Pare che sia successo un’altra volta. Nell’ultimo week-end di giugno la Lituania ha subito un attacco cibernetico. La denuncia giunge da fonti ufficiali. I siti del governo, dei partiti politici, di società d’affari sono stati imbrattati con falci e martello e stelle a cinque punte e da slogan irridenti anti-lituani. Gli hacker hanno assaltato 300 siti, esattamente due settimane dopo che la repubblica baltica ha messo fuorilegge tutti i simboli sovietici.

Vilnius vive un periodo di tensione con Mosca. I deputati russi della Duma hanno invitato la Lituania a non accogliere sul proprio territorio elementi del cosiddetto “Scudo spaziale” Usa. Le trattative tra Polonia e Stati Uniti presentano delle difficoltà e Vilnius ha offerto in alternativa la sua disponibilità. Il primo ministro lituano Kirkilas è andato negli Stati Uniti per incontri con il segretario di Stato Condoleezza Rice.

Nessuno osa accusare apertamente Mosca, ma le coincidenze con un simile evento avvenuto nella primavera 2007 nella vicina Estonia sono sorprendenti. Allora si registrò un sofisticato attacco cibernetico dopo che il governo di Tallinn decise di spostare la statua di bronzo al Soldato sovietico dal centro della capitale in un cimitero di periferia. Durissimi furono gli scontri per strada, con un morto, in uno dei Paesi più avanzati tecnologicamente al mondo. I danni informatici non furono affatto secondari e minori rispetto ai negozi ed alle auto incendiati. Il Cremlino negò ogni addebito, asserendo che in passato persino il suo sito era stato attaccato da hacker baltici.

Gli specialisti della Nato hanno preso sul serio l’accaduto e l’hanno studiato nei minimi particolari. L’Estonia venne messa letteralmente in ginocchio da quantità mostruose di spam (ndr. “posta-spazzatura” non richiesta e pubblicità varia) e da altri strani marchingegni informatici, alcuni “rimbalzati” da oltreoceano. Per giornate intere non funzionò più niente: l’interazione tra la vita quotidiana estone, Intenet e i computer è una delle più alte in Europa. Dopo le accuse dei primi momenti contro la Russia Tallinn ha poi fatto marcia indietro. Gli specialisti stranieri, tra i quali anche quelli dell’Ue, non sono riusciti a trovare le necessarie risposte e le prove contro Mosca.

Secondo Linnar Viik, un guru estone informatico, solo uno Stato con la collaborazione di una compagnia telefonica può compiere certe azioni. Ciò che sorprende è che a livello internazionale non esiste una legislazione su questa materia. Il progresso avanza più velocemente delle leggi.

Gli esperti lituani temono che questo ultimo attacco cibernetico non sia altro che la punta di un iceberg. “I veri criminali – sostiene Gintautas Svedas, capo della SATi, specializzata in sicurezza – cercano sempre di rimanere coperti per usare segretamente i dati della vittima”. I computer potrebbero essere quindi pieni dei temibili “cavalli di Troia” ed essere così alla mercè degli hacker, che, in qualsiasi momento, potrebbero agire. Una bella vendetta dei nostalgici di Lenin.

Giuseppe D’Amato

Estate 2008

002missile Dopo due decenni di stop sono nuovamente ricominciate le Guerre Stellari. Stati Uniti e Cina sono i maggiori contendenti, con la Russia osservatrice interessata, pronta ad entrare in gioco. Giovedì 21 febbraio 2008, alle 4,26 ora dell’Europa centrale, un missile lanciato dall’incrociatore Usa Lake Erie, in quel momento in navigazione nel Pacifico settentrionale ad ovest delle isole Hawaii, ha distrutto nello spazio un satellite spia militare in avaria. Era da 22 anni che Washington non eseguiva un tale tiro al bersaglio al di fuori dell’atmosfera. Ufficialmente il Pentagono ha giustificato questa scelta con il timore che l’Us-193, grande quanto un mini-bus e pesante 9 tonnellate, potesse provocare danni rientrando sulla Terra tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo. Il suo serbatoio conteneva l’idrazina, un combustibile altamente tossico. Da qui la decisione, presa dal presidente Bush in persona, dell’abbattimento.

Russi e cinesi hanno dato una lettura diversa: questo degli americani era, in realtà, un test camuffato per provare il sistema di difesa anti-missile, il cosiddetto “Scudo spaziale”, che gli Stati Uniti stanno rapidamente sviluppando un po’ ovunque nel mondo. Nei prossimi anni tre siti saranno installati in Repubblica ceca ed in Polonia, mentre varie stazioni radar sono già state dislocate nel Pacifico vicino alle coste dell’Estremo oriente russo.

Il test è anche una risposta all’analogo lancio, operato dalla Cina l’11 gennaio 2007, quando – dopo tre precedenti falliti tentativi – un missile, partito da una base nel bel mezzo dell’Impero Celeste, colpì un satellite meteorologico a circa 865 chilometri d’altezza. Le proteste occidentali – oltre che la sorpresa dei militari – furono, allora, veementi. Nell’impatto si crearono più di 150mila frammenti fluttuanti attorno alla Terra. Secondo gli specialisti ben 2600 sono catalogati come “grossi”, ossia della grandezza di una decina di centimetri.

La mancanza di una tecnologia per ripulire lo spazio, dove sono già un paio di milioni le unità di spazzatura, ha fermato questo tipo di esperimenti dopo gli anni Ottanta, quando le due superpotenze ne realizzarono circa una cinquantina. Gravi sono i pericoli per la navigazione. Un piccolo frammento nell’orbita più bassa ha un impatto su un satellite, con più o meno la stessa energia, pari ad una tonnellata di un pezzo di marmo gettato da un edificio di 5 piani.

“Praticamente tutti i resti del satellite sono bruciati nell’atmosfera”, hanno rassicurato i militari a stelle e strisce, esaltando la loro “trasparenza”. L’Us-193 è stato colpito da un missile cinetico, senza carica esplosiva. Proiettile contro proiettile. Secondo alcuni esperti indipendenti, tuttavia, il 25% dei frammenti è destinato a restare nello spazio.

