EU Eastern Dimension


President Yanukovych

 Five years after the Orange Revolution ousted him Viktor Yanukovych has sworn in as President of Ukraine. He took the oath of office in the Verkhovna Rada, the Ukrainian Parliament.

 The former USSR republic “is in an extremely difficult situation,” he said in his first speech as Head of State. “There is no state budget for the current year. The debts on foreign loans are colossal. Poverty, a ruined economy, and corruption are only part of the list of the troubles that constitute Ukrainian reality.” The meaning of his words is clear: it’s time to dig the axe of war and start to work together.

 His electoral opponent’s refusal to concede defeat and step down from the premiership threatens to prolong the political wrangling that has paralyzed the country since 2006. Yulia Tymoshenko continues to accuse him of having won the run-off through fraud. But Joao Soares, president of the OSCE Parliamentary Assembly, called Ukraine’s election “an impressive display” and “a victory” for democracy.

 The voting pattern showed a sharp split between Russian-speaking voters in the industrial east and south who backed the new President and Ukrainian speakers in the west and in the centre who voted for Tymoshenko. Yanukovych’s margin of victory was only 3.5 percentage points.

 The former Soviet republic can not wait for political peace anymore. Last autumn, the International Monetary Fund froze a $16.4 billion bailout.  Ukraine’s gross domestic product plunged by 15 percent in 2009, according to the World Bank. IMF officials will visit Kiev on April 7th.

  Ukraine will embark on a foreign policy,” Yanukovych highlighted, “that will allow our country to fully benefit from equal and mutually beneficial relations with Russia, the European Union and the United States.” His first foreign official visit as Ukrainian leader will be to Brussels, the second to Moscow.  In Yanukovych’s idea his country will come back to be “a bridge between the East and the West, integral part of both Europe and the former USSR”.

 The new President will simply correct the too westwards Yushchenko’s policy into a more natural ‘non-aligned’ one. When Yanukovych served as Prime minister under Kuchma’s presidency he supported national economic interests against the Russians in many tenders and had a good relationship with the USA. His best advisers are American still now.

 The new President has indicated he would put an end to Ukraine’s drive to join NATO and renegotiate a gas-supply deal with Moscow, which some believe would enable him to establish closer ties with Russia’s Gazprom. He has proposed the creation of a consortium (33% stakes each to Ukraine, Russia, and EU) to run the national gas pipelines and has hinted at possible concessions to the Kremlin over the future Russia’s Black Sea fleet  forces in Crimean peninsula. Yanukovych needs to find a good solution for Khrushchev’s poisoned present and for the use of Russian as official language. Around 20 million people can not use their mother tongue in state documents.

 The European Union and Russia need stability in Ukraine for raw materials’ transit . On the same day Yanukovych swore in, the European Parliament has issued a document which leaves the door open to a future Ukrainian membership to the EU and expresses the hope that the new President will cancel his predecessor’s recent decree that gave the honorary title of national hero to Stepan Bandera. Brussels will study a road map to guarantee no-visa EU entry to the Ukrainians in the next future and, as a first step, free of charge Schengen visa.

 Yanukovych has much to gain from the international situation, using his country’s new geopolitical importance. Financial and technological aids from West and East may be crucial for the modernization of Ukraine and for its European integration.

Giuseppe D’Amato

 L’Ucraina è diventata una vera democrazia europea. Questo il reale responso del tesissimo ballottaggio tra Viktor Janukovich e Julija Timoshenko. Kiev dimostra di essere una degna capitale del Vecchio continente. Viene ulteriormente rimarcato il dispiacere per il mancato inserimento dell’ex repubblica sovietica come membro dell’Ue, considerando soprattutto i risultati desolanti dell’allargamento del 2007 a Romania e a Bulgaria. Almeno così si sarebbero messe in sicurezza le rotte per le forniture delle materie prime, anche se si sarebbero ereditati altri grattacapi non da poco.

 “Queste sono state un impressionante esempio di elezioni democratiche – ha evidenziato in una sorta di imprimatur il capo degli osservatori dell’Osce, il portoghese Soarez -. E’ l’ora che chi ha perso lo ammetta”. Una volta che sono state approntate misure contro i brogli – che l’avevano fatta da padrone nel 2004 – le operazioni di voto sono state regolari.

