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cattedrale ortodossaLa ruota della storia, a volte, torna indietro. Presto la Chiesa ortodossa russa potrebbe rientrare in possesso di quasi tutte le sue proprietà confiscate dai bolscevichi dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917. Questo almeno prevede un controverso progetto di legge (pdl) del ministero dello Sviluppo economico, in discussione in marzo, scovato dall’autorevole quotidiano finanziario “Kommersant”. Il governo intende disfarsi di beni che gravano pesantemente sul bilancio dello Stato.

Se l’operazione andrà in porto la Chiesa ortodossa diventerà, come ai tempi dello zar, il più grande proprietario mobiliare ed immobiliare del Paese, rivaleggiando in ricchezza con la Gazprom e la Società ferroviaria (RzhD).

Secondo alcuni osservatori la crisi economica produce, oggi, perlomeno un atto di giustizia storica. Ma le opinioni sono le più diverse ed in aula alla Duma i deputati, soprattutto quelli comunisti, potrebbero dare battaglia. L’onorevole Vladimir Kashin del Pc giudica questa mossa dell’Esecutivo come un tentativo del duo Medvedev-Putin di riconquistare la fiducia popolare, che vacilla davanti alla crisi. Il presidente ed il premier sono notoriamente ortodossi praticanti. La moglie dell’attuale leader russo, Svetlana, è stata in passato impegnata affianco delle gerarchie ecclesiastiche in numerosi progetti sociali.

La Chiesa ortodossa non se la passa, comunque, affatto male. Attualmente possiede 478 monasteri ortodossi, 13.000 tra chiese e cattedrali, 16.000 parrocchie, 4.696 scuole di catechismo. Nella sola Mosca, dove i prezzi al metro quadro rimangono alle stelle nonostante la recessione, potrebbe aspirare a 600 siti che vanno da 300 metri quadri ad oltre 10 ettari, con edifici fino a 50mila mq. Si calcola che il valore di questi beni immobili si aggiri sui 50 miliardi di dollari. Se si considerano anche i terreni nella capitale gli zeri si moltiplicano in maniera incredibile.

A godere di questa legge dovrebbero essere anche le altre confessioni ufficiali: musulmani, ebrei, buddisti, cattolici.

Dopo il crollo dell’Urss le prime restituzioni di beni religiosi avvennero grazie ad un decreto di Boris Eltsin nell’aprile 1993. Seguì una legge del Parlamento nel settembre 2004. La più clamorosa disputa tra autorità religiose ed enti statali, finita nelle aule giudiziarie, si registrò per un edificio dell’Università Statale Umanistica a pochi passi dal Cremlino.  Dopo il periodo sovietico Stato e Chiesa in Russia hanno nuovamente stretto la tradizionale alleanza. Questo pdl è il definitivo suggello.

Febbraio 2009

solgenitsin

L’uomo del dissenso, il nemico “numero uno” del potere comunista in Patria e poi lontano tra le montagne degli Stati Uniti. Aleksandr Solgenitsin era un matematico “sui generis”, datosi fin da giovane, anima e corpo, alla letteratura. Era l’anti-sistema per antonomasia, colui che mise a nudo le nefandezze del comunismo.  “Io volevo difendere le tradizioni russe contro l’uniformismo del socialismo”, disse una volta in un’intervista.

Credente ortodosso, criticato perché considerato a torto un anti-semita, Solgenitsin è una persona che ha pagato duramente per la libertà del suo pensiero: otto anni nei campi di lavoro forzato tra il 1945 ed il 1953 e venti in esilio dopo essere stato cacciato con ignomia dall’Urss nel 1974.

Sono principalmente due i capolavori, che gli fecero acquistare fama mondiale: Una giornata nella vita di Ivan Denisovich, uscita sulla rivista “Novyj Mir” nel 1962, ed Arcipelago Gulag edito in tre volumi del 1973.

Nella prima, pubblicata durante il periodo chruscioviano, l’Occidente scoprì l’orrore del sistema sovietico dei campi di lavoro, da cui passarono milioni di persone. Le descrizioni di Solgenitsin sono terribilmente reali e non lasciano dubbi sulle tragedie raccontate. Per scrivere sulla medesima tematica la sua successiva opera, tradotta in 34 lingue ed edita prima in Occidente e vietata in Patria, l’autore intervistò ben 227 sopravvissuti ai gulag. Le loro identità restarono per anni segrete. Arcipelago gulag è un insieme di fatti storici, autobiografici con testimonianze di vario genere, un documento di accusa drammatico, che gli valse l’esilio. Solgenitsin, allora, aveva già ottenuto il Premio Nobel nel 1970. Il potere sovietico se ne infischiò dello scandalo internazionale che provocò la cacciata dello scomodo scrittore, che tornò in Patria solo nel maggio 1994 per iniziare subito una nuova crociata contro l’oligarchia, la speculazione imperante, la corruzione, insomma contro i mali della Russia post sovietica.

Importanti sono le prese di posizioni di Solgenitsin sulla storia nazionale. Non era vero – sosteneva lo scrittore in pieno contrasto con il mondo scientifico – che la Rivoluzione del 1917, che poi portò ad un sistema totalitario, aveva legami o origine nella cultura zarista di Ivan il Terribile e Pietro il grande. La Russia imperiale non praticava la censura, la polizia segreta era presente solo in tre grandi città ed il potere non era così violento contro la propria gente. L’Urss aveva oppresso la cultura russa in favore di quella atea sovietica. Il nazionalismo russo e la Chiesa ortodossa, quindi, non devono essere considerati oggi in Occidente come una minaccia bensì come un elemento positivo. Da qui, nei primi anni di questo secolo, l’avvicinamento a Vladimir Putin, ex agente del detestato Kgb. La soluzione migliore per il dopo Urss era la creazione di un’entità statale che unisse i tre popoli slavi orientali fratelli: russo, ucraino e bielorusso.

“La morte – ha sottolineato Solgenitsin in una delle sue rarissime interviste – è una naturale pietra miliare, che non segna la fine dell’esistenza di una personalità”. Si può star certi che un posto nell’Olimpo dei Grandi del XX secolo questo matematico, prestato alla letteratura, se l’è certamente guadagnato.

Giuseppe D’Amato

Agosto 2008

Pan Wajda

The truth on a crime hidden for half of a century. The defeat of a perfidious fabrication based on the silence. The will to give his farewell to this unbelievable tragedy. Katyn by Andrzej Wajda summarizes all this.

Its watching is in some points simply upsetting: impressive psychological portraits are mixed with scenes from a shambles. “We have been waiting for the right moment to make a film on the massacre of Katyn. The lie and the crime, connected with this event, are well inside our national conscience,” says the great Polish director.

More than 22 thousand Polish citizens, taken prisoners in autumn 1939, were slaughtered in USSR by NKVD, Stalinist secret police, in spring 1940. For decades the Nazi were unfairly accused of this butchery. “That dreadful falsehood was one of the basis of the Polish – Soviet friendship even if there were documents, dated 1943, that stated the opposite. It was denied the obvious ”, underlines Wajda.

The relatives of the victims were frightened to accept the invitation to attend the film that  was watched by more than 3 million people only in Poland. “Many of them lived those terrible years again at the cinema and found in the film episodes from their personal tragedies”, admits Isabella Sariusz Skapska, secretary of the Association of  Families.

“For years we have been seen photos and documents of Katyn, but there wasn’t the image,” says Andrzej Wajda in his Warsaw’s school of cinema. “We needed to explain in a visual way how a tragedy like this could happen. Such terrible historical events must find their place in the art if we want them to survive in the memory. Watching the film, people understand that this is the past. There’s no aim of revenge. Our film is a kind of funeral, an attempt to close with this drama forever.”

Which sources did you use? “The documents signed by Stalin and the Politburo are well known. Our work is not a documentary film. The events in the plot are taken from the tales of the victims and of their families. They are real stories.”

You have dedicated this film to your parents. How much is it autobiographic? “It isn’t all. My father was killed in the prison in Kharkov after being in Starobelsk. My mother lived till 1950 hoping that my father were safe. There wasn’t his name on the first edited Katyn list. Only thanks to the Red Cross aid later we discovered the truth.”

You are saying that there isn’t any personal element Katyn, aren’t you? “A character that is, may be, close to my mother is Anna, Andrzej’s wife, the officer of cavalry. In the film she is played by Maja Ostaszewska. It’s the woman who gives the farewell to her husband who goes to the captivity.”

In your film you used two real historically true symbolic images: a coming down from the cross Christ with a broken arm who lies among injured prisoners under a plaid and some Soviet troops who tear out the Polish flag. “It wasn’t necessary to have many. We used also some pieces from the original German and Soviet propaganda films of that period. We didn’t touch them, because this is the best way to show the manipulation of the truth. The event is the same, but the remarks are different. At the end of the film we added from the literature another symbol, that is the history of Antigon. A girl cuts her hair to defend the memory of her brother who dies fighting for his right to state that his father was killed by the Soviets.”

In your opinion, what did the Soviet  executioners think doing their dirty work? “There are documents with their number and names. NKVD’s killers slaughtered a victim after another. They did it mechanically without thinking. It’s impossible to carry out certain orders in another way. Every day they had to murder a hundred of Polish prisoners. From April 5th to the beginning of June 22 thousand people from 3 camps were killed. The most incredible thing is that even the Soviet executioners were later killed, because they became dangerous eyewitnesses.”

Is that of Katyn a crime of communism or of a totalitarian system? “The communism was a totalitarian system. Soviet Russia was a totalitarian State. This is a crime against humanity, one of the biggest reason of today’s bad relationship between Warsaw and Moscow. The Russians speak about Katyn as a tragedy provoked by the situation. We were enemies in war. The Poles respond it wasn’t necessary to kill all those people.”

Moscow’s newspaper Rossiiskaya Gazeta harshly criticized your film arguing that you didn’t use trustworthy sources. “It is not true. The documents are clear. The Germans discovered the mass graves and they analysed them in 1943. When the Polish prisoners were killed those regions were in Soviet hands. Berja and Central Committee’s documents with Stalin’s signature were delivered to President Lech Walesa in the Nineties. The rest was found in victims’ pockets. There are detailed notes, where everything is written. For example, from Adam Solski’s diary ‘we got on a truck at 6 in the morning. Who knows what’s going to happen?’ In the film we used this historical testimony.”