La Marina Usa ha utilizzato un SM-3 “Standard”, capace di centrare obiettivi a mille chilometri di distanza ed ad un’altezza di 200 chilometri. Per gli specialisti russi, questa volta, gli avversari della Guerra Fredda hanno usato una sua versione modificata per l’occasione con una gittata superiore. Questa è ad esempio l’opinione del colonnello Andrei Vlasikhin. L’impatto è avvenuto a 247 chilometri dalla Terra. I puntatori della Lake Erie hanno avuto solo 10 secondi per fissare l’obiettivo.

Il sistema Aegis con gli intercettori SM-3 è in dotazione ad un centinaio di navi di vari Paese, tra questi Usa, Giappone, Corea del Sud, Spagna, Gran Bretagna e Norvegia. Dieci unità dovrebbero essere posizionate presto in Polonia. L’SM-3 serve come difesa da attacchi aerei, missilistici e di vettori a piccolo raggio.

“Anche noi russi – commenta Vlasikhin – abbiamo intercettori di uguale potenza come i Gazel e i Galosha. Possono arrivare a 300 chilometri d’altezza. Poi ci sono i sistemi stellari S-300 e S-400. I cinesi hanno utilizzato nel gennaio 2007 un S-300, da noi acquistato e poi da loro modificato”.

I militari di Mosca hanno osservato con particolare attenzione l’Us-193. “E’ un satellite spia non comune – ha spiegato Igor Barinov, vice presidente del Comitato Difesa della Duma -. Là non ci sono batterie cosmiche. Non si può escludere qualche marchingegno nucleare a bordo”. Secondo alcuni calcoli, invero tutti da verificare, il velivolo impazzito sarebbe dovuto cadere tra la Polonia e la Bielorussia. Gli americani non avrebbero voluto che i rottami dell’Us-193 potessero finire in mani non amiche. La scusa dei veleni ha fatto sorridere: in continuazione cadono sulla Terra sostanze nocive e non si registrano catastrofi ecologiche. Il Pentagono ha mostrato i denti, scrivono i quotidiani moscoviti.

La realtà è che gli Stati Uniti sono il Paese al mondo a dipendere più di tutti dai suoi satelliti – per scopi militari, meteorologici, commerciali, di comunicazione, di navigazione – e ciò li rende particolarmente vulnerabili. Uno studio cinese, che ha analizzato la guerra in Irak nel 2003, ha stimato che “gli Usa sono dipesi dai satelliti per il 95% delle informazioni di riconoscimento e di sorveglianza, per il 90% delle comunicazioni militari, per il 100% della navigazione e posizionamento”.

Di conseguenza, sta iniziando una frenetica corsa alla difesa di questi mezzi volanti preziosissimi, sostiene Igor Lisov, direttore della rivista “Notizie della cosmografia”. La prima cosa che si può fare è l’applicazione ai satelliti della tecnologia Stealth, quella già in uso ai modernissimi caccia Usa, per evitare di essere localizzati. “Materiali non rintracciabili dai radar, velivoli colorati di nero”, sintetizza l’esperto britannico Stuart Eves. Il problema è che i pannelli solari per le batterie e gli infrarossi utilizzati sono difficili da nascondere. La soluzione è progettare satelliti di nuova generazione dalle dimensioni ridottissime. Insomma macchine volanti miniaturizzate e trionfo delle nano-tecnologie. Altra possibilità è avere a disposizione una grossa quantità di satelliti sostitutivi da lanciare subito in caso di distruzione del proprio gemello.

Secondo gli analisti il vantaggio militare di Washington su tutti i suoi concorrenti è ancora assai ampio. Ma come affermò lo stratega Andy Marshall, assai ascoltato dal segretario alla Difesa Donald Rumsfield agli inizi del Duemila, le tecnologie mettono in condizione i Paesi più deboli di creare problemi agli Usa. E’ necessario ammodernare l’arsenale, altrimenti gli Stati Uniti faranno la fine della Francia con la sua linea Maginot a cavallo tra le due guerre. “I cinesi – sottolinea Andrej Ionin della Roel Consulting – hanno sparato da una base fissa a terra, mentre gli americani da una nave che può trovarsi ovunque negli oceani”.

Che i satelliti e le comunicazioni ad uso civile siano obiettivi sensibili se ne accorsero anche i quasi sempre distratti europei. Con lo scoppio della guerra in Jugoslavia nel ’99 mezzo Vecchio Continente restò al buio. Gli americani spensero il loro Gps, ampiamente usato fino ad allora anche dai loro alleati per la navigazione. Da quei giorni l’Ue porta avanti tra tante difficoltà la realizzazione del progetto Galileo, mentre i russi il Glonass. Controllare questi sistemi significa mettere in ginocchio un intero Paese.

Russi e cinesi sono consci che esiste un buco spaventoso negli accordi internazionali sulla sicurezza. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico (Outer space Treaty), firmato da Usa, Urss e Regno Unito ed entrato in vigore il 10 ottobre 1967, parla di divieto di posizionare in orbita armi nucleari e di distruzione di massa. Ma non si fa menzione di normali armi, ad esempio missili a medio e corto raggio. Così, ad inizio di febbraio a Ginevra alla Conferenza sul disarmo, Mosca e Pechino hanno proposto un patto che vada oltre il Trattato del ’67. “No alla militarizzazione dello spazio”, è lo slogan scelto per questa battaglia. Il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov vorrebbe allargare il già esistente Trattato Start.

Gli Stati Uniti hanno un punto di vista diverso. “Siamo per una uguale accesso allo spazio per scopi pacifici – ha dichiarato il portavoce della Casa bianca Scott Stanzel -. Ma contrari alla creazione di regimi legali o di altri accordi internazionali che cercano di limitare o proibire il nostro utilizzo dello spazio”. In sostanza, Washington vuole avere la mani libere e non ridurre le sue opzioni militari. Vi è anche il problema non secondario che un qualsiasi accordo in tale campo è assai difficile da monitorare. Una delle questioni da superare, dicono gli esperti, è anche la definizione di arma: i laser, ad esempio, sono un’arma?

Dal 2001 l’Amministrazione Bush ha investito sempre maggiori fondi per i programmi spaziali. Nel 2008 il presidente Usa ha chiesto al Congresso un aumento delle spese del 25%, passando da 4,8 miliardi di dollari nel 2007 a 6 miliardi. Si sta creando un disequilibrio che rischia di influenzare l’intero sistema strategico internazionale.

