Energy&Economy


 L’Ucraina è diventata una vera democrazia europea. Questo il reale responso del tesissimo ballottaggio tra Viktor Janukovich e Julija Timoshenko. Kiev dimostra di essere una degna capitale del Vecchio continente. Viene ulteriormente rimarcato il dispiacere per il mancato inserimento dell’ex repubblica sovietica come membro dell’Ue, considerando soprattutto i risultati desolanti dell’allargamento del 2007 a Romania e a Bulgaria. Almeno così si sarebbero messe in sicurezza le rotte per le forniture delle materie prime, anche se si sarebbero ereditati altri grattacapi non da poco.

 “Queste sono state un impressionante esempio di elezioni democratiche – ha evidenziato in una sorta di imprimatur il capo degli osservatori dell’Osce, il portoghese Soarez -. E’ l’ora che chi ha perso lo ammetta”. Una volta che sono state approntate misure contro i brogli – che l’avevano fatta da padrone nel 2004 – le operazioni di voto sono state regolari.

 L’Ucraina è, quindi, oggi la maggiore democrazia dello spazio ex sovietico. Le radici storico-culturali-giuridiche di quello che fu lo Stato lituano-polacco non si sono, per fortuna, perdute nella notte dei tempi. E come nel Seicento Kiev fu la piattaforma per l’occidentalizzazione della Russia, avvenuta qualche decennio dopo con Pietro il grande, adesso si propone come modello da seguire. Perlomeno all’interno del mondo ex sovietico, in lento ed implacabile movimento verso ovest, se i “nipoti di Lenin” non vogliono essere fagocitati dalla neo superpotenza cinese.

 Lo sconfitto della “rivoluzione arancione” diventa così presidente con 5 anni di ritardo. Viktor Janukovich ha compiuto un autentico miracolo. Da imbroglione certificato nel 2004 è ora un leader eletto dal popolo. Julija Timoshenko si è meritata l’onore delle armi, visto il recupero messo a segno. Il 17 gennaio aveva 10 punti di ritardo. Solo 700mila voti, un’inezia, l’hanno costretta alla resa. L’importante è che i due litiganti si mettano ora a collaborare per il bene del Paese, in preda ad una gravissima crisi economica, e non si lancino in inutili faide.

 Non devono soprattutto dimenticare l’incredibile importanza geostrategica acquistata dall’Ucraina dopo il ‘91. Janukovich, che utilizza consiglieri americani, non è un filo-russo e non andrà verso Mosca. Anzi rappresenta interessi dell’imprenditoria nazionale in pieno contrasto con quelli degli ingombranti vicini.

 Il neo-presidente giocherà la carta della presentabilità e della stabilità sia con il Cremlino che con Bruxelles. Senza un accordo tra fornitori e clienti, pensa giustamente Janukovich, Kiev rischia di perdere peso geostrategico. Russi ed europei hanno già messo in piedi due progetti per la costruzione di oleodotti (South Stream - con l’italiana Eni capocommessa – e Nabucco) che bypassino l’ex repubblica sovietica. La loro spesa è astronomica e la materia prima per tutte e due le pipeline manca. Un garante a Kiev degli approvvigionamenti tra Est ed Ovest costa certamente meno.

 


Eвросоюз рассматривает Туркмению в качестве одного из главных поставщиков сырья для газопровода Nabucco, который должен обеспечить Европу в обход России газом Прикаспийского региона. По мнению экспертов, несмотря на то что Франция является участником проекта «Южный поток» (South Stream), она рассматривает свое участие и в Nabucco.

Независимая Газета 2.2.10г.

Статья


 Dopo tanto attendere sono stati finalmente pubblicati i dati ufficiali. Il Pil è crollato del 7,9%, mentre nei 12 mesi precedenti era cresciuto del 5,6%. Era dai tempi dell’Urss che la ricchezza nazionale non subiva un tale arretramento. Nel 1998, quando la Russia fu costretta a svalutare pesantemente il rublo ed i forzieri della Banca centrale erano desolatamente vuoti, il Pil era sceso soltanto (si fa per dire!) del 5,1%. Troppi sono i settori, che hanno sofferto la crisi finanziaria. Su tutti spicca quello delle costruzioni (un tempo sembrava quello della “gallina dalle uova d’oro”) con un -16,4% (nel 2008 +11,9%).

 Il modello di sviluppo industriale in Russia va rivisto al più presto per evitare futuri guai e sacche spaventose di povertà. Numerose produzioni, che si erano salvate dopo il crollo dell’Urss nel ‘91, non sono più concorrenziali. Il governo Putin studia da tempo soluzioni non facili da identificare. Cosa fare, ad esempio, nelle cosiddette “città mono-industriali”, sorte attorno ad un’unica azienda, che, ora fermandosi, mette a rischio la vita dell’intera collettività? Nell’immenso Paese slavo si contano circa 400 di queste realtà. Dall’ottobre 2008 ad oggi ben 940mila lavoratori sono stati licenziati. I disoccupati sono attualmente più di 2milioni e 100mila unità.