What was the most difficult thing to do in this film? “It was the decision to make the film. But, then, how to play it? How and what to tell? The killed soldiers’ stories? The women’ ones? Which historical period should we choose? We had to select the material. A film like this one must last no more than two hours. Was it better to decide for the story of one family or of more people? I chose to have more characters to use more memories and to be more free in the plot.”

Your film was shown in Moscow only twice at the mid of March: in the House of Cinema and in the House of Literature. There are serious problems. Katyn goes against common Russian belief of their history. “We have contacts with the human rights society Memorial. We are looking for fearless people who want to distribute our film.”

From your point of view, is this the time for the penitent of the Russians, as heirs of Soviet Union, and for Polish forgiveness? “The film was made with this idea. Russians made important steps ahead with the delivery of the documents during Mr. Gorbacev and Yeltsin Presidencies. May be, we should have made Katyn ten years ago. But this is art! The only thing I don’t want now is the political manipulation of our film.”

Personally, as a practicing Catholic, do you forgive your father’s killers? Mr. Wajda turns his face on his right side. He keeps silent for long endless seconds when we regret for this necessary question. Then, the great Polish director frowns and answers with a trembling voice. His eyes have become watery all of a sudden. “The Russians must face their own past. They must stop with their tales about their history full of glory and with their speeches on ideal systems. They should follow the example of Solgenitsin and of  Memorial. Here, we are not speaking about the forgiveness of one person, but of the entire Polish society. After the end of World War II Polish bishops wrote a letter to the German episcopate. They pardoned German people, because they saw convincing steps from the other side. You may forgive when the others recognize their sins.”

Giuseppe D’Amato

March 24th, 2008

 

See also Katyn. The end of a shame? EuropaRussia April 7th, 2010.

 

 

 

prilepin   “Il potere in Russia non ha bisogno del popolo”. Zakhar Prilepin è il miglior prodotto delle nuove generazioni letterarie. I riconoscimenti, ottenuti da questo giovane 32enne di Nizhnji Novgorod, iniziano a non contarsi più. Tre i libri di maggior successo: Patologija, Sankja, Peccato. Alcune sue opere sono in pubblicazione anche all’estero, in particolare in Germania.

 Guardia del corpo poi giornalista e scrittore, Prilepin si è iscritto dal 2001 al partito nazional-bolscevico (PNB). Calvo, di media altezza, ma nel complesso robusto è stato spesso fermato o arrestato dalla polizia per la partecipazione a marce di protesta contro il Cremlino.

 Lei è considerato uno scomodo. Come è riuscito ad emergere? “Il potere – commenta Prilepin, fumando lentamente una sigaretta – guarda la televisione e non legge più, per mia fortuna”.

Come definisce la Russia di inizio secolo? “Un Paese che vive un momento di difficoltà. Le élite hanno deciso di comandare, infischiandosene della volontà popolare. E c’è poi una grande differenza tra ciò che dicono e ciò che fanno in realtà. Putin non ascolta il popolo”.

 La sua attività politica le ha creato non pochi problemi. “Io sono un uomo libero, per di più di successo. La polizia mi ferma in continuazione. L’Fsb ascolta le mie telefonate. Tutto ciò mi fa ridere. Ormai mi sono abituato a certe situazioni. Dovrei essere un isterico ed invece sono felice della mia vita. Ho stabilito di essere libero e di dire quello che penso”.

 Perché da ragazzo è andato a combattere in Cecenia nelle file degli Omon. “Per interesse. Forse come Lermontov e Tolstoj per spirito di avventura. Quella era una guerra senza regole. Per fortuna non ho assistito a violazioni o crimini. E non ho ammazzato nessuno. Chi era con me si è comportato con onore”.

Ha avuto paura laggiù in Caucaso? “No. I soggetti dei miei libri hanno questo sentimento. La cosa peggiore che possa succedere è che gli uomini perdano la loro faccia ed il loro onore. Vi è sempre la lotta per non passare quel confine e rimanere uomini”.

 Cosa cerca in un partito estremista come il nazional-bolscevico? Vi si è iscritto subito dopo il ritorno dalla Cecenia. “Non è vero che il PNB sia fascista. Mi piace la sua estetica. Si ha la possibilità di parlare e di rispondere delle proprie parole. Allora cercavo la gente, i valori spirituale e non materiali”.

Ma perché non si è rivolto alla Chiesa? “Sono un laico. Credo in Dio”.

 E adesso quale è il suo compito da militante politico? “Difendere la gente dalla leadership. Mostrare il coraggio della società civile. Il potere si comporta in modo vergognoso: le recenti legislative sono state falsificate. Per ora la gente pensa che questo vada bene lo stesso. Poi ci sarà un momento in cui scoppia come un vulcano”.

 I russi si stanno arricchendo. Pare poco preventivabile una rivoluzione o un cambio di potere. “Per uno scoppio basta il 5% della popolazione. Anche tra i moscoviti e tra gli imprenditori ci sono degli insoddisfatti. Le élite non vogliono dividere le ricchezze del Paese. Senza Putin esistono tanti clan con interessi diversi tra loro. Il presidente è stanco delle grane interne. Vorrebbe dedicarsi ai grandi incontri internazionali, che so al G8. Non glielo permettono”. 

Giuseppe D’Amato

 primavera 2008

Газета “Тамбовское время”

Радинский лагерь № 188, где в годы Второй мировой войны и два года после её окончания содержались военнопленные 29 национальностей, продолжает интересовать иностранных журналистов. В декабре 2002 года в Тамбове побывал итальянский журналист Джузеппе Д’ Амато. Интерес его понятен – на лесных погостах под Тамбовом похоронены тысячи солдат Итальянской армии, умерших в лагере № 188…

 Взгляд иностранца на трагедию своих соотечественников всегда интересен…  

Ледяной  ад  Рады

…Воздух  ледяной. Заснеженная земля  искрится, но не греет. В некоторых местах снег доходит почти до колен. Александра Крушатина несмотря на свои 79 лет, идёт легко и  уверенно, вероятно, благодаря  ещё и  тому, что обута в чёрные валенки – сапоги из войлока.  “Вот, здесь спали военнопленные,” – показывает она  после пяти минут ходьбы на заполненный снегом ров, в котором еще видны вкопанные в землю сваи.

  

Krushatina

Александра Крушатина

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Здесь, в шести километрах от лагеря останавливался на ночь один из многих  рабочих  отрядов, которые рубили дубы, которые  использовались Красной армией для строительства мостов или применялась на шахтах  Донбасса на Украине.

Ровно шестьдесят лет тому назад в России произошло самое большое бедствие в итальянской военной истории и самое массовое уничтожение наших солдат за все времена. В три этапа, между  ноябрем 1942 года и январем 1943, Красная армия окружила и разбила в боях войска “Берлинско-Римской оси” в Сталинграде и на  Дону. Только части итальянского альпийского  корпуса смогли отступить, прорвав окружение в Николаевке  26 января 1943 года.

Продвижение  Итальянской армии там и закончилось. По советским данным в сражениях и от лишений умерло около 25 тысяч итальянских солдат, около 70  тысяч попали в плен. Для них началась адская одиссея. Домой вернулись только 10.030…

Мы не понимали, что говорили пленные. Они здесь были всех национальностей, – рассказывает Александра Крушатина, сидя под образами в своем деревянном доме, обставленном так, будто  время здесь остановилось. – Некоторые пленные  работали с гражданским населением. Но почему они должны были  бежать? А куда потом? В конце концов, у них в лагере была еда. Отношение к ним были хорошими, иногда они обменивали свои вещи на еду. Особые случаи? Однажды мы с подругой Юлией оказались рядом со станцией. Некоторые пленные по-русски кричали, чтобы мы подошли к вагонам.  Хотели обнять и расцеловать нас. Что же, они же были ребята  молодые…

Массовая гибель итальянских пленных продолжалась первые шесть месяцев после  пленения. Из-за  отсутствия  транспорта советские власти  заставляли  арестантов  проходить пешком  сотни километров  по   заснеженным дорогам во время сильных морозов. Как многочисленны трагические рассказы выживших об этих “походах”!  И всё под крики:  “Давай, давай!”  У истощенных итальянских солдат леденела кровь, погибающих от голода и болезней расстреливали советские охранники. Когда пленные доходили до железной дороги, их набивали в вагоны для скота как сардины в банку. Путь длился днями, неделями с бесконечными остановками, почти без еды и воды. Когда поезд приезжал в сортировочный лагерь, и открывались пломбированные вагоны, мертвых в них было больше, чем выживших.

И именно в этот лес к Рождеству 1942 года добрались насквозь промёрзшие пехотинцы  Итальянской армии, заполняя один из самых больших концентрационных лагерей  СССР  – лагерь № 188 на станции Рада, недалеко от Тамбова, расположенного примерно в 480 километрах к юго-востоку от Москвы. Недалеко от железнодорожной станции находится первая братская могила.

За шесть месяцев, начиная с декабря 1942 года, сюда  поступило 24 тысячи пленных, из которых 10118  итальянцев. Лагерь не был приспособлен к приему такого количества людей. Сами тюремщики спали во времянках. Смертность была высочайшей: за десять месяцев было зарегистрировано 14433 смертей. Уровень смертности среди итальянцев  лагеря № 188 превысил 70 процентов.

Рассказы, переживших все это, леденят душу: голод, холод, болезни. Не хватало самого необходимого. Очень часто случались драки из-за куска хлеба.  Умерших зачастую даже не хоронили, чтобы иметь возможность получить лишнюю порцию еды. Одичание было полным. Лагерь зарастал грязью и превращался в лазарет: свирепствовали дизентерия и сыпной тиф.  Вши не давали покоя, и от них  было невозможно избавиться никаким способом.

Концентрационный лагерь на станции  Рада был организован в конце 1941 года: советским властям понадобилось место для фильтрации своих собственных солдат и партизан, подозреваемых в сговоре с врагом только потому, что они попали в плен. Пленные жили в  больших  землянках и бараке, способном вместить  80 человек.