I militari statunitensi guardano con preoccupazione non tanto alla Russia – il cui arsenale sta invecchiando rapidamente senza essere degnamente sostituito – quanto alla Cina. Nel ’57, quando Mosca mise in orbita il suo primo velivolo, Mao Zedong si lamentò che Pechino “non era in grado di mandare nello spazio nemmeno una patata”. Da allora le cose sono cambiate: nel 1970 la Cina lanciò il suo primo satellite, nel 2003 il primo astronauta e nel 2007 il primo test ASAT. “Ha un livello maggiore di capacità di quanto precedentemente pensassimo”, si è lasciato sfuggire Michael Staine, un esperto di questioni orientali dell’Istituto Carnegie. Un tempo i progressi militari dell’Impero celeste erano legati alla filosofia di “smorzare i toni e tenere un profilo basso”. Adesso, a giudicare dai fatti, non è più così, malgrado le dichiarazioni ufficiali affermino il contrario.

La ferita di Taiwan continua a sanguinare. Pechino vuole indietro la provincia ribelle e se serve la forza la userà. La settimana scorsa fonti ai agenzia russa hanno raccontato di un incontro segreto tra alti ufficiali americani e cinesi per mantenere la pace. E’ recente lo sgarbo del rifiuto di concedere l’attracco a tre navi da guerra Usa. Il misterioso furto di materiale “classificato” sul missile nucleare Trident dai laboratori di Los Alamos nel ’99 mise la Cina nel mirino di Washington. Se non vi fosse stato l’11 settembre era l’Impero Celeste a rappresentare la massima urgenza in politica estera per l’amministrazione Bush, che, prima di riconsegnare il mandato, consegna all’industria militare nazionale – uno dei suoi “Grandi elettori” – copiosi fondi.

A torto o a ragione è davvero non facile dare un giudizio. Il progresso tecnologico sta mettendo in crisi tutti i trattati in materia di armamenti.

Giuseppe D’Amato

Primavera 2008

solgenitsin

L’uomo del dissenso, il nemico “numero uno” del potere comunista in Patria e poi lontano tra le montagne degli Stati Uniti. Aleksandr Solgenitsin era un matematico “sui generis”, datosi fin da giovane, anima e corpo, alla letteratura. Era l’anti-sistema per antonomasia, colui che mise a nudo le nefandezze del comunismo.  “Io volevo difendere le tradizioni russe contro l’uniformismo del socialismo”, disse una volta in un’intervista.

Credente ortodosso, criticato perché considerato a torto un anti-semita, Solgenitsin è una persona che ha pagato duramente per la libertà del suo pensiero: otto anni nei campi di lavoro forzato tra il 1945 ed il 1953 e venti in esilio dopo essere stato cacciato con ignomia dall’Urss nel 1974.

Sono principalmente due i capolavori, che gli fecero acquistare fama mondiale: Una giornata nella vita di Ivan Denisovich, uscita sulla rivista “Novyj Mir” nel 1962, ed Arcipelago Gulag edito in tre volumi del 1973.

Nella prima, pubblicata durante il periodo chruscioviano, l’Occidente scoprì l’orrore del sistema sovietico dei campi di lavoro, da cui passarono milioni di persone. Le descrizioni di Solgenitsin sono terribilmente reali e non lasciano dubbi sulle tragedie raccontate. Per scrivere sulla medesima tematica la sua successiva opera, tradotta in 34 lingue ed edita prima in Occidente e vietata in Patria, l’autore intervistò ben 227 sopravvissuti ai gulag. Le loro identità restarono per anni segrete. Arcipelago gulag è un insieme di fatti storici, autobiografici con testimonianze di vario genere, un documento di accusa drammatico, che gli valse l’esilio. Solgenitsin, allora, aveva già ottenuto il Premio Nobel nel 1970. Il potere sovietico se ne infischiò dello scandalo internazionale che provocò la cacciata dello scomodo scrittore, che tornò in Patria solo nel maggio 1994 per iniziare subito una nuova crociata contro l’oligarchia, la speculazione imperante, la corruzione, insomma contro i mali della Russia post sovietica.

Importanti sono le prese di posizioni di Solgenitsin sulla storia nazionale. Non era vero – sosteneva lo scrittore in pieno contrasto con il mondo scientifico – che la Rivoluzione del 1917, che poi portò ad un sistema totalitario, aveva legami o origine nella cultura zarista di Ivan il Terribile e Pietro il grande. La Russia imperiale non praticava la censura, la polizia segreta era presente solo in tre grandi città ed il potere non era così violento contro la propria gente. L’Urss aveva oppresso la cultura russa in favore di quella atea sovietica. Il nazionalismo russo e la Chiesa ortodossa, quindi, non devono essere considerati oggi in Occidente come una minaccia bensì come un elemento positivo. Da qui, nei primi anni di questo secolo, l’avvicinamento a Vladimir Putin, ex agente del detestato Kgb. La soluzione migliore per il dopo Urss era la creazione di un’entità statale che unisse i tre popoli slavi orientali fratelli: russo, ucraino e bielorusso.

“La morte – ha sottolineato Solgenitsin in una delle sue rarissime interviste – è una naturale pietra miliare, che non segna la fine dell’esistenza di una personalità”. Si può star certi che un posto nell’Olimpo dei Grandi del XX secolo questo matematico, prestato alla letteratura, se l’è certamente guadagnato.

Giuseppe D’Amato

Agosto 2008

Pan Wajda

The truth on a crime hidden for half of a century. The defeat of a perfidious fabrication based on the silence. The will to give his farewell to this unbelievable tragedy. Katyn by Andrzej Wajda summarizes all this.

Its watching is in some points simply upsetting: impressive psychological portraits are mixed with scenes from a shambles. “We have been waiting for the right moment to make a film on the massacre of Katyn. The lie and the crime, connected with this event, are well inside our national conscience,” says the great Polish director.

More than 22 thousand Polish citizens, taken prisoners in autumn 1939, were slaughtered in USSR by NKVD, Stalinist secret police, in spring 1940. For decades the Nazi were unfairly accused of this butchery. “That dreadful falsehood was one of the basis of the Polish – Soviet friendship even if there were documents, dated 1943, that stated the opposite. It was denied the obvious ”, underlines Wajda.

The relatives of the victims were frightened to accept the invitation to attend the film that  was watched by more than 3 million people only in Poland. “Many of them lived those terrible years again at the cinema and found in the film episodes from their personal tragedies”, admits Isabella Sariusz Skapska, secretary of the Association of  Families.