 Negli ultimi mesi del 2009 la situazione è leggermente migliorata, poiché il Cremlino si attendeva una discesa del Pil tra l’8,5 ed il 9%. L’esportazione di petrolio, le cui quotazioni hanno raggiunto i 70 dollari al barile, ha permesso un leggero recupero. Il boom russo nei primi anni del secolo era dovuto principalmente all’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali. I proventi dell’export dell’“oro nero” equivalgono oggi al 25% del Pil federale, ma dovrebbero scendere al 14% in un decennio se la politica di diversificazione economica dell’Esecutivo avrà successo.

 Il Cremlino si ritrova davanti ai soliti atavici problemi, rimasti in sospeso per troppo tempo. Il Pil federale tornerà ai livelli pre-crisi solo alla fine del 2012. L’economia russa incide non poco in quelle dell’intera area ex sovietica. In Asia centrale le ex repubbliche sorelle continueranno così a guardare con sempre maggiore interesse alla vicina Cina, sempre più assetata di materie prime. La perdita di influenza a tutto vantaggio di Pechino è la logica conseguenza.

 I primi dati del 2010 indicano che l’economia russa è in sostanziale crescita. Secondo gli esperti il primo semestre darà qualche buon risultato, ma ci si attende una contrazione nel secondo. La Banca mondiale ritiene, comunque, che nel 2010 la Russia crescerà complessivamente del 3,2%. Più ottimistiche le previsioni del Fondo monetario internazionale: +3,6%.


Quinto incontro in poco più di 15 mesi. La Russia sta mantenendo l’impegno preso all’indomani della fine della guerra con la Georgia di tentare di risolvere le questioni degli “Stati non riconosciuti” nello spazio ex sovietico. Il presidente Dmitrij Medvedev ha accolto con tutti gli onori i colleghi azero Ilkham Aliev ed armeno Serzh Sakisian a Krasnaja Poljana, località dove si terranno i prossimi Giochi olimpici invernali nel 2014.

 In due ore di colloqui, ha comunicato il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov, le parti hanno analizzato le proposte preparate dal gruppo di contatto di Minsk dell’Osce. Fonti vicine ai negoziatori, citate dalle agenzie di stampa russe, affermano che presto una delegazione separatista del Nagorno-Karabakh verrà invitata a partecipare alla trattativa.

 Erevan ha ribadito che non può prendere impegni a nome di altri e pensa al pieno ristabilimento dei rapporti con la Turchia, Paese con cui i rapporti sono stati a lungo interrotti per il mancato riconoscimento da parte di Ankara del genocidio degli armeni nel 1915. Il Cremlino continua a ripetere che per il Nagorno-Karabakh serve una soluzione, non catapultata dall’estero, che mantenga i difficili equilibri in Caucaso. Bakù insiste per l’indivisibilità del territorio nazionale. “Serve – ha sottolineato senza mezzi termini il leader azero Aliev – che l’Armenia inizi a ritirare le sue truppe”.

 Come si ricorderà la questione di questo piccolo enclave armeno in Azerbaigian scoppiò nell’88 ai tempi della perestrojka gorbacioviana. Nel ’94 l’indipendenza da Bakù, non riconosciuta a livello internazionale, dopo una guerra sanguinosissima ed un milione di profughi.

  L’Azerbaigian, oggi in possesso di cospicui mezzi finanziari grazie ai proventi petroliferi, ha più volte minacciato nel recente passato di tornare a far ricorso alle armi. La pazienza ha un limite, è il messaggio recapitato ad Erevan.

 A metà del mese di gennaio il premier turco Erdogan, in visita ufficiale in Russia, ha appoggiato pubblicamente gli sforzi del Cremlino. Mosca ed Ankara hanno messo in piedi una superconveniente partnership strategica in campo energetico e commerciale. Nell’autunno 2009 sono stati firmati contratti di grande valore economico. Quest’anno si sono poste le basi per costruire un nuovo oleodotto in Anatolia in direzione del mar Mediterraneo. La Turchia sta diventando un hub per la distribuzione delle materie prime in transito dall’Asia verso i ricchi mercati europei. Mosca parteciperà anche alla realizzazione di una centrale atomica nei pressi della città di Mercin.

  Il premier russo Putin ritiene che unire il problema della normalizzazione dei rapporti turco-armeno con quello del Nagorno-Karabakh non sia corretto, ma si allungano i tempi. Russi e turchi stanno in pratica mettendo in campo tutta la loro influenza sui litiganti per portarli a più miti consigli. I Grandi dell’area hanno bisogno della pace e della stabilità per i loro affari. L’era delle faide perenni è destinata a finire.