Со временем лагерь  расширился, и условия жизни значительно улучшились Удавалось даже отслужить мессу на Пасху и на Рождество. В 1947 году лагерь на Раде был закрыт.

-  Вероятно из-за ссоры между Сталиным и генералом Де Голлем, – высказал предположение наш гид Евгений Писарев. – Здесь содержались пленные эльзасцы и лотарингцы, которых Гитлер призвал в свою армию насильно. Некоторые из них в конце войны были переданы в распоряжение командования армии генерала Де Голля и были отправлены сражаться в Северную Африку…

НКВД, секретная советская полиция, уничтожила все следы лагеря. Зона осталась секретной ещё и из-за соседства с военным полигоном. “Забыть!” –  таков был приказ Лубянки. Все личные карточки пленных (опросные листы – Ред.) были отправлены в Москву в Военный архив, где они ревностно охраняются до сих пор.

-  Их почти невозможно получить для изучения, – объясняет московский историк Никита Охотин, который исследует историю итальянских коммунистов, погибших во время сталинских репрессий. – Однако министру обороны Италии с помощью организации Anni Novanta всё-таки удалось получить микрофильмы с некоторыми списками ваших военных…

Но, к сожалению, имена в них записаны кириллицей, фамилии трудно разобрать, и они часто не  соответствуют фамилиям солдат Итальянской армии. Зато в Тамбове в областном архиве остались документы, забытые там из-за обычной русской  небрежности.

-  Здесь 44 папки с общими данными: приказы, список материалов и оборудования. Мы случайно нашли их  в начале 90-х, – говорит нам архивариус Татьяна Кротова, показывая отчет о задержании двух беглых итальянцев.

Это Феличе Челоти, 1918 года рождения, классифицированный  лагерной администрацией как антифашист, и Анджело Кальцани, 1920 года рождения. Они были арестованы в 25 километрах от Рады.

 

   croceMемориальноe кладбищe Рады

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 По снегу мы подходим к мемориальному кладбищу, открытому в августе 1998 года. Через десятки лет память о погибших, наконец, победила забвение. Оживлению памяти о тех трагических годах способствовал визит сюда Карло Азелио Чампи 29 ноября 2000 года. Жители Тамбова с восхищением говорят о  Чампи. “Сюда, – заметил  Писарев, – никто никогда не приезжал: ни Ельцин, ни Путин, ни лидеры зарубежных государств. А ваш президент приехал…”

Будущий глава Италии был призван в армию осенью 1942 года, сражался в Албании в автомобильных войсках. Но он мог бы быть направлен и в Россию, особенно в тот период, когда начал разваливаться  Донской фронт.

 

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Президент Италии Карло Чампи на Радинском мемориале.

 

Фото Е. Писарева

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

…Температура опустилась ниже 20 градусов: в таких же климатических условиях оказались и наши военные  шестьдесят лет тому назад. Здесь много разных надгробий, установленных в память о тысячах солдат 29 национальностей (многие были даже союзниками русских: англичане, американцы, поляки!). Все они прошли через Раду и погребенных здесь в гигантских братских могилах. Здесь спят вечным сном от 10 до 15 тысяч наших парней. Имена многих из них не известны.

Мы находим засыпанный снегом итальянский надгробный памятник. Глубокое волнение, испытываемое здесь посетителем, заставляет его застыть в благоговейном молчании. На ум приходят слова, произнесенные Чампи два года назад в Тамбове: “Межнациональное общение – это защита от варварства. Если в памяти не будут живы ужасы войны, прошлое может повториться…”

Джузеппе Д’Амато

Перевод с итальянского Ирины Панковой

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Слева, Периц, Ловато, Морозов, Леонарди, Веттораццо

 Николаевка (в наши дни – Ливенка).   Вот, наконец-то, и она. Ни одно поколение итальянцев слышали рассказы об этом затерянном в русской степи месте. Именно здесь 26 января 1943 года тысячи молодых итальянцев вписали в историю своей страны новую страницу – героическую и драматическую одновременно.

Сегодня рыночный день. Главная улица поселка, заасфальтированная только наполовину, заполнена грузовиками, разгружающими всевозможные товары. Вокруг них толкаются местные жители в характерных для российского юга одеждах, покрытых придорожной пылью.  Три деревни, находящиеся по соседству на небольшойравнине среди холмов, образуют населенный пункт, известный сегодня как Ливенка.

Дома, стоящие вдоль железной дороги, соединяющей Россию и Украину, образуют Николаевку – поселок, указанный на бывших итало-немецких военных картах, которые, в свою очередь, основывались на российских картах времен П ервой мировой войны.
Ничто сегодня не напоминает о боях, проходивших в этих краях 60 лет назад. Лишь неподалеку от поселка на одной из затерянных полян на месте братского захоронения итальянская Организация Памяти павших (Onorcaduti) установила мемориальную доску.
Наш гид – профессор истории Алим Морозов – показывает  нам два подземных туннеля, по которым прошли отдельны е части итальянских горных альпийских войск, а также железнодорожную станцию, носящую сегодня название Палатовка, где итальянцы одержали победу, прорвав оборону советских войск.

“Это была победа отчаяния, безысходности, злости, желания вернуться домой. Мы должны были или вырваться или умереть”,- рассказывает   нам накануне в Россоши Гвидо Веттораццо, в те далекие времена двадцатитрехлетний парень, один из немногих уцелевших альпийцев дивизии “Джулия”. Мы познакомились с ним, а также с тремя другими итальянскими ветеранами, в кабинете мэра Россоши. Вид их красивых форменных шляп с перьями на несколько секунд лишил нас дара речи.

По словам нашего гида, около 5 тысяч советских солдат с минометами, пушками, пулеметами превратили прилегающую к железной дороге территорию Николаевки в огромное заграждение. В 9.30 утра 26 января итальянцы начали свой штурм отчаяния вместе с несколькими немецкими и венгерскими частями, всего около 40-50 тысяч солдат, полуобмороженных, голодных, плохо вооруженных. До наступления темноты прорвать советскую оборону не удалось. Оставаться дольше под открытым небом означало либо умереть от холода, либо необходимость сдаться после 10-ти дневного форсированного похода в снегах, в двух шагах от спасения.

Неожиданно для смертельно уставших солдат итальянский генерал Ревербери, командующий дивизией “Тридентина”, вскочив на немецкий танк, закричал: “Тридентина, вперед!”, подняв в атаку лишенных всяческих сил альпийцев.

“Ни я, ни Гвидо не слышали этот крик,” – вспоминает Адольфо Ловато из “Тридентины”, – “мы только увидели огромную массу людей, поднявшихся в атаку.” Так, используя лишь холодное оружие, итальянским альпийским войскам удалось прорвать заграждения и вырваться из мешка, в который их заключили советские войска.

stazioneNikolajewka

Станция Палатовка

Военный альпийский корпус, первоначально направленный на Кавказ, в сентябре 1942 года был передислоцирован на Средний Дон. Командный штаб был расположен в Россоши, в то время 14-ти тысячном населенном пункте. “Наша кампания с самого начала была обречена на неудачу. После Греции итальянский фашизм выдумал этот поход на Россию”, – говорит Веттораццо. Очень скоро, особенно с наступлением зимних холодов, итальянское штабное начальство начало отдавать себе отчет в своих ошибках, особенно в том, что касалось обмундирования, в частности, обуви. Римские функционеры уделяли повышенное внимание внешнему виду своих солдат, не забо тясь о качестве военной формы. Альпийцы были вынуждены выменивать у местного населения продукты питания на теплые  валенки и одежду. Во время морозов оружие и грузовики отказывались работать. Несмотря на все заверения военачальников, итальянские солдаты, обученные ведению боевых действий в горах, вскоре поняли, что очень мало подходят для войны на равнинной местности.

14 января 1943 г. случилось неизбежное: несмотря на суровые погодные  условия советские войска неожиданно атаковали с юга сотней танков, разгромив 24-й немецкий танковый корпус, оставив за плечами итальянские дивизии, оказавшиеся таким образом в окружении. На следующий день альпийцы обнаружили советские танки в самой Россоши. Вместе с танками в город прибыли войска на американских джипах, грузовики везли тяжелую артиллерийскую технику. Итальянское командование дало немедленный приказ покинуть Дон дивизиям “Джулия”, “Кунеенсе”, “Тридентина”, а также пехотной дивизии “Виченца”. Это было началом Голгофы. “Мы отступили как нельзя лучше – неожиданно”, – комментирует Адольфо Ловато.

Альпийцы бросили большую часть транспортных средств и тяжелого вооружения. В течение нескольких часов советские танки взяли под свой контроль главные улицы Россоши, вынудив итальянцев в безумной 150-ти километровой гонке по заснеженным полям отступать на запад, чтобы выйти из окружения.

“Температура в те дни была около минус 20, в ночные часы – минус 35,”- дополняет Морозов, – “но из-за ветра мороз чувсвовался еще сильнее. В полях снег достигал в высоту 60 сантиметров, а в некоторых местах был по плечи.” В первый момент приказ итальянского командования был отойти к  деревне Валуйки, которая, однако, была к 17 января уже захвачена 10-ти тысячным войском казаков. Именно там спустя 10 дней были уничтожены остатки “Джулии” и “Кунеенсе”. “Тогда мы почувствовали полное  равнодушие наше го высшего командования,” – замечает с горечью Веттораццо. – “Радиосвязь между нашими дивизиями не работала.” Странно то, что и по сей день, спустя 60 лет, итальянскими военными не проведен какой-либо анализ тех боевых действий.

В “Тридентине” стало известно о ситуации в Валуйках, и генерал Гарибольди 21 января дал приказ изменить направление и продвигаться в сторону Николаевки. Колонна итальянских солдат, безоружных, многие из которых отстали от своих частей, на случайно найденных санках, растянулась на 40 километров.
Самое кровопролитное для итальянцев столкновение произошло здесь в Новопостояловке 20 января, а не в Николаевке,” – утверждает Морозов, показывая нам дорогу, на которой располагалась советская артиллерия, и избы, где поджидали неприятеля русские солдаты. – “Около 2 тысяч  убитых в течение 30 часов, “Джулия” и “Кунеенсе” практически уничтоженные, вынужденные атаковать в открытом заснеженном поле. ..”