“For years we have been seen photos and documents of Katyn, but there wasn’t the image,” says Andrzej Wajda in his Warsaw’s school of cinema. “We needed to explain in a visual way how a tragedy like this could happen. Such terrible historical events must find their place in the art if we want them to survive in the memory. Watching the film, people understand that this is the past. There’s no aim of revenge. Our film is a kind of funeral, an attempt to close with this drama forever.”

Which sources did you use? “The documents signed by Stalin and the Politburo are well known. Our work is not a documentary film. The events in the plot are taken from the tales of the victims and of their families. They are real stories.”

You have dedicated this film to your parents. How much is it autobiographic? “It isn’t all. My father was killed in the prison in Kharkov after being in Starobelsk. My mother lived till 1950 hoping that my father were safe. There wasn’t his name on the first edited Katyn list. Only thanks to the Red Cross aid later we discovered the truth.”

You are saying that there isn’t any personal element Katyn, aren’t you? “A character that is, may be, close to my mother is Anna, Andrzej’s wife, the officer of cavalry. In the film she is played by Maja Ostaszewska. It’s the woman who gives the farewell to her husband who goes to the captivity.”

In your film you used two real historically true symbolic images: a coming down from the cross Christ with a broken arm who lies among injured prisoners under a plaid and some Soviet troops who tear out the Polish flag. “It wasn’t necessary to have many. We used also some pieces from the original German and Soviet propaganda films of that period. We didn’t touch them, because this is the best way to show the manipulation of the truth. The event is the same, but the remarks are different. At the end of the film we added from the literature another symbol, that is the history of Antigon. A girl cuts her hair to defend the memory of her brother who dies fighting for his right to state that his father was killed by the Soviets.”

In your opinion, what did the Soviet  executioners think doing their dirty work? “There are documents with their number and names. NKVD’s killers slaughtered a victim after another. They did it mechanically without thinking. It’s impossible to carry out certain orders in another way. Every day they had to murder a hundred of Polish prisoners. From April 5th to the beginning of June 22 thousand people from 3 camps were killed. The most incredible thing is that even the Soviet executioners were later killed, because they became dangerous eyewitnesses.”

Is that of Katyn a crime of communism or of a totalitarian system? “The communism was a totalitarian system. Soviet Russia was a totalitarian State. This is a crime against humanity, one of the biggest reason of today’s bad relationship between Warsaw and Moscow. The Russians speak about Katyn as a tragedy provoked by the situation. We were enemies in war. The Poles respond it wasn’t necessary to kill all those people.”

Moscow’s newspaper Rossiiskaya Gazeta harshly criticized your film arguing that you didn’t use trustworthy sources. “It is not true. The documents are clear. The Germans discovered the mass graves and they analysed them in 1943. When the Polish prisoners were killed those regions were in Soviet hands. Berja and Central Committee’s documents with Stalin’s signature were delivered to President Lech Walesa in the Nineties. The rest was found in victims’ pockets. There are detailed notes, where everything is written. For example, from Adam Solski’s diary ‘we got on a truck at 6 in the morning. Who knows what’s going to happen?’ In the film we used this historical testimony.”

What was the most difficult thing to do in this film? “It was the decision to make the film. But, then, how to play it? How and what to tell? The killed soldiers’ stories? The women’ ones? Which historical period should we choose? We had to select the material. A film like this one must last no more than two hours. Was it better to decide for the story of one family or of more people? I chose to have more characters to use more memories and to be more free in the plot.”

Your film was shown in Moscow only twice at the mid of March: in the House of Cinema and in the House of Literature. There are serious problems. Katyn goes against common Russian belief of their history. “We have contacts with the human rights society Memorial. We are looking for fearless people who want to distribute our film.”

From your point of view, is this the time for the penitent of the Russians, as heirs of Soviet Union, and for Polish forgiveness? “The film was made with this idea. Russians made important steps ahead with the delivery of the documents during Mr. Gorbacev and Yeltsin Presidencies. May be, we should have made Katyn ten years ago. But this is art! The only thing I don’t want now is the political manipulation of our film.”

Personally, as a practicing Catholic, do you forgive your father’s killers? Mr. Wajda turns his face on his right side. He keeps silent for long endless seconds when we regret for this necessary question. Then, the great Polish director frowns and answers with a trembling voice. His eyes have become watery all of a sudden. “The Russians must face their own past. They must stop with their tales about their history full of glory and with their speeches on ideal systems. They should follow the example of Solgenitsin and of  Memorial. Here, we are not speaking about the forgiveness of one person, but of the entire Polish society. After the end of World War II Polish bishops wrote a letter to the German episcopate. They pardoned German people, because they saw convincing steps from the other side. You may forgive when the others recognize their sins.”

Giuseppe D’Amato

March 24th, 2008

 

See also Katyn. The end of a shame? EuropaRussia April 7th, 2010.

 

 

 

Russia sempre più a due teste: una con lo sguardo verso occidente, l’altra verso oriente. Il primo viaggio all’estero di Dmitrij Medvedev in qualità di presidente della Federazione è stato in Cina. Il segnale lanciato dal Cremlino è chiaro. Se Unione europea e Stati Uniti non ci accoglieranno realmente nel novero delle potenze che contano nell’era della globalizzazione le strategiche materie prime russe prenderanno la strada dell’oriente.

Cremlino

Potenza in erba

Scelte discutibili o ripicche a parte, l’evidenza è sotto gli occhi di tutti. Dopo il crollo dell’Urss nel 1991 l’ex superpotenza, soprattutto militare, è tornata nel “salotto buono” del pianeta. E’ necessario ora riconoscerlo e conseguentemente accordare a Mosca il posto che le compete. Questo accadde per la Germania all’interno della Comunità europea dopo la Seconda guerra mondiale. Il cammino non è, però, facile: tante sono le incomprensioni, accumulatesi negli ultimi anni, e gli scogli nuovi da superare.

Seguendo la tradizionale linea ambiziosa e connotata da aspetti spesso nazionalistici, il Cremlino intende far emergere nei prossimi anni la piazza di Mosca come uno dei principali centri finanziari del mondo ed il rublo come moneta di riferimento regionale, almeno all’interno delle repubbliche ex sovietiche.