People at Visaginas are frustrated. According to plan last reactor at the Soviet-era nuclear plant of Ignalina has been shut down at 11 p.m. local time. The future has become unpredictable for thousands of high qualified specialists. Will the town of 25,000 inhabitants be abandoned by most of them? The youngsters have already left looking for better jobs in the capital – 2 hours ride by train – or in Russia.

Vilnius agreed to close the facility by 2010 in order to win admission to the EU in May 2004. The plant was built in the 1980 and is considered by many to be unsafe since it shares design flaws with the Chernobyl unit that exploded in 1986.

Lithuania – one of the two most nuclear-energy dependent nations along with France – had been hoping that Brussels would allow it to keep Ignalina open for another two to three years, but the European Commission flatly refused. The EU allocated about $1.2 billion to cover part of the plant’s decommissioning costs.

The country risks to become too dependent on Russian gas supplies. Last shutdown reactor had a capacity of 1,320 megawatts, making it one of the largest reactors in the world. It supplied over 70 percent of Lithuania’s electricity needs. Power prices in the country of 3.3 million people were to rise by 30 per cent for households and 20 per cent for businesses, marking a new blow amid one of the world’s deepest economic crises.

Lithuania’s economy shrank by 15.2 per cent in 2009, the Government estimated, and the nuclear shutdown could shave up to 1 percentage point off gross domestic product this year, experts say

The former Soviet republic is seeking European investors to underwrite construction of a new nuclear power plant. Among the companies under consideration are Britain’s Centrica PLC, Germany’s RWE, Electricite de France, Germany’s E.ON AG energy corporation, the Czech Republic’s CEZ, Finland’s Fortum Oyj, Italy’s ENEL, France’s GDF Suez, Sweden’sVattenfall, U.S. company Duke Energy, Japan’s Toshiba, France’s Areva and Spain’s Iberdrola.

 After January 2009 gas dispute between Russia and Ukraine leaving half Europe without supplies was the EU decision to shut down Ignalina the right one and in the right moment?


Александр Лукашенко хочет купить украинскую электроэнергию. В Минске так надеются ослабить зависимость от российской нефти.

Деловая Газета – Виктор ЯДУХА – 05.11.2009

статья


As OPEC members cut the production Russia became the world’s largest exporter. Profits and share prices of Russian companies like Lukoil and Rosneft are up and the Russian budget deficit is coming down. New tax incentives in Russia encouraged companies to continue drilling.

Andrew Kramer – New York Times, special report  – October 19th, 2009
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zona rossa Cernobyl
Zona rossa

“Un minuto di silenzio davanti all’icona della Santa Immacolata nel centro storico. Così a Minsk l’opposizione bielorussa ha ricordato il 22esimo anniversario dell’incidente di Cernobyl. La vita di milioni di persone è cambiata completamente da quella terribile notte del 26 aprile 1986. Alla centrale, situata a 120 chilometri a nord-est di Kiev sul confine con la Bielorussia e non lontano da quella russa, era in corso un esperimento quando il reattore numero 4 esplose improvvisamente, disperdendo radioattività in mezza Europa. La peggiore catastrofe atomica civile della storia era avvenuta. Furono milioni gli sfollati.
Ancora adesso non si conosce nemmeno il numero preciso di quanti abbiano perso la vita per questa tragedia, che ha mietuto vittime soprattutto tra i 25mila “liquidatori” accorsi da ogni angolo dell’Urss. I dati sono discordanti e si aggiornano di continuo. Per l’Onu solo 4mila persone morirono, ma le organizzazioni non governative contestano le statistiche ufficiali. Qualcuno azzarda la cifra di 900mila morti a seguito delle conseguenze delle radiazioni. In Ucraina 2,3 milioni di cittadini soffrono ufficialmente delle conseguenze del dramma atomico. Ogni anno centinaia di migliaia di bambini, soprattutto bielorussi, vengono portati all’estero per diminuire le probabilità di sviluppare il cancro alla tiroide.
 “Tutti i reattori ad eccezione del quarto sono ormai senza combustibile”, ha affermato in un comunicato la Protezione civile ucraina. La centrale di Cernobyl è stata chiusa solo nel dicembre 2000. I maggiori problemi attuali riguardano il sarcofago che racchiude il reattore esploso con 200 tonnellate di magma radioattivo. Si sta facendo l’impossibile affinché pioggia e neve non entrino all’interno. Presto dovrebbe essere costruito un nuovo contenitore e siti di stoccaggio. L’obiettivo delle autorità è di ripulire completamente l’area entro il 2018. Il segretario dell’Onu Ban Ki-mon ha promesso aiuti per le bonifiche.
 Ieri, vigilia della Pasqua ortodossa, all’interno della zona interdetta che si estende fino a 30 chilometri dalla centrale, sono stati fatti entrare gli sfollati, almeno i più nostalgici. In nottata, a Kiev, il presidente ucraino Jushenko ha partecipato ad una funzione religiosa ed ha posto una corona di fiori al monumento dedicato alle vittime.
Nei giorni scorsi il quotidiano filo-governativo Sovetskaja Belarus’ ha ricordato che, quasi sempre con la approssimarsi della ricorrenza, iniziano a circolare le voci più strane. Quest’anno si è parlato di fantasiose fughe radioattive da impianti vicini, costruiti con la stessa tecnologia di quella di Cernobyl.
 Nella repubblica ex sovietica il presidente Lukashenko spinge per la costruzione di una centrale per limitare la dipendenza energetica dalla Russia. Nei mesi passati Minsk e Mosca hanno a lungo litigato sul prezzo delle materie prime e sul transito verso ovest. “Chi vuole bene al Paese appoggia il progetto”, ha detto Lukashenko, mentre chi è contro “non sono scienziati, ma banditi della politica, gente che appartiene alla seconda ondata di Cernobyl”.
 L’opposizione ha deciso di radunare firme contro qualsiasi centrale. “Questo – ha sottolineato il leader socialdemocratico Nikolaj Statkevich – è per noi un giorno di lutto poiché ricordiamo il passato. Ma è anche una giornata di vergogna, vergogna per il potere che continua a nascondere questa tragedia, potere che il primo maggio 1986 fece scendere in strada la gente per le manifestazioni in onore dei lavoratori”.