Настоящее самоубийство. Итальянцы отброшены назад. Но на севере в поселке Постоялом “Тридентина”, еще живая, прорвала брешь в советских рядах.

Мы с нашим гидом двигаемся в сторону Николаевки, проезжая Варваровку, Никитовку, Арнаутово. Местные холмы и равнины очень напоминают итальянские пейзажи. Повсюду можно наблюдать пасущихся коров, прогуливающихся вдоль дорог гусей… По мнению итальянцев число противника было во много раз выше: от  1:10 до 1:14. Русские утверждают обратное. Так, по словам Морозова, во многих населенных пунктах в воинские ряды призывались подростки из числа местной коммунистической молодежи. Очевидно, что стратегия сталинских генералов оказалась намного успешней. Окончательным результатом явилось то, что наибольшая часть итальянской армии была взята в плен практически без сопротивления.

Цифры меняются в зависимости от источника. По некоторым данным во время отступления п огибло 25-30 тысяч солдат. Массовая гибель около 70 тысяч пленных произошла с января по апрель 1943. Практически все они умерли от голода и холода по дороге в лагеря, многие из них уже за Уралом  и в Сибири.

В Советском Союзе, где и своим не хватало еды, не были готовы принять столько пленных. Ветеран Джанни Периц показывает нам некоторые леденящие кровь данные: только 10 тысяч итальянских военнопленных смогли попасть на родину из советских лагерей, и, следовательно, около  100 тысяч человек так и не вернулись.

“Очень трудно восстановить имена погибших,” – объясняет фельдфебель Андреа Муцци из Генерального  комиссариата Вооруженных Сил Италии, также встреченный нами в  Россоши, где он занимается планированием мероприятий по эксгумации  останков итальянских солдат в 2003 г. – “Советские лагерные охранники  вели записи в своих журналах на кириллице, спрашивая у пленных имя  очередного умершего и записывая его так, как им слышалось.”

Мы спросили у двух ветеранов и у профессора Морозова, правда ли, что некоторые итальянские солдаты могли найти пристанища в домах местных жителей, на что получили сухой ответ: “Нет. Это кинематографические выдумки“. ” В те времена военный контроль был железным,” – объясняет наш русский гид. -“Я знаю некоторые случаи того, как итальянцы были выхожены русскими, но затем все равно выданы властям”.

Время от времени в ходе раскопок захоронений тех лет находятся сохранившиеся личные вещи итальянских военнослужащих. Так, недавно был найден армейский котелок. Выяснилось, что он принадлежал погибшему отцу мэра городка Кайро Монтенотте Освальдо Кебелло,  который лично поехал в Россию забрать эту память об отце. По рассказам русских оттепель в тот далекий год была ужасной: женщины и дети направлялись закапывать останки погибших, которые  сваливались в братские могилы из-за боязни распространения инфекции. Сегодня именно эти захоронения тщательно разыскиваются, несмотря на все трудности, благодаря государственной итало-российской программе по эксгумации.

К настоящему времени около 8 тысяч останков погибших были возвращены на свою родину и нашли вечный покой на кладбище Карньяччо в области Фриули.
Следуя девизу “Помнить о мертвых, помогать живым”, военные из Национальной Ассоциации Альпийцев(ANA)построили в Россоши в 1992-1993 г.г. детский сад для 120 российских детей. Так называемая “Операция улыбка” объединила 773 добровольца, поделенных на 21 группу. Все необходимые  для строительства материалы были привезены из Италии.

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19 сентября 2003 года будет отмечаться 10-ти летний юбилей садика. Более тысячи итальянцев уже собираются приехать в Россошь для участия в этом  празднике. “Мы стараемся развивать и крепить наши контакты с Италией”, – говорит мэр Россоши Виктор Квасов, который видит в этих отношениях с бывшим неприятелем та кже и возможность для решения некоторых проблем своего города. “Мы надеемся на более выгодное сотрудничество в экономической и социальной областях. Было бы неплохо, если бы и некоторые из наших детей-сирот смогли найти себе приемных родителей в Италии.”

Как сказал президент Национальной Ассоциации Альпийцев Леонардо Каприоли: “Мы не хотим строитьтолько памятники, – вместе с русскими мы должны посвятить себя помощи детям”.

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Детский сад в Россоши

ПЕРСОНАЖ

Россошь. Если итальянцам и русским удалось вписать новую страницу в историю дружбы и взаимопомощи на берегах Дона после трагедии Второй мировой войны, то произошло это во многом и благодаря Алиму Морозову.

70 лет, говор, типичный для южной России, напоминающий чем-то говор Горбачева, восточный разрез глаз, – этот преподаватель истории средней школы из Россоши первым начал пробивать стену недоверия и ненависти по отношению к побежденному врагу, которую советская пропаган да  выстраивала на протяжении десятилетий. “Когда в конце 80-х я обратился к областным властям с предложением построить первый памятник погибшим  итальянским солдатам,” – рассказывает нам Морозов, – “они меня приняли за провокатора.

Лишь понимание местного руководства несколько облегчило бюрократическую волокиту.” Но видно время перемен еще не пришло: половина населения Россоши была против строительства памятника, который будучи открыт 26 августа 1990 г. на северной окраине города недалеко от местного кладбища, был вскоре варварски уничтожен.

Несмотря на это происшествие Морозов не потерял присутствия духа. Начиная с 1988 года все больше и больше туристов и ветеранов войны приезжают в Россошь в поисках каких-либо сведений о погибших или пропавших без вести родственниках. Необходимо было найти место, куда приезжающие могли бы принести цветы. Так заново был построен памятник, строительство которого первоначально с понсировало туристическое агентство “Ла Рондине” из города Альба. Это было первым вкладом Итальянского государства.

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Памятник в Россоши

Затем практически один, без какой-либо финансовой помощи Морозов начал организацию музея о войне на Дону, собирая где только возможно экспонаты. Часть музея, который расположился в стенах построенного итальянцами детского сада, посвящена советским воинам, другая часть – итальянцам.

Алим Морозов является также автором книги “Война у моего дома“, частично переведенной на итальянский язык. Образ человечных итальянцев, братающихся с русскими, в этой книге контрастирует с грубостью и жестокостью немецких солдат.

С сентября 1942 по 15 января 1943 итальянские солдаты находились в Россоши, и местные жители смогли достаточно хорошо узнать их. Морозов, в то время 10-летний мальчик, знает о тех событиях не по наслышке: альпийцы жили в его доме. Он прямой свидетель того, как эти солдаты всем сердцем были против войны, мечтали о возвращении домой, к своим семьям. Затем, после того как итальянские дивизии были разбиты, перед мальчиком прошли тысячи этих солдат, уже пленных.

Так, на всю жизнь у Алима Морозова остался интерес к судьбам тех солдат, с которыми он познакомился лично: смогли ли они выжить в том аду?
Именно любопытство, упорство, симпатия по отношению к итальянскому народу вместе с мудростью и честностью сделали этого школьного преподавателя квалифицированным экспертом по вопросам войны на Дону.

Джузеппе Д’Амато

Nikolajewka (oggi Livenka) – Eccola finalmente! Generazioni di italiani hanno sentito parlare di questa località sperduta nella steppa russa. E’ qui, come ad El Alamein o a Tobruk, che migliaia di nostri ragazzi hanno scritto una pagina eroica e drammatica della storia d’Italia, il 26 gennaio del ‘43.

Oggi è giorno di mercato. La via principale, per metà asfaltata e per metà in terra, è piena di camion che scaricano merci d’ogni tipo. La gente si accalca nella polvere. E’ vestita in maniera assai sobria e povera, tipica dei contadini della Russia meridionale.  Tre villaggi agricoli, unitisi in questo minuto pianoro fra le colline, costituiscono il paese, oggi conosciuto come Livenka. Le case a ridosso della ferrovia per l’Ucraina formano Nikolajewka, denominazione segnata sulle carte militari italo-tedesche, basate a loro volta su quelle russe della Prima guerra mondiale.

Niente ricorda la battaglia campale di 60 anni fa. Solo fuori paese in un prato nascosto, dove si trovava una fossa comune, Onorcaduti ha eretto una lapide. La nostra guida, il prof. Alim Morozov, ci fa visitare due sottopassaggi da cui sono passati parte delle truppe alpine e la stazione ferroviaria (oggi denominata Palatovka), dove i nostri hanno sfondato. <<E’ stata la vittoria della disperazione, della rabbia, della voglia di tornare a casa. O si passava o si moriva>>, ci ha raccontato il giorno prima a Rossosch, Guido Vettorazzo, allora poco più che ventenne, uno dei pochi della “Julia” che si è salvato. L’abbiamo incontrato nell’ufficio del sindaco in compagnia di tre altri “veci”. La vista dei loro bei cappelli con la piuma ci ha lasciato per qualche secondo senza parole.

 

Circa 5mila sovietici con mortai, cannoni e mitragliatrici avevano trasformato il terrapieno della ferrovia di Nikolajewka in un formidabile sbarramento, ci spiega la nostra guida. Alle 9,30 del mattino del 26 gennaio inizia l’assalto disperato degli italiani insieme a qualche reparto tedesco ed ungherese, forse 40-50mila uomini, male armati, mezzi congelati, affamati.

Alle 16 è già buio. Non si passa. Rimanere all’addiaccio avrebbe significato morire al gelo o arrendersi, dopo 10 giorni di marcia forzata nella neve, proprio a due passi dalla salvezza. All’improvviso il miracolo. Il generale Reverberi, comandante della “Tridentina” salta su un tank tedesco e grida <<Tridentina, avanti!>>, mettendo di nuovo in moto gli alpini ormai sfiniti. <<Né io né Guido abbiamo sentito quel grido – ricorda Adolfo Lovato della “Tridentina” – ma abbiamo visto una massa enorme di gente andare all’attacco>>. Così, combattendo all’arma bianca, gli alpini hanno sfondato e sono usciti dalla sacca in cui i sovietici li avevano chiusi.

Il corpo d’Armata alpino, diretto in un primo momento sulle montagne del Caucaso, era stato ridislocato a controllare le difese trincerate sul Medio Don nel settembre ‘42. Aveva stabilito il suo comando a Rossosch, allora centro con 14mila abitanti. <<La nostra era una missione pompata – sottolinea Vettorazzo -. Dopo la Grecia il fascismo si era inventato la Russia>>.