 L’Ucraina è, quindi, oggi la maggiore democrazia dello spazio ex sovietico. Le radici storico-culturali-giuridiche di quello che fu lo Stato lituano-polacco non si sono, per fortuna, perdute nella notte dei tempi. E come nel Seicento Kiev fu la piattaforma per l’occidentalizzazione della Russia, avvenuta qualche decennio dopo con Pietro il grande, adesso si propone come modello da seguire. Perlomeno all’interno del mondo ex sovietico, in lento ed implacabile movimento verso ovest, se i “nipoti di Lenin” non vogliono essere fagocitati dalla neo superpotenza cinese.

 Lo sconfitto della “rivoluzione arancione” diventa così presidente con 5 anni di ritardo. Viktor Janukovich ha compiuto un autentico miracolo. Da imbroglione certificato nel 2004 è ora un leader eletto dal popolo. Julija Timoshenko si è meritata l’onore delle armi, visto il recupero messo a segno. Il 17 gennaio aveva 10 punti di ritardo. Solo 700mila voti, un’inezia, l’hanno costretta alla resa. L’importante è che i due litiganti si mettano ora a collaborare per il bene del Paese, in preda ad una gravissima crisi economica, e non si lancino in inutili faide.

 Non devono soprattutto dimenticare l’incredibile importanza geostrategica acquistata dall’Ucraina dopo il ‘91. Janukovich, che utilizza consiglieri americani, non è un filo-russo e non andrà verso Mosca. Anzi rappresenta interessi dell’imprenditoria nazionale in pieno contrasto con quelli degli ingombranti vicini.

 Il neo-presidente giocherà la carta della presentabilità e della stabilità sia con il Cremlino che con Bruxelles. Senza un accordo tra fornitori e clienti, pensa giustamente Janukovich, Kiev rischia di perdere peso geostrategico. Russi ed europei hanno già messo in piedi due progetti per la costruzione di oleodotti (South Stream – con l’italiana Eni capocommessa – e Nabucco) che bypassino l’ex repubblica sovietica. La loro spesa è astronomica e la materia prima per tutte e due le pipeline manca. Un garante a Kiev degli approvvigionamenti tra Est ed Ovest costa certamente meno.

 

 Due condanne per furto e violenza nonché quasi tre anni passati in galera. C’è anche questo nella biografia di Viktor Janukovich, cresciuto dalla nonna in un piccolo centro del bacino carbonifero del Don. “Furono errori di gioventù”, ha in passato commentato il neopresidente che ricorda l’adolescenza come un periodo di fame e di lotta per la sopravvivenza. Elettricista, poi autista, quindi ingegnere meccanico, ebbe la fortuna di diventare un protetto di Gheorghij Beregovoj, astronauta sovietico, che lo aiutò a muovere i primi passi in politica. Secondo i suoi avversari in realtà politici fu “mamma Kgb” a redimerlo.

 Janukovich è stato a lungo governatore regionale di Donetsk, quindi due volte primo ministro. Nell’autunno 2004 è stato travolto dal ciclone della rivoluzione arancione, quando sembrava ormai destinato a diventare capo dello Stato. Durante gli anni del suo premierato il capo del partito delle Regioni fu apprezzato anche in Occidente, dove l’allora leader ucraino Leonid Kuchma veniva aspramente criticato per gli scandali che lo vedevano coinvolto in prima persona. L’affare Gongadze, con l’uccisione di un giornalista dell’opposizione, e la vendita di armi all’Iraq minarono il suo prestigio tanto che ad un vertice internazionale a Praga la Nato utilizzò la dizione francese, invece che quella tradizionale inglese, per evitare che Kuchma si sedesse vicino a George Bush. Janukovich in quel periodo rappresentava la “faccia pulita” di Kiev. Poi il disastro delle presidenziali del 2004 e la resurrezione con il fallimento degli arancioni pro-occidentali.

 Quest’uomo goffo nei movimenti, ma di una intelligenza fuori dal comune, è sostenuto dall’imprenditoria industriale dell’est. Le maggiori imprese del Paese sono indubbiamente con lui. I suoi detrattori lo descrivono come una “marionetta” nelle mani degli oligarchi, il politico della restaurazione. Il neopresidente, famoso anche per le sue gaffe, viene descritto come vicino a Mosca, ma, invero, quando fu premier aiutò gli oligarchi suoi amici a fare propri i migliori bocconi delle privatizzazioni, andando spesso a scontrarsi con gli interessi russi.