L’obiettivo del “piano Putin” è di far diventare il Paese la sesta economia del mondo entro il 2020. Finora – 2007/2008 – si è riusciti ad entrare nelle prime dieci. Gli Stati Uniti continuano a produrre circa un quarto del Pil del G8, distanziando ampiamente Giappone e Germania. Solo nel 2040, secondo calcoli di alcune agenzie specializzate quali ad esempio la Goldman Sachs, il prodotto interno lordo cinese potrà superare quello a stelle e strisce, sempre che permangano le presenti dinamiche. La Russia resterà distanziata

I sornioni vicini

“Imparate il cinese”. Così Dmitrij Medvedev ai suoi connazionali quando era un semplice primo vice-premier. Da tempo Mosca ha scelto Pechino per controbilanciare Washington e respingere il suo tentativo di intrusione in Asia centrale. Questa alleanza a livello internazionale può essere utile nel breve-medio periodo, ma, nel lungo, potrebbe rivelarsi un boomerang. Lo dicono i grandi numeri. In Siberia vivono solo 30 milioni di russi contro i 200-300 milioni di cinesi ammassati nei pressi della frontiera nord. Una massiccia ondata di immigrati, in caso di inizio di crisi economica a Pechino, è temuta dagli specialisti moscoviti dell’Impero celeste.

Tuttavia, “Il vero problema per noi – sottolinea il professor Viktor Djatlov di Irkutsk – non è il nodo territoriale, bensì l’assoggettamento economico”. L’economia della Siberia e dell’Estremo oriente russo non guarda affatto verso occidente, ossia Mosca. Ormai è dipendente da quella di Pechino.

Il Cremlino ha così dato il via ad un tentativo di riequilibrio della situazione. Ha l’obiettivo di portare il volume complessivo degli scambi da 48,2 miliardi di dollari annui di oggi a 60 entro il 2010. Ben al di sotto, comunque, rispetto all’interscambio sino-americano che, nel 2005, arrivava alla gigantesca cifra di 285 miliardi.

La costruzione di oleodotti e gasdotti verso la Cina va, però, avanti tra le mille difficoltà rappresentate dalla geografia siberiana. Ed il nodo del prezzo delle materie prime non è stato ancora sciolto: i cinesi non intendono pagare quanto richiesto dai russi. Pechino, a differenza di numerosi Paesi del Vecchio Continente, ha sì fame di petrolio e gas, ma è stata abile a diversificare, soprattutto con importazioni da Africa e Kazakhstan. In questo caso è il consumatore a dettare il prezzo non il produttore, incastrato tra complessità tecniche, posizione geografica infelice e concorrenza preparata. Le materie prime di certe aree della Siberia possono essere vendute solo a cinesi o a giapponesi. Ma le coste nipponiche non sono in vista e l’Europa è decisamente troppo lontana.

“Vogliamo un mondo multipolare”, Medvedev ha ribadito, come i suoi predecessori Eltsin e Putin, insieme alle autorità cinesi. Durissimo è stato l’attacco lanciato contro il progetto di dispiegamento dello Scudo spaziale Usa in Polonia e Repubblica ceca. Le cancelliere occidentali sanno perfettamente, anche se qualcuno lo nega ufficialmente, che, in questo mondo globalizzato sempre più incerto per la diminuzione del gap tecnologico tra Paesi ricchi e quelli poveri, si garantisce la propria sicurezza solo investendo continuamente nella ricerca militare, mantenendo così inalterata la propria superiorità.

Chiusi ad ovest – la scelta filo-iraninana ha inciso e non poco -, i russi stanno costruendo centrali nucleari in Cina a man bassa ed hanno stretto un’alleanza spaziale con Pechino per esplorare Marte nei prossimi anni.

Il viaggio di Medvedev nell’Impero Celeste evidenzia che la linea del Cremlino per il prossimo quadriennio non è solo quella della continuità, ma anche del maggiore impegno ad Est. Il compito occidentale è di non buttare troppo la Russia tra le braccia della Cina. Le conseguenze tra un decennio potrebbero essere assai amare.

Gallina dalle uova d’oro?

Stati Uniti ed egoismo occidentale come uno dei responsabili dell’attuale crisi economica; le ricchezze minerarie russe come una delle soluzioni. La ricetta di Dmitrij Medvedev, pronunciata al Forum 2008 di San Pietroburgo, appare nella sua semplicità. Tornano subito in mente passate concezioni imperiali della Russia come “la gallina dalle uova d’oro”. Ma sono tutte rose e fiori come racconta Mosca?

Unione europea ed Usa hanno estremo bisogno delle materie prime russe, non potendo fidarsi della situazione esplosiva in Medio Oriente. Il Cremlino lo sa perfettamente e spera di ottenere il massimo da questa congiuntura strategica internazionale. Le ragioni sono semplici: se vuole essere un giocatore rilevante della globalizzazione la Russia sarà costretta ad investire pesantemente nella vetusta industria estrattiva e soprattutto nelle obsolete infrastrutture (ndr. non esiste nemmeno un’autostrada tra la capitale e San Pietroburgo – distanti come Milano e Roma). Oggi, grazie agli immensi proventi per la vendita di petrolio e gas, Mosca ha le terze maggiori riserve aurifere e valutarie del mondo (quasi 600 miliardi di dollari), ma esse non sono sufficienti a tale gigantesco lavoro da compiere. Finora i capitali occidentali presenti sono stati minimi. Europei ed americani hanno messo ad esempio più soldi nell’economia polacca che in quella russa.

L’anacronistica situazione diplomatica con il Giappone – con il quale non è stato ancora firmato un trattato di pace a conclusione della Seconda guerra mondiale – priva la Russia soprattutto orientale di importanti capitali che farebbero decollare l’economia siberiana.

Giuseppe D’Amato

Giugno 2008

Patriarca AlessioCon la morte del Patriarca Alessio II si chiude in Russia definitivamente il terribile XX secolo e crolla l’ultimo Muro, quello religioso, nella contrapposizione tra Est ed Ovest.

In queste ore l’ex superpotenza piange uno dei suoi grandi leader, che ha dovuto superare prove difficilissime, ma è riuscito, alla fine, nella sua missione di ridare il giusto posto alla Chiesa ortodossa nella società nazionale. Rispetto ai 18 monasteri e 7mila chiese del 1990, anno della sua elezione, il Patriarcato di Mosca ha oggi 142 diocesi con oltre 27mila parrocchie. La stragrande maggioranza dei 144 milioni di russi si dichiara ortodosso, prima era semplicemente ateo.