26.04.2008


Luglio 2009

 Un tempo le guerre tra Stati si combattevano sui campi di battaglia adesso sui mercati internazionali. E’ sintomatica la vicenda per la costruzione del gasdotto Nabucco. Questa pipeline dalla capacità conclusiva di 31 miliardi di metri cubi di metano l’anno ha l’obiettivo di trasportare il gas del mar Caspio fino al cuore del Vecchio Continente, evitando il territorio russo. L’opera lunga ben 3300 chilometri – duemila dei quali in Turchia – costerà l’astronomica cifra di 8 miliardi di dollari.

 Alla cerimonia per la firma ad Ankara per la costituzione del Nabucco erano presenti tra gli altri il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ed un alto rappresentante statunitense per l’Energia. Sia Bruxelles che Washington spingono per incrementare la concorrenza alla Russia, che attualmente fornisce circa il 30% del fabbisogno annuale all’Unione europea.

 Al Cremlino tutto ciò non fa chiaramente piacere. Mosca ha ribadito, non solo a parole, di essere un partner affidabile ed ha dato il via alla costruzione di due faraonici gasdotti – uno sotto al mar Baltico (insieme ai tedeschi) e l’altro sotto al mar Nero (con l’italiana Eni) per aggirare gli ostacoli ucraino e bielorusso che, negli ultimi tempi, avevano creato problemi alle forniture all’Europa.

 Il dubbio degli specialisti è, però, un altro: dove accidenti sia i russi che gli europei troveranno la materia prima per così tante condotte nuove oltre a quelle già esistenti. Il Cremlino finora ha giocato d’anticipo: ha acquistato gran parte della produzione del Turkmenistan, che si appresta a rifornire anche la Cina ed il Nabucco (10 miliardi). Stesso discorso per l’Azerbaigian (8 agli europei): due settimane fa il presidente Medvedev ha siglato con Bakù un’analoga intesa per cospicui approvvigionamenti.

 In linea teorica i fornitori del Nabucco dovrebbero essere anche Iran, Iraq e Kazakhstan. Teheran sta vendendo all’estero una grossa fetta di produzione al nero per aggirare le sanzioni: la difficile situazione politica interna non depone poi a favore del consorzio europeo; Baghdad sta muovendo i primi passi per rilanciarsi sui mercati internazionali dopo 6 anni di guerra; Astanà ha una politica multivettoriale, ma difficilmente entrerà in rotta di collisione con Mosca.

 L’inizio della costruzione della pipeline europea è posto nel 2010 mentre la conclusione nel 2014. Resta da definire la quantità che la Turchia tratterrà per i vari diritti di transito. Per settimane le discussioni non hanno portato ad alcunché come a lungo non si è capito chi fossero i veri finanziatori del progetto rimasto per anni in naftalina.

 Per gli europei il Nabucco è uno dei modi per cementare l’amicizia con Ankara. Se proprio non si riesce a farla aderire all’Ue che si facciano perlomeno dei buoni affari. Per ora non importa che tutto quel gas non esiste nemmeno nei sogni del più incorreggibile ottimista!


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