 Contrario all’adesione di Kiev all’Alleanza atlantica, ma favorevole all’integrazione nell’Ue, il quasi 60enne Janukovich ha criticato spesso duramente la politica “mono-vettoriale” del suo predecessore Viktor Jushenko. Un Paese come l’Ucraina (diviso fra le sue due anime contrapposte) non può dimenticare i suoi legami storico-economici con la Russia, con cui va risolto al più presto il problema della presenza della Flotta del Mar Nero a Sebastopoli. La lingua di Pushkin dovrà diventare la seconda lingua ufficiale, venendo incontro ai milioni di russofoni, che si scontrano quotidianamente con una situazione assurda.

 

 La tensione si taglia col coltello. Truppe del ministero degli Interni hanno preso il controllo delle zone nevralgiche del Paese e delle aree attorno ai seggi elettorali. I servizi segreti verificheranno i sistemi informativi. Il capo dello Stato uscente Viktor Jushenko ha promesso di garantire votazioni regolari e democratiche.

 Le reciproche pesanti accuse alla vigilia del voto tra Viktor Janukovich e Julija Timoshenko hanno fatto il giro del mondo, ma non hanno intimorito gli elettori, ormai abituati da anni ad una continua guerra mediatica. Stando alle dichiarazioni ufficiali, squadre di specialisti sarebbero pronte a falsare il ballottaggio. Gruppi armati si appresterebbero a prendere il potere a Kiev. L’Ucraina sarebbe sull’orlo della paralisi politico – economica.

 Si teme che il candidato, sconfitto alle elezioni, porti in piazza, con la scusa dei brogli, i suoi sostenitori, come avvenne nell’autunno 2004 con la cosiddetta rivoluzione arancione. Gli exit polls potrebbero non aiutare ad identificare presto e con certezza il vincitore, ma bensì versare ulteriore benzina sugli animi già attesi. Il 17 gennaio 6 rilevazioni statistiche su 6 hanno miseramente fallito se si considera il successivo risultato finale annunciato dalla Commissione elettorale.

 Alla larga dai due litiganti si sono tenuti i candidati giunti terzo e quarto al primo turno, ossia l’influente Tigipko col 13% ed il giovane Jatsenjuk col 6,9%. Ambedue sono ufficialmente neutrali. Tigipko ha rinunciato alle offerte sia di Janukovich che della Timoshenko.

 Le previsioni danno il leader del Partito delle Regioni in testa, ma la premier sarebbe in recupero. Schiere di superpagati consiglieri americani curano l’immagine dei due acerrimi avversari. Paul Manafort è stato ingaggiato da Janukovich dopo che in precedenza questi aveva lavorato per il magnate nazionale Rinat Akhmetov, risolvendogli alcuni problemi strategici. Da imbroglione e nemico popolare durante i giorni della rivoluzione arancione il leader del partito delle Regioni ha un curriculum tutto nuovo. La compagnia AKPD Media, fondata dal consigliere di Obama David Axelrod, fornisce assistenza alla Timoshenko, che si fregia dei servigi anche di John Anzalone, un altro delle “menti” della campagna elettorale dell’attuale presidente Usa. 

 Russia, Stati Uniti ed Unione europea sono in preoccupata attesa. L’Ucraina è un Paese centrale nella geostrategia mondiale. La speranza è che il voto porti in futuro stabilità anche se il prossimo presidente dovrà chiedere ai suoi connazionali forti sacrifici per la gravissima crisi economica in corso.

Ucraina. EuroMaidan 2014

 Warriors of Ukrainian nationalists OUN-UPA are now officially considered fighters for Ukraine’s independence. The decision was taken by outgoing president Viktor Yushchenko, who issued a decree. Some days earlier the Ukrainian leader awarded the honorary title of national hero to Stepan Bandera, one the most divisive figures of Ukraine’s 20th century history. This new status, Yushchenko said, “had been awaited by millions of Ukrainian patriots for many years” and was a fitting reward for his “demonstration of heroism and self-sacrifice in fighting for an independent Ukraine”.

 Bandera is regarded as a hero in nationalist western regions of the country, which looks more to the West for inspiration. But the Russian-speaking East, which has historical links with Moscow, views him as a Nazi collaborator and a war criminal. During the WWII millions of Ukrainians (from 5 to 7) fought within the Red Army and few hundred thousands, mainly from the regions of Galicia and Volhynia, joined the Germans, hoping in a future independence, that was actually never promised by Berlin.  