Alessio II è stato bravo e fortunato (per l’epoca nuova in cui ha diretto il Patriarcato) a non farsi stritolare nei meccanismi del potere moscovita. Ufficialmente, verso il tramonto della perestrojka, fu il primo capo della Chiesa russa ad essere eletto senza l’intervento del governo. Nel agosto ’91 si scagliò contro i golpisti vetero-comunisti, chiedendo la liberazione di Michail Gorbaciov. Nell’ottobre ’93 Boris Eltsin gli affidò l’impossibile compito di evitare lo scontro armato con il Soviet Supremo. A lungo il Patriarca scomparso è stato il saggio con cui i tre presidenti russi post sovietici hanno potuto consultarsi soprattutto nei tanti momenti difficili che ha passato il gigante slavo.

Vladimir Putin non ha mai fatto mistero di portare al collo una catenina con un crocifisso e non è mai mancato alle cerimonie ufficiali in occasione delle principali ricorrenze religiose. Il giovane Dmitrij Medvedev è notoriamente un credente ed è apparso assai commosso alla notizia della morte di Alessio. Sua moglie Svetlana, l’attuale “first lady”, si è distinta negli anni scorsi in vari progetti di beneficenza collegati alla Chiesa ortodossa.

Sono, quindi, passati secoli da quando il Cremlino dichiarava la guerra “all’oppio dei popoli”. Una bella fetta di merito ce l’ha proprio Alessio II, che è stato accusato più volte di essere stato un collaboratore del Kgb, il servizio segreto. Ma solo chi non ha vissuto sotto al comunismo non può capire quanto fosse complesso avere rapporti con quel tipo di sistema costrittivo. Anche la Chiesa cattolica in Polonia ha avuto disavventure simili.

Ma c’è di più oltre all’aspetto politico. Nel 2000, con l’approvazione della dottrina sociale, la Chiesa ortodossa russa ha tentato pure di scrollarsi di dosso la tradizionale immagine di “braccio” dello Stato, avvicinandosi alle necessità quotidiane dei fedeli.

Durante il suo Patriarcato Alessio II ha tentato in tutti i modi di difendere il proprio territorio canonico dai missionari di altri fedi, rischiando anche l’isolamento persino all’interno del mondo ortodosso orientale. Era conscio che la sua Chiesa, prostrata dal comunismo, non poteva competere con le altre chiese cristiane. Da qui il dissidio con il Vaticano per il “proselitismo” cattolico. E’ stato sempre lui a negare la disponibilità per un incontro con Papa Giovanni Paolo II. Eppure in questi anni la collaborazione a tutti i livelli tra le due gerarchie ecclesiastiche è stata fitta. Mancava sempre quell’ultimo passo decisivo, che si infrangeva davanti all’intransigenza di Alessio II. Adesso si volta pagina. I bocconi avvelenati del passato verranno messi finalmente da parte.

Dicembre 2008

zona rossa Cernobyl
Zona rossa

“Un minuto di silenzio davanti all’icona della Santa Immacolata nel centro storico. Così a Minsk l’opposizione bielorussa ha ricordato il 22esimo anniversario dell’incidente di Cernobyl. La vita di milioni di persone è cambiata completamente da quella terribile notte del 26 aprile 1986. Alla centrale, situata a 120 chilometri a nord-est di Kiev sul confine con la Bielorussia e non lontano da quella russa, era in corso un esperimento quando il reattore numero 4 esplose improvvisamente, disperdendo radioattività in mezza Europa. La peggiore catastrofe atomica civile della storia era avvenuta. Furono milioni gli sfollati.
Ancora adesso non si conosce nemmeno il numero preciso di quanti abbiano perso la vita per questa tragedia, che ha mietuto vittime soprattutto tra i 25mila “liquidatori” accorsi da ogni angolo dell’Urss. I dati sono discordanti e si aggiornano di continuo. Per l’Onu solo 4mila persone morirono, ma le organizzazioni non governative contestano le statistiche ufficiali. Qualcuno azzarda la cifra di 900mila morti a seguito delle conseguenze delle radiazioni. In Ucraina 2,3 milioni di cittadini soffrono ufficialmente delle conseguenze del dramma atomico. Ogni anno centinaia di migliaia di bambini, soprattutto bielorussi, vengono portati all’estero per diminuire le probabilità di sviluppare il cancro alla tiroide.
 “Tutti i reattori ad eccezione del quarto sono ormai senza combustibile”, ha affermato in un comunicato la Protezione civile ucraina. La centrale di Cernobyl è stata chiusa solo nel dicembre 2000. I maggiori problemi attuali riguardano il sarcofago che racchiude il reattore esploso con 200 tonnellate di magma radioattivo. Si sta facendo l’impossibile affinché pioggia e neve non entrino all’interno. Presto dovrebbe essere costruito un nuovo contenitore e siti di stoccaggio. L’obiettivo delle autorità è di ripulire completamente l’area entro il 2018. Il segretario dell’Onu Ban Ki-mon ha promesso aiuti per le bonifiche.
 Ieri, vigilia della Pasqua ortodossa, all’interno della zona interdetta che si estende fino a 30 chilometri dalla centrale, sono stati fatti entrare gli sfollati, almeno i più nostalgici. In nottata, a Kiev, il presidente ucraino Jushenko ha partecipato ad una funzione religiosa ed ha posto una corona di fiori al monumento dedicato alle vittime.
Nei giorni scorsi il quotidiano filo-governativo Sovetskaja Belarus’ ha ricordato che, quasi sempre con la approssimarsi della ricorrenza, iniziano a circolare le voci più strane. Quest’anno si è parlato di fantasiose fughe radioattive da impianti vicini, costruiti con la stessa tecnologia di quella di Cernobyl.
 Nella repubblica ex sovietica il presidente Lukashenko spinge per la costruzione di una centrale per limitare la dipendenza energetica dalla Russia. Nei mesi passati Minsk e Mosca hanno a lungo litigato sul prezzo delle materie prime e sul transito verso ovest. “Chi vuole bene al Paese appoggia il progetto”, ha detto Lukashenko, mentre chi è contro “non sono scienziati, ma banditi della politica, gente che appartiene alla seconda ondata di Cernobyl”.
 L’opposizione ha deciso di radunare firme contro qualsiasi centrale. “Questo – ha sottolineato il leader socialdemocratico Nikolaj Statkevich – è per noi un giorno di lutto poiché ricordiamo il passato. Ma è anche una giornata di vergogna, vergogna per il potere che continua a nascondere questa tragedia, potere che il primo maggio 1986 fece scendere in strada la gente per le manifestazioni in onore dei lavoratori”.