Ben presto, con il sopraggiungere dell’inverno, gli ufficiali si rendono conto dell’inadeguatezza dell’equipaggiamento. I maggiori problemi sono legati alle calzature. Roma cincischia su questioni di look. Così gli alpini sono costretti a scambiare con la popolazione locale cibo per vestiti e valenki (stivali caldi russi). Col gelo le armi e i camion non funzionano più. Sul piano militare, malgrado le assicurazioni alleate, gli italiani capiscono di essere vulnerabili, poco adatti ad una guerra in pianura. I tedeschi devono garantire la mobilità dell’intero schieramento di difesa sul Don.

Il 14 gennaio ’43 accade l’impensabile: malgrado il tempo inclemente i sovietici attaccano di sorpresa da sud con centinaia di tank, sbaragliando il 24esimo corazzato tedesco, prendendo le altre divisioni alle spalle. La frittata è fatta! Il giorno dopo gli alpini si ritrovano i carri armati di Stalin fin dentro Rossosch. Arrivano anche le truppe a bordo di jeep americane e camion speciali Usa trasportano l’artiglieria pesante. Il comando italiano dà l’immediato ordine di ritirata dal Don alla “Julia”, alla “Cuneense”, alla divisione di fanteria “Vicenza” ed alla “Tridentina”.

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La ritirata – Museo del Medio Don

E’ l’inizio del calvario. <<Abbiamo ripiegato nel miglior modo possibile, all’improvviso>>, commenta Lovato.  Gli alpini abbandonano la maggior parte delle armi pesanti ed i veicoli. In poche ore i carri armati sovietici prendono il controllo delle strade principali, costringendo gli italiani a ritirarsi verso occidente in una folle corsa di circa 150 chilometri attraverso campi gelati e paesini sperduti per uscire dall’accerchiamento. Le imboscate sono frequenti, gli atti di eroismo non si contano. <<La temperatura doveva essere di giorno sui meno 20, di notte intorno ai meno 35 – sostiene Morozov -, ma il vento faceva sentir ancora di più il freddo. Nei campi c’era una sessantina di centimetri di neve, che, però, non era uniforme ed, in alcuni punti, poteva arrivare fino alle spalle>>.

In un primo momento, l’ordine è di ritirarsi verso Valuiki, che, però, è già stata occupata il 17 gennaio dai 10mila cosacchi. Ed è lì che finiranno annientati i resti della “Julia” e della “Cuneense”, 10 giorni dopo. <<Questo dà il senso dell’ignoranza dei nostri alti comandi – accusa amaramente Vettorazzo -. I collegamenti radio fra le divisioni non funzionavano>>. La confusione più totale che, dopo 60 anni, non ha trovato ancora una necessaria analisi critica fra i nostri militari. La “Tridentina”, invece, viene a sapere della situazione a Valuiki ed il generale Gariboldi dà ordine il 21 a Sheliakino di cambiare direzione e marciare su Nikolajewka. La colonna degli italiani, molti sbandati senza armi e a bordo di slitte di fortuna, è ormai lunga 40 chilometri con quello che rimane della “Cuneense” in retroguardia.

<<Lo scontro più sanguinoso che hanno avuto gli italiani in Russia è avvenuto il 20 gennaio qui a Novopostojalovka non a Nikolajewka – afferma sicuro Morozov, mentre ci mostra la strada dove era posizionata l’artiglieria sovietica e le izbe dove si erano nascosti i soldati di Stalin -. Circa duemila i morti in 30 ore con la “Cuneense” e la “Julia” praticamente decimate, costrette ad attaccare in campo aperto, per di più pieno di neve>>. In pratica, un vero suicidio. Gli italiani vengono respinti. Ma, poco più a nord, a Postojalyi, la “Tridentina”, arrivata da Podgornoje ed ancora efficiente, ha aperto una breccia.

Percorriamo la strada fino a Nikolajewka, passando per Warwarowka, Nikitowka, Arnautovo. E’ un susseguirsi di colline più o meno soavi e pianure che assomigliano ai nostri altipiani. Villaggi e fattorie si alternano spesso nel nulla. Ovunque si osservano mandrie di vacche e gruppi di oche che passeggiano lungo le strade. I russi viaggiano spesso a bordo dei trattori o su dei modelli superati di sidecar.

alpini asilo rossosch Davanti all’asilo di Rossosch. Da sinistra, Periz, Lovato, Morozov, Leonardi, Vettorazzo.

Gli italiani sostengono che il nemico era in numero nettamente superiore. Qualcuno azzarda a dire 1 a 10, 1 a 14. I sovietici affermano esattamente il contrario. Ed infatti in alcuni paesini, ci dice Morozov, sono stati costretti ad arruolare gli adolescenti della locale “gioventù comunista”. E’ evidente che la strategia dei generali di Stalin è stata vincente.

Il risultato finale è che la maggior parte delle Armate italiane è stata fatta prigioniera quasi senza combattere. Il balletto delle cifre cambia a seconda della fonte. 25-30mila i caduti in ritirata. L’ecatombe in Russia è avvenuta soprattutto fra i circa 70mila prigionieri o forse più, morti quasi tutti fra gennaio ed aprile ’43 per fame e freddo prima di arrivare ai lager, molti oltre gli Urali in Siberia. I sovietici non erano preparati ad accogliere tanta gente. Il cibo mancava anche per loro. Gianni Periz ci mostra alcuni dati, semplicemente agghiaccianti: solo 10mila prigionieri italiani sono tornati a casa dai lager sovietici.

All’appello, quindi, mancano in totale circa 100mila nostri militari. <<E’ difficile ricostruire i nomi dei caduti – ci spiega il maresciallo Andrea Muzzi, del Commissariato generale delle FFAA, incontrato per caso in albergo a Rossosch, dove stava programmando il piano per le esumazioni per l’anno in corso -. I carcerieri russi annotavano i nomi dei morti italiani in cirillico sui registri dei lager, chiedendo ai prigionieri il nome del deceduto e trascrivevano quello che capivano>>.

L’identificazione dei caduti è qualcosa, spesso, di impossibile. <<Come ci hanno detto i reduci – sottolinea da Roma il colonnello Paolillo – i nostri militari si levavano le piastrine: erano fastidiose! Queste erano di rame, così se oggi vengono ritrovate sono illeggibili>>.

Qualcuno dei dispersi può aver trovato rifugio in qualche fattoria, chiediamo ai due reduci alpini e a Morozov. La risposta è secca: <<No. Sono leggende cinematografiche>>. <<Allora il controllo delle truppe sovietiche – ci spiega la nostra guida russa – era ferreo. Conosco parecchi casi di italiani curati dai russi, ma poi consegnati alle autorità>>

Ogni tanto salta fuori qualche nuovo reperto: per caso, di recente, è stata ritrovata la gavetta del papà del sindaco di Cairo Montenotte (SV), Osvaldo Chebello, che è andato di persona a riprendersela. Nei racconti dei russi il disgelo quell’anno fu terribile: donne e bambini vennero mandati a sotterrare i cadaveri, che, per il timore di malattie, vennero buttati in fosse comuni, ora attivamente ricercate, tra mille difficoltà, dal programma di esumazione governativo italo-russo.

Circa 8mila caduti sono tornati in Italia e riposano nel sacrario di Cargnacco in Friuli.

Seguendo il motto <<ricordare i morti, aiutando i vivi>> gli alpini dell’Associazione nazionale (ANA) hanno costruito a Rossosch tra il ’92 ed il ’93 un asilo per i bambini russi.  L’“operazione Sorriso” ha mobilitato 773 volontari, divisi in 21 turni. Tutto il materiale necessario è stato portato dall’Italia. <<Non vogliamo monumenti – ha detto allora il bergamasco Leonardo Caprioli, presidente dell’ANA -. Coi russi dobbiamo ritrovarci nell’infanzia>>.

Lo studioso: Alim Morozov

Rossosch – Nel Medio Don lo studio della Campagna di Russia prosegue senza intervalli. Il professor Alim Morozov gestisce con grande impegno un museo (il Museo del Medio Don) all’interno dell’Asilo, proprio dove era dislocato il Comando d’Armata alpino durante la Campagna di Russia.  <<Abbiamo organizzato a Rossosch – ci racconta Morozov – una conferenza per il 60esimo anniversario degli eventi del ‘43. Hanno partecipato anche alcuni veterani russi. Invero sono rimasti in pochi, quasi tutte donne: soprattutto infermiere>>.

Mi levi una curiosità, Signor professore. Perché i prigionieri dell’Asse sono stati trasferiti ai campi di concentramento in un primo momento a piedi, con le tragiche marce del “davai” e non con i treni. Dopo tutto Rossosch è un nodo ferroviario strategico. <<Tutti i binari nei territori occupati erano stati cambiati con quelli di misura europea. Erano più stretti (di dieci centimetri) dei nostri a scartamento ridotto. I nostri treni non potevano viaggiare in quelle zone>>.

Però che efficienza, in così poco tempo… <<Le truppe di occupazione hanno utilizzato la popolazione civile ed avevano a disposizione reparti specializzati. Subito, hanno eseguito questo cambiamento ed in alcuni distretti hanno persino costituito nuove reti ferroviarie. Solo in primavera inoltrata (1943) i nostri treni hanno ripreso a viaggiare>>.

Quindi, questa è la vera ragione delle marce del “davai”? <<Nei mesi invernali la movimentazione delle truppe sovietiche d’attacco è avvenuta non per ferrovia. I territori adiacenti a quelli occupati non avevano reti ferrate per centinaia di chilometri>>.