 Bandera was the leader of the Organization of Ukrainian Nationalists (OUN), a pro-independence guerrilla movement that briefly allied with Nazi Germany during the invasion of the Soviet Union in 1941. The alliance was short-lived. Bandera was soon arrested and interned in a concentration camp in Sachsenhausen. His followers carried out partisan operations against the German occupiers, but when the Germans finally retreated, the OUN continued the fight against the Soviets. Bandera was assassinated by a KGB agent in Munich in 1959.

 Moscow is furious that Mr Yushchenko made these steps.  A legal action demanding the recognition of Stepan Bandera as a Nazi criminal, guilty of the genocide of Poles, is being prepared in Poland, a representative of the Russian Union of Former Minor Prisoners of Nazi Concentration Camps told. In Rabbi Berl Lazar’s opinion Yushchenko’s decision  promotes a “false and distorted” view of the activities of his OUN. The Simon Wiesenthal Centre highlighted in a statement that Stepan Bandera and his followers were linked to the deaths of thousands of Jews. Mark Weitzman, the centre’s government affairs director, thinks that it was a travesty to grant the honour to Bandera as the world paused “to remember the victims of the Holocaust on Jan. 27.” Simon Wiesenthal lived in Lviv many years and was acquainted with the OUN activity. They brutally murdered hundreds of thousands of Jews, Poles, Russians and Ukrainians.

 Ukraine will choose Yushchenko’s successor on February 7th. Viktor Yanukovich and Yulia Tymoshenko, are competing for voters on both sides of the county’s East-West divide. Both candidate at the run-off avoided any comment fearing to alienate some section of the population. The posthumous honour for Bandera will be seen as a last ditch attempt by Yushchenko to sabotage his successor and stick a middle finger up at Kremlin. In 2007 he similarly honoured Roman Shukhevich, a no-less controversial contemporary and comrade of Bandera.

 “It’s up to the people to decide whether Stepan Bandera deserves the hero title or not. But the president shouldn’t escalate through his action the confrontation between the older and younger generations, and between the country’s east and west. That we don’t know the true history of Bandera’s activity is a fact. But the president should always act wisely,” the first Ukrainian post Soviet independent president Leonid Kravchuk said.

 When politicians start dealing with history a big damage is always made to their countries. The historical truth can be established only by independent professional historians and not decided under the pressure of the moment or of different interests. These issues are often used to cover other more tough problems.

Giuseppe D’Amato

Quinto incontro in poco più di 15 mesi. La Russia sta mantenendo l’impegno preso all’indomani della fine della guerra con la Georgia di tentare di risolvere le questioni degli “Stati non riconosciuti” nello spazio ex sovietico. Il presidente Dmitrij Medvedev ha accolto con tutti gli onori i colleghi azero Ilkham Aliev ed armeno Serzh Sakisian a Krasnaja Poljana, località dove si terranno i prossimi Giochi olimpici invernali nel 2014.

 In due ore di colloqui, ha comunicato il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov, le parti hanno analizzato le proposte preparate dal gruppo di contatto di Minsk dell’Osce. Fonti vicine ai negoziatori, citate dalle agenzie di stampa russe, affermano che presto una delegazione separatista del Nagorno-Karabakh verrà invitata a partecipare alla trattativa.

 Erevan ha ribadito che non può prendere impegni a nome di altri e pensa al pieno ristabilimento dei rapporti con la Turchia, Paese con cui i rapporti sono stati a lungo interrotti per il mancato riconoscimento da parte di Ankara del genocidio degli armeni nel 1915. Il Cremlino continua a ripetere che per il Nagorno-Karabakh serve una soluzione, non catapultata dall’estero, che mantenga i difficili equilibri in Caucaso. Bakù insiste per l’indivisibilità del territorio nazionale. “Serve – ha sottolineato senza mezzi termini il leader azero Aliev – che l’Armenia inizi a ritirare le sue truppe”.

 Come si ricorderà la questione di questo piccolo enclave armeno in Azerbaigian scoppiò nell’88 ai tempi della perestrojka gorbacioviana. Nel ’94 l’indipendenza da Bakù, non riconosciuta a livello internazionale, dopo una guerra sanguinosissima ed un milione di profughi.