26.04.2008

arcivescovo Pezzi

Arcivescovo Paolo Pezzi

“Il documento, il tema ed il risalto dato hanno reso questa occasione un vero evento”. Monsignor Paolo Pezzi è soddisfatto della presentazione della traduzione in russo della Spe salvi. La seconda Enciclica di Papa Benedetto XVI, in cui il Santo Padre spiega cosa è la Speranza cristiana e come essa può salvare, è stata discussa al Centro culturale Biblioteca dello Spirito della capitale dallo stesso arcivescovo cattolico di Mosca e da padre Vladimir Shmalij, segretario della Commissione teologica sinodale del Patriarcato ortodosso.

Una settantina di persone – sacerdoti, professori, giornalisti e fedeli – hanno ascoltato per un’ora e mezza i punti di vista dei due interlocutori. Poi sono seguiti gli interventi di un protestante e di un prete cattolico.

“Siamo stati positivamente colpiti dall’attenzione prestata dalle agenzie di stampa – sottolinea Jean Francois Thiry, uno degli organizzatori della serata -. I commenti sono buoni: cattolici ed ortodossi riflettono insieme”. I tempi delle dure incomprensioni di inizio secolo tra le due Chiese paiono lontani. Si parla sempre meno di proselitismo cattolico e molto di più di ecumenismo. Le differenze, comunque, rimangono. Avvicinamenti confortanti sono spesso seguiti da inspiegabili raffreddamenti. Il tanto atteso storico incontro tra il Papa ed il Patriarca di Mosca resta un sogno di milioni di fedeli. Le diplomazie stanno lavorando, ma il percorso da seguire sembra ancora lungo.

“Gli scritti del Pontefice – continua Jean Francois Thiry – sono accolti favorevolmente anche dagli ortodossi che vedono nel Santo Padre un teologo fedele alla tradizione. Da qui l’idea di questa serata. La nostra casa editrice ha già pubblicato ‘l’Introduzione al Cristianesimo’ del cardinale Ratzinger con prefazione del metropolita Kirill (ndr. Il “numero due” della Chiesa ortodossa russa). La presentazione dell’enciclica papale a due voci è servita per ottenere il pensiero ortodosso sul documento in questione”. Anche la volontà di creare una coscienza ed il desiderio di unità dei cristiani stanno alla base di questi incontri.

Tornando ai due interventi principali, monsignor Pezzi ha avuto un approccio molto pastorale. “Il Papa dice che non si può essere felici nella solitudine e sperare solo in se stessi – ha osservato l’arcivescovo di Mosca -. Il Cristianesimo corrisponde a un fatto, ad un avvenimento, per cui la vita acquista una nuova prospettiva. Siamo salvati dalla speranza; la vita può avere un senso, un senso che salva. E se salva vuol dire che è presente, non può essere lontano. Nella speranza siamo certi, la speranza è legata alla certezza: di solito la colleghiamo a qualcosa di incerto e futuro, che verrà. Ed invece no, possiamo già viverla ora. Dove troviamo questa speranza? Nell’esperienza di chi ha già questa speranza; ci sono dei testimoni che fanno già esperienza di speranza. Il Papa indica due tipi di testimoni: 1. la Bibbia, che descrive il rapporto Dio-uomo, non è una parola astratta; 2. i testimoni viventi che sono i Santi. Ci serve la fede per sperare”.

“Dobbiamo adesso – ha proseguito monsignor Pezzi – farci la domanda se la fede ci dà vera conoscenza di Cristo. Se non è così anche la speranza è vana. È necessario il coraggio di alcuni che portino la speranza per tutti. La speranza è legata al desiderio dell’uomo. Il Papa propone di allargare il desiderio, che nell’uomo è desiderio di felicità. La speranza è legata anche al sacrificio. Per tutti, di solito, il sacrificio è una tragedia, ma, in un determinato momento della storia, è diventato una parola grande: quando Cristo è andato in croce! L’uomo ha così tanto valore per Dio che Dio ha deciso di farsi uomo e soffrire per l’uomo. La speranza è legata anche alla nostra responsabilità, rispondiamo di quello che abbiamo ricevuto nel Battesimo”. Seguendo l’esempio della Madonna, ha concluso monsignor Pezzi, “la vita è una chiamata; c’è un posto dove Qualcuno mi chiama, e io rispondo!”

Padre Vladimir Shmalij ha, dal suo canto, evidenziato che questa è stata la prima volta che un’enciclica è stata presentata in Russia. “Essa è una sorta di messaggio apostolico mandato a tutti. Non è rivolta solo ai cristiani e ai credenti, ma ad ogni uomo”, ha detto il rappresentante ortodosso.

“La speranza – ha sostenuto don Shmalij – è fondamentale perchè è legata alla domanda: perchè vivo? La speranza è una realtà oggettiva. La speranza non sta nel progresso tecnico e scientifico e non è un nostro atteggiamento psicologico, ma è ciò che acquistiamo con il Battesimo. E’ una realtà”. Secondo il prelato ortodosso il Papa “non si pone come critico feroce della nostra società. La sua è una critica leggera. Critica l’individualismo cristiano; la nostra speranza in Dio non è come dovrebbe essere; Cristo dovrebbe essere il fondamento della nostra vita. È difficile far corrispondere l’immagine splendente di speranza da cui siamo bombardati dalla società con le condizioni in cui poi viviamo tutti giorni. I cristiani non possono non reagire di fronte a questo”. Quello del Papa è – in sostanza – un grande richiamo per i cristiani.

Marzo 2008

prilepin   “Il potere in Russia non ha bisogno del popolo”. Zakhar Prilepin è il miglior prodotto delle nuove generazioni letterarie. I riconoscimenti, ottenuti da questo giovane 32enne di Nizhnji Novgorod, iniziano a non contarsi più. Tre i libri di maggior successo: Patologija, Sankja, Peccato. Alcune sue opere sono in pubblicazione anche all’estero, in particolare in Germania.

 Guardia del corpo poi giornalista e scrittore, Prilepin si è iscritto dal 2001 al partito nazional-bolscevico (PNB). Calvo, di media altezza, ma nel complesso robusto è stato spesso fermato o arrestato dalla polizia per la partecipazione a marce di protesta contro il Cremlino.