Giuseppe D’Amato

In russo Битва Николаевки

Rada: Il Lager degli Italiani

In russo Ледяной ад Рады

Vedi anche Museo del Medio Don in DonItalia

In italiano Campagna di Russia, 70 anni dopo. Il ricordo nelle terre dove si è combattuto

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Museo del Medio Don – Rossosch

 

 

Rada. Casella postale 188, Unione Sovietica -. L’aria è gelida. Il sole splende, ma non scalda. La neve arriva in certi punti quasi alle ginocchia. Aleksandra Stepanova Krushatina avanza senza indugio in questa foresta fittissima di querce e di pini. Malgrado i suoi 79 anni, il passo è sicuro, grazie anche ai “valienki” neri, tipici stivaloni russi di feltro, che ha ai piedi. <<Ecco, i prigionieri di guerra dormivano lì>>, ci indica rossa in volto per il gelo, dopo cinque minuti di passeggiata, un fossato pieno di neve, dove sono ancora visibili dei pali piantati nel terreno. Qui, a sei chilometri dal lager, si fermava per la notte una delle tante squadre che tagliavano le querce, il cui legno serviva all’Armata rossa per costruire ponti o veniva utilizzato nelle miniere del bacino carbonifero del Donbass in Ucraina orientale.

 Sessanta anni fa avveniva in Russia il più grande disastro della storia militare italiana e la maggiore ecatombe di nostri soldati di tutti i tempi. In tre fasi, tra il novembre ’42 ed il gennaio ’43, l’esercito sovietico circondò e mise fuori combattimento le truppe dell’Asse a Stalingrado e sul Don. Solo parte del Corpo d’armata alpino riuscì a ripiegare, rompendo l’accerchiamento a Nikolajewka il 26 gennaio ’43. L’avventura dell’Armir finiva lì, col successivo rimpatrio in primavera: secondo dati sovietici, in quei terribili mesi, morirono combattendo o di stenti circa 25mila soldati italiani, mentre approssimativamente 70mila furono fatti prigionieri. Per quest’ultimi iniziò un’odissea infernale. Solo 10.030 di loro tornarono a casa tra la fine del ‘45 ed il ’54.

 <<Non capivamo cosa dicevano i prigionieri. Ce ne erano di tutte le nazionalità>>, racconta Aleksandra, ancora molto lucida nei suoi ricordi, nella sua isba di legno, arredata come se il tempo non fosse mai passato. Alcuni prigionieri in divise gialle” lavoravano con la popolazione civile. <<Ma perché dovevano scappare? E poi dove? Dopo tutto avevano da mangiare>>, dice la donna seduta vicino ad alcune immagini sacre. <<I rapporti con loro – aggiunge Aleksandra – erano buoni: vi era anche un piccolo commercio di oggetti che venivano scambiati per cibo>>. Episodi particolari? <<Una volta ero con la mia amica Julia vicino alla stazione. Alcuni dei prigionieri ci gridavano in russo di avvicinarci ai vagoni. Volevano abbracciarci e proponevano di baciarci. Dopo tutto anche loro erano dei ragazzi giovani>>.

 L’ecatombe per gli italiani si ebbe nei primi 6 mesi di prigionia. La mancanza di ferrovie a scartamento ridotto obbligò i sovietici a sgomberare a piedi i prigionieri per centinaia di chilometri su strade innevate durante la stagione dei “morozy” (gelo) con temperature glaciali. Tanti sono i racconti tragici dei nostri sopravvissuti delle “marce del davai (in russo: forza, avanti)”, che si portarono dietro una spaventosa scia di sangue con soldati esausti, morti per la fame e gli stenti, o fucilati dalle guardie sovietiche. Una volta giunti alla ferrovia, i prigionieri venivano stipati come sardine in vagoni bestiame. Il viaggio durava giorni o settimane con scali eterni, quasi senza cibo ed acqua. Quando il treno raggiungeva i campi di smistamento e venivano aperti i vagoni piombati, erano più i morti che quelli rimasti vivi.

 E’ proprio in questa foresta che verso il Natale del ’42 arrivarono, mezzi congelati e vestiti di cenci, i primi fanti dell’Armir, riempiendo uno dei più grandi campi di concentramento dell’Urss, il lager 188 di Rada, nei pressi di Tambov, circa 480 chilometri a sud-est di Mosca. Accanto alla stazioncina ferroviaria c’è la prima fossa comune.

 In sei mesi, dal dicembre del ’42 entrarono a Rada 24mila prigionieri, di cui 10.118 italiani. Il lager non era attrezzato per accogliere tanti uomini, gli stessi carcerieri dormivano in ricoveri di fortuna. La mortalità era altissima: 1.464 a gennaio, 2.581 a febbraio, 2.770 a marzo. In 10 mesi sono state registrate 14.433 morti. La percentuale dei deceduti fra gli italiani del campo 188 è spaventosa: oltre il 70%.

 I racconti dei sopravvissuti di quel periodo sono semplicemente agghiaccianti: fame, freddo, malattie. Mancava tutto, fino alle cose più elementari. Le risse per un pezzo di pane erano frequentissime. I morti non venivano nemmeno sepolti, così gli uomini del bunker avevano una porzione in più da mangiare. L’abbrutimento era completo. Il lager diventò presto un letamaio ed un lazzaretto: la dissenteria faceva strage insieme al tifo petecchiale. I pidocchi non davano tregua e non si riusciva in nessun modo a debellarli.

 Il campo di concentramento di Rada venne creato alla fine del ’41: i sovietici avevano bisogno di un luogo per filtrare i propri soldati o partigiani “liberati”, sospettati di collusione col nemico per il solo fatto di essere stati catturati. I prigionieri vivevano in specie di bunker, grandi buche nel terreno (13 metri per sette) e una tettoia appena fuori terra, in grado di ospitare 80 uomini. Col tempo, il campo si allargò e le condizioni di vita decisamente migliorarono. Si riuscirono a celebrare persino le Sante messe a Pasqua e Natale. Nel ’47 Rada venne chiusa. <<Probabilmente per un litigio tra Stalin ed il generale De Gaulle – sostiene la nostra guida, Evghenij Pisarev -. E’ qui che erano tenuti prigionieri gli alsaziani e i loreni che Hitler aveva reclutato con la forza. Alcuni di loro furono spediti a combattere in Africa>>.

 L’Nkvd, la polizia segreta sovietica, distrusse il campo, cancellando ogni traccia, e la zona rimase chiusa, segreta, anche per la presenza nelle vicinanze di un poligono di tiro. <<Dimenticate!>> fu l’ordine impartito dalla Lubjanka. Tutte le cartelle personali dei prigionieri di Rada furono spedite all’Archivio militare di Mosca, dove rimangono gelosamente custodite. Ed <<è quasi impossibile consultarle – mette in chiaro lo storico moscovita Nikita Okhotin, che ha condotto studi sui comunisti italiani uccisi da Stalin -. Il ministero della Difesa italiano ha comunque ricevuto, agli inizi degli anni Novanta, delle microfiche con alcuni elenchi dei vostri militari>>.

 Elenchi che sono purtroppo in cirillico ed i cognomi sono difficili da decifrare e spesso non corrispondono a quelli dei soldati dell’Armir. A Tambov, città famosa per i lupi, all’archivio regionale è rimasto un fondo, dimenticato dal solito pressappochismo russo. <<Vi sono 44 cartelle con dati generali: ordini, elenco di materiale ed equipaggiamento. Le ritrovammo per caso intorno al 1990>>, ci dice l’archivista Tatjana Krotova, che ci mostra anche il rapporto sulla cattura di due fuggiaschi italiani, Felice Celoti (classe 1918) – classificato come antifascista – ed Angelo Calzani (1920), arrestati a 25 chilometri da Rada.

 Avanziamo tra la neve, alta un palmo, nel cimitero memoriale, inaugurato nell’agosto ’98, sul lato esterno del campo. Dopo decenni la memoria ha avuto finalmente il sopravvento sull’oblio. E lo storico pellegrinaggio di Carlo Azelio Ciampi, il 29 novembre 2000, ha contribuito enormemente a ricordare quei tragici anni. I cittadini di Tambov non dimenticano e parlano del presidente italiano con grande ammirazione. <<Qui – sottolinea Pisarev – non è mai venuto nessuno: né Eltsin né Putin né altri leader stranieri. Il vostro presidente sì>>. Il futuro capo dello Stato fu mandato nell’autunno ’42 a combattere in Albania nel corpo degli autieri, ma avrebbe potuto essere dirottato in Russia, proprio quando il fronte del Don crollava.

 E’ l’una. La temperatura è ben oltre i 20 gradi sottozero. Insomma sono le stesse condizioni climatiche trovate dai nostri militari 60 anni fa. Vi sono vari cippi commemorativi a ricordo delle migliaia di soldati, appartenenti a 29 nazionalità differenti (molti erano anche alleati dei sovietici: inglesi, americani, polacchi!), passati per Rada o sepolti qui intorno nelle gigantesche fosse comuni. Qui riposano per sempre tra 10 e 15mila nostri ragazzi. Di molti di loro non si conosce nemmeno il nome.

 Scopriamo dalla neve il cippo italiano. Il luogo lascia il visitatore senza parole ed incute commozione. Nella mente tornano le parole pronunciate da Ciampi a Tambov nel 2003: <<Gli Stati multietnici sono uno scudo contro le barbarie. Se non si tiene viva la memoria ogni cosa terribile del passato può tornare a ripetersi>>.

 Il personaggio: Pisarev

Tambov – <<Spesso non c’è una logica>>. Evghenij Pisarev è il massimo studioso russo del campo di Rada. La sua curiosità l’ha frequentemente messo nei guai soprattutto con l’omertoso potere sovietico locale, a metà degli anni Ottanta. La verità doveva, però, venire a galla ed il suo contributo è stato rilevante. <<Secondo me – afferma il 56enne giornalista, autore di un libro sul campo 188, – nelle fosse comuni di Rada ci sono almeno 50-60mila morti. Ufficialmente ce ne sono molti meno, ma quei documenti non sono veritieri. Per coprire l’alta mortalità, l’Nkvd diede ordine di utilizzare la dicitura “trasferito”>>.