  L’Azerbaigian, oggi in possesso di cospicui mezzi finanziari grazie ai proventi petroliferi, ha più volte minacciato nel recente passato di tornare a far ricorso alle armi. La pazienza ha un limite, è il messaggio recapitato ad Erevan.

 A metà del mese di gennaio il premier turco Erdogan, in visita ufficiale in Russia, ha appoggiato pubblicamente gli sforzi del Cremlino. Mosca ed Ankara hanno messo in piedi una superconveniente partnership strategica in campo energetico e commerciale. Nell’autunno 2009 sono stati firmati contratti di grande valore economico. Quest’anno si sono poste le basi per costruire un nuovo oleodotto in Anatolia in direzione del mar Mediterraneo. La Turchia sta diventando un hub per la distribuzione delle materie prime in transito dall’Asia verso i ricchi mercati europei. Mosca parteciperà anche alla realizzazione di una centrale atomica nei pressi della città di Mercin.

  Il premier russo Putin ritiene che unire il problema della normalizzazione dei rapporti turco-armeno con quello del Nagorno-Karabakh non sia corretto, ma si allungano i tempi. Russi e turchi stanno in pratica mettendo in campo tutta la loro influenza sui litiganti per portarli a più miti consigli. I Grandi dell’area hanno bisogno della pace e della stabilità per i loro affari. L’era delle faide perenni è destinata a finire.

 The blunt-spoken Yanukovych against the ‘gas Princess’ at the runoff. There was no surprise at the first round of the Ukraine’s presidential election. The former CEO of the National Bank, Serhiy Tihipko, didn’t succeed in overtaking Yulia Tymoshenko, but he got more than 3 million votes.

 The Orange Revolution is over. President Viktor Yushchenko, who led it in 2004, trailed in the polls with just over 5 percent. He completely wasted the popularity he conquered 5 years ago when millions of people supported him and his policy.

 The Orange Revolution had an incredible impact on the former USSR similar to the one caused by the Berlin’s Wall fall on Central Europe. After centuries the Russian pole has found a great competitor in the EU and the regional balance has moved westwards. The European enlargement to the East in May 2004 indirectly helped the creation of this favourable situation for the oranges. Since then, the Ukraine’s membership in the European Union has become a popular topic in Brussels. Ukrainians will remember the Orange Revolution for the hope they acquired for a better future at home and for the disappointment they got for the broken promises and the long period of political paralyses.

 Despite warnings of large-scale election fraud in the days leading up to Sunday’s vote, officials and election observers said the ballot seemed fair and orderly. There was no evidence of voter intimidation or organized fraud.

 “Ukraine is a European democratic country”, said Yushchenko in a sort of political will at the polling station. “It is a free nation and free people.” This point of view can be shared. In these years Ukraine has demonstrated to be probably the most developed democracy in the former USSR. Where might another real multi-parties system be found as in Kiev? Where is the same full freedom of speech guaranteed in the Soviet area?

 Thus, the Ukrainian disappointment for not having become a EU member with a new formula during the orange power can also be shared, especially if we consider the membership given to the problematic Bulgaria and Romania in 2007. Brussels would have had a better position in the control of the strategically important gas and oil pipelines from Russia and Asia.

 Despite Tymoshenko’s second place finish, her sharp political instincts give her the edge in the runoff vote. Oleksandr Turchynov, the head of Tymoshenko’s election headquarters, said they are sure that the voters backing Tihipko, Yuschenko, Change Front head Arseniy Yatsenyuk and some other contenders in the first round will support Tymoshenko in the runoff regardless of the position of the candidates themselves.

 But Tihipko said he did not intend to support any candidate in the runoff even if he was offered the post of prime minister. He had personal links with Tymoshenko’s circle when he was the regional Dniepropetrovsk’s leader of the Komsomol, the Communist Union of Youth in the late Eighties. Tihipko has also been for years one of the most faithful advisers of former Ukrainian president Leonid Kuchma, who chose  Yanukovych as his successor in 2004.

 The next Ukrainian president will likely concentrate on consolidating power and shoring up the economy. Ukraine’s currency crashed in 2008, the economy sputtered and the IMF had to step in with a $16.4 billion (euro11.41 billion) bailout. Ukraine’s gross domestic product plunged by 15 percent in 2009, according to the World Bank.