 Lei è considerato uno scomodo. Come è riuscito ad emergere? “Il potere – commenta Prilepin, fumando lentamente una sigaretta – guarda la televisione e non legge più, per mia fortuna”.

Come definisce la Russia di inizio secolo? “Un Paese che vive un momento di difficoltà. Le élite hanno deciso di comandare, infischiandosene della volontà popolare. E c’è poi una grande differenza tra ciò che dicono e ciò che fanno in realtà. Putin non ascolta il popolo”.

 La sua attività politica le ha creato non pochi problemi. “Io sono un uomo libero, per di più di successo. La polizia mi ferma in continuazione. L’Fsb ascolta le mie telefonate. Tutto ciò mi fa ridere. Ormai mi sono abituato a certe situazioni. Dovrei essere un isterico ed invece sono felice della mia vita. Ho stabilito di essere libero e di dire quello che penso”.

 Perché da ragazzo è andato a combattere in Cecenia nelle file degli Omon. “Per interesse. Forse come Lermontov e Tolstoj per spirito di avventura. Quella era una guerra senza regole. Per fortuna non ho assistito a violazioni o crimini. E non ho ammazzato nessuno. Chi era con me si è comportato con onore”.

Ha avuto paura laggiù in Caucaso? “No. I soggetti dei miei libri hanno questo sentimento. La cosa peggiore che possa succedere è che gli uomini perdano la loro faccia ed il loro onore. Vi è sempre la lotta per non passare quel confine e rimanere uomini”.

 Cosa cerca in un partito estremista come il nazional-bolscevico? Vi si è iscritto subito dopo il ritorno dalla Cecenia. “Non è vero che il PNB sia fascista. Mi piace la sua estetica. Si ha la possibilità di parlare e di rispondere delle proprie parole. Allora cercavo la gente, i valori spirituale e non materiali”.

Ma perché non si è rivolto alla Chiesa? “Sono un laico. Credo in Dio”.

 E adesso quale è il suo compito da militante politico? “Difendere la gente dalla leadership. Mostrare il coraggio della società civile. Il potere si comporta in modo vergognoso: le recenti legislative sono state falsificate. Per ora la gente pensa che questo vada bene lo stesso. Poi ci sarà un momento in cui scoppia come un vulcano”.

 I russi si stanno arricchendo. Pare poco preventivabile una rivoluzione o un cambio di potere. “Per uno scoppio basta il 5% della popolazione. Anche tra i moscoviti e tra gli imprenditori ci sono degli insoddisfatti. Le élite non vogliono dividere le ricchezze del Paese. Senza Putin esistono tanti clan con interessi diversi tra loro. Il presidente è stanco delle grane interne. Vorrebbe dedicarsi ai grandi incontri internazionali, che so al G8. Non glielo permettono”. 

Giuseppe D’Amato

 primavera 2008

 Mosca. Zio Paperone abita di certo a Mosca. Ne è convinto il quotidiano Komsomolskaja pravda che ha scoperto che in città gira una Porsche 911 con la carrozzeria d’oro. In un primo momento si è pensato ad uno scherzo, ad una verniciatura andata male. Ed invece è tutto vero. Il giornale ha pubblicato varie fotografie dell’automobile su cui Re Mida si è appoggiato.

 Gli sforzi di parlare con il proprietario del gioiello sono andati a vuoto. L’uomo, che si è comprato un paio di anni fa un appartamento in un semplice palazzo di cinque piani alla periferia sud-occidentale della capitale, è “un tipo taciturno”. Così lo descrivono i vicini, che, però, riferiscono che il Paperone, di professione manager in una società di commercialisti, raramente pernotta in quella casa. La Porsche 911 dorata è stata vista nei parcheggi dei più lussuosi casinò e ristoranti moscoviti.

 Una successiva indagine ha stabilito che, per la carrozzeria della macchina, sono stati utilizzati ben venti chili di oro puro. Soltanto il valore del metallo prezioso usato si aggira sui 14 milioni di rubli, circa 390mila euro. A questo si deve aggiungere il lavoro degli specialisti automobilistici, dei cesellatori e quello dei designer. E chissà poi quale è il costo della polizza d’assicurazione in caso di furto.

 L’ostentazione della propria ricchezza, spesso maleducata e cafona, è la caratteristica più marcata dei “nuovi russi”, circa centomila supermilionari e qualche centinaio di miliardari che, in barba alle difficoltà finanziarie di molti connazionali, fanno a gara a distinguersi dagli altri dopo decenni di uniformità comunista.

 Nei primi anni post sovietici le tazze del water d’oro delle toilette nelle ville nuove di zecca erano abbastanza comuni. Adesso ci si limita a parquet aurei, a telefonini od orologi esclusivi pieni di diamanti e pietre preziose. Ma certo la Porsche dorata supera qualsiasi stravaganza, persino, l’ultima in ordine di apparizione, quella delle hostess con sul viso una specie di crema d’oro zecchino.

 Ci immaginiamo l’auto di zio Paperone tentare di sfrecciare nel traffico infernale di Mosca mentre provoca l’invidia dei tanti che si credono “già arrivati” – e guidano solo un’utilitaria straniera o l’ultimo modello di Suv da centinaia di migliaia di dollari – e di quelli che vogliono, ma non posso a bordo delle anti-diluviane Lada, modello sovietico.

 Dopo qualche giorno dalla pubblicazione della foto della Porsche d’oro sui giornali un uomo d’affari di Kazan, centro a circa 700 chilometri dalla capitale russa, ha portato nella stessa carrozzeria moscovita un’“Infiniti”, comprata per la moglie Liudmila alla sua quarta gravidanza, a cui sono stati applicati vari chili di argento. Poi solito lavoro dei cesellatori e quello dei designer. Costo dell’operazione circa 70mila euro. L’auto è stata ricondotta a Kazan durante un temporale, in maniera tale che i poliziotti della strada, che in Russia hanno una sinistra fama, non prestassero troppa attenzione alla macchina e non chiedessero mazzette. La signora Liudmila potrà adesso mostrare ai suoi concittadini il suo status symbol di ricca moglie di un businessman. Certo che al quinto figlio una placchetta d’oro ci potrebbe pure scappare!

 Autunno 2008

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We are a group of long experienced European journalists and intellectuals interested in international politics and culture. We would like to exchange our opinion on new Europe and Russia.

Rossosch – Medio Don

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