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Pisarev davanti all’archivio di Tambov

 

La presenza dei nostri militari è stata segnalata in oltre 400 lager dislocati su tutto il territorio sovietico. Continue furono le loro peregrinazioni, quasi senza senso, per l’Urss: dalla gelida Siberia all’afoso Uzbekistan, dal confine cinese all’Ucraina. Ai soldati dell’Armir, catturati sul Don, bisogna aggiungere anche i nostri militari, fatti prigionieri dai tedeschi su altri fronti e “liberati” dall’Armata Rossa, ma finiti nei campi di concentramento di Stalin. In totale, dai dati del Commissariato del ministero interno dell’Urss, dai 5mila luoghi di detenzione passarono 6 milioni di persone provenienti da 30 Paesi.Nell’inverno ’42 i sovietici non erano assolutamente pronti a dover gestire in poche settimane ben mezzo milione di prigionieri. Vi era in loro una volontà distruttiva sui vinti? <<No – dice Pisarev -. Non c’è mai stata. Ad esempio, il lasciare giornate intere i treni fermi sui binari con la gente pigiata nei vagoni senza cibo ed al gelo è un elemento tipico del solito casino russo, della disorganizzazione, del menefreghismo. L’unica attenuante è la guerra>>. I prigionieri stranieri hanno provato sulla propria pelle, né più né meno, quello che vivevano quotidianamente i cittadini sovietici. Ed è andata loro ancora bene. <<Non bisogna dimenticare – continua il nostro interlocutore, spesso balbettando, – che, negli anni Trenta, Stalin ha ucciso forse 20 milioni di persone. I prigionieri sovietici dei tedeschi, una volta nelle mani dell’Armata Rossa, sono finiti nei lager. Molti sono stati fucilati come traditori>>. Perché ci sono stati così tanti morti fra i militari italiani? <<Siete gente del sud – sostiene Pisarev -, non abituati al nostro clima ed alla nostra alimentazione. Per di più senza nemmeno il vestiario adatto. Hitler è stato un pazzo a volere gli italiani in Russia. Per fortuna la popolazione locale vi ha ben accolto ed aiutato, altrimenti quei poveracci morivano tutti>>.

Testimoni scomodi

 Tambov – Basta visitare il sito Internet dell’Associazione nazionale reduci di Russia per capire il perché l’Italia ha sempre cercato quasi di minimizzare la tragedia di 60 anni fa: non si volevano aprire ulteriori ferite. Poco chiaro è, infatti, il ruolo avuto dai fuoriusciti italiani sia nei campi di detenzione sia a Mosca, nel perorare la causa dei propri connazionali presso il potere sovietico. Alcuni di loro sono stati deputati e senatori della Repubblica nel dopoguerra. I francesi hanno messo da parte le dispute ideologiche passate, riuscendo a farsi un quadro preciso della tragedia in Russia con tanto lavoro negli archivi. Gli italiani, invece, non ancora. Il quindicennale “L’Alba” e Radio Mosca sono stati a lungo per i nostri prigionieri l’unico mezzo per sapere cosa succedeva nel mondo. Nei campi si trovavano solo pubblicazioni e libri comunisti in italiano. <<Nei lager – ci spiega Pisarev – vi erano agenti infiltrati, che cercavano potenziali futuri adepti da mandare alla scuola antifascista di Mosca e poi all’estero>>.

 Nelle cartelle personali vi era la voce sull’appartenenza politica e non erano pochi i documenti, ancora in archivio, in cui i sovietici segnalavano il numero dei militari convertiti o potenzialmente sulla via della conversione e gli agenti attivi. Da una nota del libro di Pisarev: <<Situazione al 1° ottobre 1944: (a Tambov) 4522 antifascisti, in particolare tra gli italiani 1700; tra loro attivi 42. Domande per la formazione per la lotta antifascista: tra gli italiani 1940 soldati, di cui 4 sono ufficiali>>. <<Secondo me, però, – sostiene il giornalista di Tambov – sono cifre inventate>>.

 La caduta del fascismo, il 25 luglio ’43, e l’8 settembre cambiarono molte delle convinzioni politiche dei nostri prigionieri. Il problema era, come scrive Carlo Vicentini in un suo libro, che <<non bastava essere antifascisti, bisognava essere comunisti>>. <<I contrari – aggiunge Vicentini al telefono – venivano isolati dall’Nkvd. A parte i capi, i commissari politici italiani erano dei poveracci. Spesso erano reduci della guerra di Spagna. Erano gli unici che parlavano l’italiano ed avevano il compito di fare propaganda. All’epoca del fascismo noi non sapevamo niente di cosa avvenisse al di fuori nel mondo. I sovietici non ci dovevano, però, obbligare a cambiare idea>>. A volte avvenivano lunghi interrogatori e nei campi era segnalata la presenza di delatori fra i nostri militari.

 I soldati vennero rimpatriati alla fine del ’45, mentre gli ufficiali, per ragioni politiche, ben dopo lo svolgimento del referendum del giugno ’46. L’opinione pubblica italiana era rimasta scossa dai racconti sulla prigionia in Urss dei primi sopravvissuti arrivati in Patria. Gli ultimi 28, rei non si di che cosa, furono liberati soltanto nell’inverno ’54.

 Giuseppe D’Amato

Vedi anche:
* Nikolajewka: la tragedia del Don
* DonItalia
* Museo del Medio Don – Rossosch

Rada Zona Monumentale

Ciampi

 

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Kazan, all’interno del cortile. A sinistra Dmitrij Khafizov

 Kazan. Un praticello all’interno di un cortile. Dei camion in manovra. Una fabbrica di tabacco. Proprio in questo rettangolo verde così trascurato è stata trovata l’icona della Madonna di Kazan, dopo un incendio spaventoso, nel giugno del 1579. E sempre qui sorgeva la chiesa, fatta saltare in aria dai bolscevichi, che, per secoli, ha conservato la sacra opera. 

Già ora arrivano i pellegrini, ci raccontano, ma restano fuori dalla porta non avendo il permesso d’entrata nel complesso industriale.

 Quella della Madonna di Kazan è la più famosa icona del mondo, quella maggiormente venerata dagli ortodossi russi, quella che rappresenta anche la riappacificazione tra le varie confessioni religiose.

 “Qui nei piani – ci dicono fonti della locale diocesi – vi è il progetto di costruire un santuario mariano, aperto anche ai musulmani, che da sempre la tengono in grande considerazione. A Kazan, terra oggi di convivenza pacifica tra cristianesimo ed Islam, la Vergine Maria apparve per la prima volta in Europa e sono tante le coincidenze con Lourdes”.

 La città tatara in riva al Volga era stata conquistata 7 anni prima da Ivan il terribile, quando una bambina povera di nome Matrona vide la Madonna, che le indicò dove si trovava l’icona, salvatasi miracolosamente sotto un cumulo di ceneri, non lontano dal locale Cremlino, fortezza. In segno di ringraziamento, il principe moscovita fece costruire una chiesa ed un monastero femminile, dove l’opera venne tenuta fino al 1904, quando venne rubata.

 

L'icona vaticana

L'icona vaticana

Secondo il giornalista Jurij Frolov, che, per 20 anni, ha studiato negli archivi, l’icona originale venne distrutta dai ladri che si impadronirono solo dei gioielli dell’intarsio. “Vi sono gli atti del processo – asserisce Frolov -. Parte della refurtiva fu ritrovata. L’icona, invece, venne bruciata nella speranza di farla franca”.

 Ma in Russia, prima della rivoluzione del 1917, esistevano, oltre all’originale altre tre icone sacre della Madonna di Kazan (probabilmente delle copie), ugualmente venerate e miracolose. Sono andate tutte perse, cancellate dalla furia comunista.

 I luoghi di culto, dove esse erano conservate, sono stati distrutti. A Kazan, come detto, i bolscevichi vi hanno costruito una fabbrica di tabacco; a Mosca è stata edificata una toilette pubblica sulle fondamenta della chiesa; a San Pietroburgo è sorto il museo dell’ateismo.

L’icona vaticana riemerse dalle tenebre della storia negli anni Cinquanta in Gran Bretagna. Fu promesso allora di restituirla alla Russia solo quando il comunismo fosse finito. Curiosa la coincidenza: 1904 (anno del furto) – 1917 (rivoluzione d’ottobre); 1991 (crollo Urss) – 2004 (riconsegna). Esattamente 13 anni.

 L’icona venne acquistata dall’organizzazione cattolica “Blue Army” e custodita a Fatima dal 1970 al marzo del ‘93, quando fu consegnata a Papa Giovanni Paolo II. Non si dimentichi che uno dei segreti di Fatima riguardava proprio la Russia.

 “E’ un’icona dipinta non più tardi dell’inizio del 18esimo secolo”, afferma Dmitrij Khafizov, membro di uno dei gruppi di esperti, incaricato delle perizie. “Non è nessuna delle 4 sacre conosciute – continua Khafizov -, ma fa ugualmente i miracoli. Ed è la più preziosa finora ritrovata”.

 Gli specialisti hanno a lungo discusso. Ma non sanno dire con certezza da dove sia saltata fuori l’icona vaticana. “Non è nemmeno la quarta icona sacra – afferma Khafizov -, quella detenuta dalla famiglia imperiale, Romanov. Le dimensioni sono diverse. Tuttavia, per il gran numero di gioielli preziosi dell’intarsio, si può dire che solo uno zar o dei principi potevano portare in dono simili pietre”. Frolov, invece, è convinto che questa icona sia quella scomparsa dal monastero di Serafimo-Diveeskij non lontano da Nizhnij Novgorod.

 Polemicamente, il Patriarcato di Mosca ha segnalato che l’icona vaticana è soltanto una copia e l’evento della riconsegna non è così importante. I rapporti tra le due Chiese sono tesi da anni. “E’ solo politica. Tutte le icone sono delle copie – spiega Khafisov -. Se il Patriarca, il Papa ed il presidente Putin hanno a cuore il ritorno dell’icona ci sarà pure una ragione. Che siano gli specialisti a dire la loro!” Ma attenzione rimarca Aleksandr Pavlov segretario della diocesi di Kazan “questa icona è il simbolo della rinascita spirituale del Paese”.

Giuseppe D’Amato

 

Estate 2004

 

 

  Sessant’anni da quel terribile 1945. Il mondo ricorda. Vecchie ferite si riaprono immancabilmente, mentre tornano alla mente tragedie passate. L’Europa centro – orientale inizia a fare i conti liberamente con la storia ad un quindicennio dalla dissoluzione del comunismo. Troppe le pagine volutamente dimenticate o mistificate che spingono verso la riscoperta della memoria collettiva.

 “Diciamo oggi una volta per tutte – ha ammonito il presidente russo Vladimir Putin ad Auschwitz in gennaio – che ogni tentativo di riscrivere la storia, cercando di mettere sullo stesso piano vittime e boia, liberatori ed occupanti, è amorale e non compatibile con la coscienza della gente, che si considera europea”.