 Wealthy businessmen are likely to retain a tight grip on the economy and the main enterprises and to hold sway over politics. They will be the main security against a too strong Russian influence on their country in next future.

Giuseppe D’Amato

 Il gigantesco Janukovich contro la peperina Timoshenko al ballottaggio. Questo il responso del primo turno delle presidenziali ucraine. Le previsioni della vigilia si sono avverate in pieno. L’oligarca Tigipko non è riuscito ad inserirsi come terzo incomodo, ma potrà far pesare i suoi tre milioni voti in futuro.

 La rivoluzione arancione tramonta definitivamente con il suo leader. Il presidente uscente Viktor Jushenko è riuscito nell’ardua impresa di sperperare quell’enorme bagaglio di simpatia e popolarità conquistato nell’autunno 2004. Allora milioni di persone scesero in piazza per sostenerlo e per dire “no” a brogli e soprusi.

 La rivoluzione arancione è stato un evento sconvolgente che ha avuto nello spazio ex sovietico effetti simili a quelli prodotti dal crollo del Muro di Berlino per l’Europa orientale. La speranza di un futuro migliore e le porte finalmente aperte da parte del ricco Occidente i maggiori risultati, vanificati in parte dalla litigiosità dei suoi leader.

 A parte i soliti problemi organizzativi e i tradizionali dubbi di regolarità in certe località l’Ucraina ha dimostrato di essere probabilmente la maggiore democrazia nell’area ex sovietica. Ha ragione Jushenko, nel suo testamento politico, ad affermare che il Paese è “democratico di stampo europeo”, una “nazione libera”, abitato da “gente libera”. Dove si può trovare nell’ex Urss una vera realtà multipartitica come quella ucraina e la piena libertà di parola?

 Condivisibile è a questo punto la delusione di Kiev per non essere stata fatta aderire d’urgenza all’Ue nel 2007-08 con una qualche formula, a vantaggio delle ugualmente problematiche Romania e Bulgaria. Bruxelles si sarebbe perlomeno garantita le strategiche vie di approvvigionamento delle materie prime dalla Russia e dall’Asia.

 Il ballottaggio è aperto nonostante i 10 punti di differenza del primo turno. Notoriamente la Timoshenko è bravissima nei recuperi ed è molto più abile del russofono davanti alle telecamere.

 

Risultati del 17.01.2010 – Dati della Commissione elettorale

Affluenza: 67% – circa 8 punti in meno del 2004

24,1 milioni di votanti

Candidati

percentuale

Numero voti

Janukovich

35,3%

8.5 milioni

Timoshenko

25%

6 milioni

Tigipko

13%

3,1 milioni

Jatsenjuk

6,9%

1,6 milioni

Jushenko

5,5%

1,3 milioni

 For the first time in many years the power is actually at stake in Kiev. Eighteen are the candidates at the first round of the presidential election. There are not really great ideological or ethnical differences among them. The image of the candidate will give him or her the victory. 20% of the electors are uncertain who to vote for. Some experts say that the central Ukrainian regions along the river Dnepr will be crucial in the second round runoff.

 Sunday’s election for president, the fifth since independence from the Soviet Union in 1991, takes place amid deep economic gloom in Ukraine where the global recession has hit jobs, family budgets and pockets.

 According to several polls taken this week, Viktor Yanukovych will collect more than 30 percent of the vote Sunday, while prime minister Yulia Tymoshenko will get 15 percent to 20 percent. The outgoing President Viktor Yushchenko is supported by slightly more than 3 percent of the electorate. He is widespread considered the main responsible for the economic crisis and the political paralyze after 2006. For Russia’s VTsIOM the former CEO of the National Bank, Serhiy Tihipko, might be the surprise. Yushchenko may agree with him to knock out his prime minister and have better guarantees for the future.

A December 2009 poll found that 82 percent of Ukrainians expect vote rigging, as in 2004. These fears are shared by election observers, both international and domestic. The later also fearing the lack of an independent exit poll.

 Both Yanukovych and Tymoshenko have been accused of having close links with Russia. But Ukraine is not coming back under Kremlin’s supervision. National entrepreneurs have their own interests that are often in contrast with those of their Russian competitors. Kiev will continue its way towards a better integration with the European Union and one day will be a full EU member.

Yushchenko’s main mistake in foreign policy was to force this westwards direction and to want a fast membership in NATO at any cost. He forgot the historical roots of his mainland.  

 Spese folli, elettori abulici, casse dello Stato quasi vuote. Ecco l’Ucraina al voto. Per la prima volta da anni il potere è veramente in palio. Tanti sono i conti da saldare tra i potenti.

  La corsa alle presidenza si gioca sull’immagine dei singoli candidati, poiché la differenziazione ideologica ed etnica è ormai venuta meno. Le principali città del Paese sono invase da giganteschi manifesti con slogan e fotografie ammiccanti. I colpi di estro non mancano.

  “Loro scioperano, Lei lavora”; “loro paralizzano, Lei lavora”. Questa “Lei” non è altro che la carismatica Julija Timoshenko, la combattiva premier, ex dama di ferro della fallimentare rivoluzione arancione. Non serve scrivere il suo nome. Tutti la conoscono, grandi e piccoli. “Lei lavora, Lei vincerà, Lei è l’Ucraina”, recita l’ultimo motto coniato. Evviva la modestia!

 Le risposte degli avversari non sono mancate, anche alcune di pessimo gusto che si tralasciano volentieri. “Per il popolo” è la scelta finale di Viktor Janukovich, suo principale avversario. Il primo slogan – “la vostra opinione è stata ascoltata. Il problema è stato risolto” – seguiva uno stile antiquato ed aveva intrinsecamente reminescenze dei tempi sovietici.

 I 5 più accreditati concorrenti hanno deciso di non partecipare ai teledibattiti, organizzati come confronti uno contro uno. Non si vuole fare pubblicità a comprimari poco conosciuti.

 I sondaggi rivelano poi che saranno le regioni centrali del Paese, quelle lungo il corso del Dniepr, ad essere l’ago della bilancia della partita in caso di ballottaggio. Una recente rilevazione con un margine di errore dell’1,8% dà in testa al primo turno Janukovich col 32,4%. Seguono la Timoshenko col 16,3 e Jatseniuk col 6,1%. Il presidente uscente Viktor Jushenko, anima della rivoluzione arancione del 2004, non dovrebbe superare il 5% e porterà via consensi alla premier con cui è entrato in rotta di collisione. 

 Una mina vagante è  Serghej Tigipko, ex governatore della Banca centrale – come lo fu anni addietro Jushenko -, oggi imprenditore. La sorpresa al primo turno potrebbe essere lui, asseriscono i ben informati. Su questo 50enne in gran forma potrebbero convergere i voti in uscita dall’ex coalizione arancione. Jushenko riuscirebbe così a mettere fuori gioco la Timoshenko ed al secondo turno accordarsi con Tigipko in funzione anti-Janukovich, garantendosi per il futuro. I nemici non gli mancano.

Se, invece, non vi saranno cose inaspettate gli esperti assegnano al ballottaggio la vittoria al grande sconfitto della rivoluzione arancione col 47,4%, mentre la principessa del gas non andrà oltre il 29%.

 Gli ucraini considerano Viktor Jushenko il maggiore responsabile dell’attuale gravissima crisi economica e dell’empasse, in cui si dibatte il mondo politico, che dura dal 2006 con troppe coabitazioni andate a male.

 Certo è che la situazione finanziaria è assai complessa, ma non disperata. Nel 2009 il Pil è sceso di un 15%, l’inflazione viaggia al 16% annuo, il debito estero ha superato i 100 miliardi di dollari. Secondo alcuni studi il tasso di economia sommersa corrisponde al 60% del Pil. Nessun politico o partito si è preso la briga di mettere le basi per le necessarie riforme nei mesi pre-elettorali così l’Fmi ha bloccato la terza tranche di un prestito già accordato.  Il budget per il 2010 verrà discusso alla Rada e dal governo soltanto dopo le presenti consultazioni.

 Gli esperti ritengono che il pericolo di azioni di massa, anche di forza con relativi disordini, non sia da escludere. I politici ucraini ci hanno abituato ad infinite risse con imponenti manifestazioni di piazza. Probabili, sempre secondo gli specialisti, i brogli anche se, a differenza del 2004, la copertura mediatica è maggiore e la legge elettorale è stata cambiata.

 Russia, Unione europea, Stati Uniti stanno alla finestra. All’apparenza nessuno vuole avere un grattacapo non da poco con un boomerang anche finanziario. L’Ucraina, però, è davvero importante dal punto geostrategico. E nessuno intende perderla!

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