 La Seconda guerra mondiale sul fronte est è stato un inferno e le sue conseguenze sono cessate solo nel 1989 col crollo del Muro di Berlino. Se vincitori e vinti del conflitto si sono alla fine riconciliati, un solco profondo rimane ancora oggi tra i russi e i popoli caduti nell’oblio, sotto il tacco di Stalin. Estoni, lettoni, lituani, polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi dovettero sopportare, per mezzo secolo, chi la dominazione sovietica chi un regime politico altrui.

 Dopo lo scioglimento dell’Urss due emigranti di quegli anni bui, il lituano Valdas Adamkus e la lettone Vaira Vike-Freiberga, sono tornati in Patria ed adesso ne sono diventati capi di Stato. Nei Paesi baltici è forte la volontà di scoprire la verità, di ricostruire i legami con chi è stato deportato in Siberia. Nel novembre ‘98 la presidenza della repubblica lettone ha costituito un Comitato di storici (locali ed internazionali) per studiare il periodo contemporaneo: le due occupazioni tedesca e sovietica. Tanti sono i volumi già pubblicati.

 Quanto sia stato tribolato il Ventesimo secolo a quelle latitudini balza subito agli occhi. A Riga il museo dell’Occupazione si trova proprio davanti al monumento ai fucilieri lettoni, una delle divisioni d’élite dell’esercito zarista durante la Prima guerra mondiale, che passarono con armi in pugno con i bolscevichi e diventarono tra i più ferrei difensori della Rivoluzione d’ottobre.

Lettonia prof. Vestermanis

Lettonia prof. Vestermanis

 Se si visita la Sinagoga della capitale lettone si odono i racconti dei sopravvissuti, che confermano che i criminali di un tempo non erano solo di nazionalità germanica. Accusa confermata anche ufficialmente. “Tra le Waffen SS lettoni, le unità collaborazioniste create dai tedeschi con militari locali, vi erano anche molti assassini”, conferma Margeris Vestermanis, storico prestigioso, sfuggito alla morte miracolosamente in quegli anni terribili. “E’ stata la pubblicistica – continua uno dei componenti della Comitato statale – a creare il mito dei combattenti lettoni per la libertà, gente che aiutò gli Alleati anglo-americani. Nessuno dei contendenti aveva promesso l’indipendenza della Lettonia”. Nell’autunno 2003 il rabbino capo di Russia, Berl Lazar, ha chiesto un intervento del premier israeliano Sharon sui governi baltici contro le mistificazioni storiche.

 Estonia, Lettonia e Lituania sono rimasti stritolati tra Hitler e Stalin ed hanno visto nel 1940 la loro sovranità sfumare. Allora in molti scelsero di combattere contro l’Urss, anche dopo la fine del conflitto nelle foreste. “Nessuno giudica mai il vincitore”, sostiene Nikolajs Romanovskis, presidente dell’Associazione dei soldati nazionali lettoni che aggiunge “noi abbiamo scelto i tedeschi perché erano i nemici del comunismo. Erano amici solo per quel momento. Dovevamo combattere un nemico che aveva già deportato ed ucciso parte del nostro popolo”.

 Ogni volta che in Estonia e Lettonia si discute di innalzare un monumento ai legionari delle Waffen SS scoppiano le polemiche. Nel 2002 a Parnau venne installato un busto in ricordo dei morti estoni per la libertà. Il militare raffigurato, però, aveva le insegne delle SS. Dopo pochi giorni il busto è stato prontamente levato.

 Allo stesso tempo, in Estonia e Lettonia sono cominciati i processi contro gli ex partigiani dell’Armata rossa, alcuni dei quali sono finiti in galera per aver compiuto crimini durante la guerra. Pesanti sono state le critiche del Cremlino. Per il cittadino comune russo i baltici sono solo dei “semplici fascisti”.

 Dinamiche assai simili, ma meno rimarcate di quelle baltiche, con lo scopo di recuperare la “memoria perduta”, si osservano anche in Ucraina occidentale ed in Polonia. Le due comunità sono assai influenti in Canada e negli Stati Uniti. Gli ucraini all’estero hanno dato un sostanzioso contributo alla “rivoluzione arancione” del neo presidente Jushenko, che, da anni, spinge verso la riscoperta dei simboli nazionali. Il suo predecessore, Leonid Kuchma, era stato il regista della riappacificazione con i polacchi per i massacri di Volinia con centinaia di migliaia di morti inermi nel ‘43.

 Sulle relazioni russo – polacche pesa ancora come un macigno l’eccidio di Katyn, oltre 20mila militari di Varsavia, prigionieri di Mosca e trucidati a sangue freddo dall’NKVD, il progenitore del Kgb. Putin ha consegnato al collega Kwasniewski parte dei documenti rinvenuti negli archivi. Manca, però, ancora un atto simbolico.

 Dopo le accese polemiche per la crisi politica in Ucraina il capo del Cremlino è stato il principale ospite al 60esimo anniversario per la liberazione di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche. Kwasniewski ha sottolineato più volte il sacrificio delle centinaia di migliaia di russi morti per la liberazione della Polonia dai nazisti. Se nell’immaginario collettivo dei russi i polacchi restano degli amici, in alcuni ambienti di Varsavia i russi sono visti come una minaccia alla libertà del proprio Paese.

Una spinta necessaria per un futuro migliore

 In Europa centro-orientale, quando si discute del passato, si litiga quasi su tutto. “Certo – ha velenosamente polemizzato a distanza con Putin il presidente lettone Vaira Vike-Freiberga –, noi non tenteremo di convincere e non cambieremo la coscienza di quegli anziani russi che il 9 maggio avvolgeranno il pesce essiccato nel giornale, berranno la loro vodka e si metteranno a cantare canzoni popolari di bassa lega ed insieme ricorderanno come loro eroicamente conquistarono il Baltico”. Per il ministero degli Esteri di Mosca in Lettonia “i sentimenti di revanchismo storico sono attivamente sostenuti anche dalle più alte cariche statali”.

 Riga ha pubblicato un volume dal titolo Storia della Lettonia: il 20esimo secolo, che la Freiberga ha regalato a Putin. Polemiche a parte, il presidente lettone – unico tra i capo di Stato baltici – ha già reso noto che il 9 maggio, giorno dei festeggiamenti per la fine della “guerra patriottica”, sarà sulla Piazza rossa a Mosca insieme a tutti i maggiori leader mondiali. Il Parlamento di Riga appoggia le scelte presidenziali.

Lettonia Commissione storici

Lettonia Commissione storici

 “Oltre a commemorare chi perse la vita durante la guerra – si legge in un messaggio della Freiberga al Paese – non dobbiamo dimenticare i crimini contro l’umanità commessi sia da Hitler che da Stalin. Per la Lettonia, l’inizio della fine della Seconda guerra mondiale giunse molte decadi dopo, il 4 maggio 1990, insieme con il crollo dell’impero sovietico e la restaurazione dell’indipendenza nazionale dopo 50 anni di occupazione… La Lettonia invita la Russia a condannare il patto Ribbentrop – Molotov e i crimini del totalitarismo”.

 Nel ’39 sovietici e tedeschi si spartirono l’Europa centro – orientale e le conseguenze di quell’atto sono state pagate a duro prezzo dai popoli della regione. In un incontro a Mosca il presidente estone Ruutel ne ha parlato con Putin. “Al momento solo una valutazione storica è possibile – ha dichiarato l’ufficio stampa del Cremlino -. Non c’è possibilità di una valutazione giuridica per le realtà correnti”. Russia ed Estonia hanno problemi di demarcazione dei confini ancora non risolti. Ruutel ha raccontato che Putin si è impegnato a considerare nullo il patto di non aggressione del 1939. Il 9 maggio, forse, vi potrebbe essere l’annuncio ufficiale nel tentativo di iniziare un vero corso di riconciliazione.

 E ce ne sarebbe un gran bisogno visto la situazione dei russofoni nel Baltico e degli scontri continui Ue – Russia: dichiarazione improvvida sulla tragedia di Beslan e crisi Ucraina, soprattutto.

Ingombranti simboli del passato

 Ma perché solo la svastica e i simboli del nazismo? E’ polemica al Parlamento europeo, dove i deputati dell’Europa centro – orientale hanno chiesto di includere anche la falce ed il martello tra ciò che deve essere vietato. “C’è un doppio standard nel trattamento delle ideologie di estrema destra e di estrema sinistra” in Europa, hanno accusato il centrista di destra ungherese Jozsef Szajer ed il lituano Vytautas Landsbergis. “Persino oggi manchiamo di un giudizio del passato totalitario comunista”, ha rincarato la dose l’estone Tunne Kelam.

 Il commissario alla Giustizia, Franco Frattini, non ha, però, accolto le osservazioni. Un suo portavoce ha segnalato la volontà di differenziare simboli nazisti da quelli sovietici. La norma di divieto della svastica è inserita nella legge contro il razzismo e la xenofobia. Il dibattito politico sui simboli nazisti è iniziato dopo che il principe britannico Harry aveva indossato ad una festa un vestito con simboli nazisti.

 Anche nell’ex Urss, tuttavia, ci si pone il problema delle statue dedicate a Stalin. Se fino al ’91 ne si poteva vedere una a Gori, città natale del “padre dei popoli”, adesso alcuni monumenti sono stati innalzati, non senza critiche, in Russia, dove, da quasi un anno, ci si sta preparando attivamente alle celebrazioni per la sfilata della vittoria sulla Piazza rossa.

 Non così, ai primi di febbraio, a Yalta, dove si è ricordata la Conferenza che definì il destino dell’Europa per mezzo secolo. Niente, se non qualche foto al palazzo Livadisky, ha ricordato il dittatore georgiano. Il potere stalinista, secondo alcuni calcoli, ha provocato più lutti in Urss che la Seconda guerra mondiale (27 milioni). I tatari crimeani, deportati in Siberia, hanno minacciato disordini. Le autorità locali hanno preferito dare risalto alla statua dedicata al presidente statunitense Roosevelt, una delle più grandi mai erette.

Giuseppe D’Amato

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