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 Quando c’è un qualche anniversario di mezzo i russi sono sempre i primi a celebrarlo. Ma per Lev Tolstoj, 100 anni dalla sua morte, non è proprio così. La Russia ufficiale se n’è quasi dimenticata o ha volutamente ignorato una data così importante.

 “Il nostro avo aveva altri valori rispetto a quelli dell’attuale governo”, Catherine Tolstoy, del ramo britannico della famiglia, tenta di trovare una spiegazione, buttandola in politica. Darle del tutto torto non è possibile. In Russia i capolavori del grande scrittore sono collegati al suo lavoro come filosofo, che propugnava principi come la non violenza, la vita semplice e l’amore fraterno, ed inculcava dubbi sul valore del patriottismo. “I problemi su cui lui scrisse – sostiene Fyokla Tolstaya, una lontana nipote, – sono il militarismo ed il pacifismo, la giustizia, la religione, il Caucaso. Nessuno di loro è stato risolto”.

 L’autore dell’enciclopedico Guerra e Pace, studiato nelle scuole russe, era una figura scomoda per i governanti del suo tempo, scomunicato nel 1901 dalla Chiesa ortodossa. E la posizione ufficiale del Patriarcato di Mosca oggi non è cambiata. “Tolstoj è un non cristiano – ha ribadito un portavoce del comitato per la cultura della Chiesa ortodossa russa -. E’ uno scomunicato, quindi, non desta per noi interesse”. La famiglia ha chiesto più volte che la questione venisse riesaminata, ma il rifiuto dei religiosi è stato categorico, poiché “non vi è stato pentimento”. In epoca sovietica i punti di vista dello scrittore contro la religione organizzata in strutture e a sostegno dei contadini venivano esaltati dal potere comunista tanto che Vladimir Lenin pubblicò un articolo intitolato “Tolstoj come specchio della Rivoluzione”.

 Se si consulta la guida dei programmi settimanali della televisione federale di speciali sull’autore di Anna Karenina non v’è traccia. Colpisce che il “buco” più clamoroso è stato dell’efficientissimo canale “Kultura”, che, qualche tempo fa, ha messo in onda un film su Tolstoj, ma non era dedicato ad uno dei maestri della letteratura mondiale bensì al 90esimo anniversario della nascita del regista Serghej Bondarciuk.

 “La gente oggi legge della robaccia – fornisce un’altra spiegazione a tanto ostracismo la critica Natascia Perova -. Certi eventi, come il centenario della sua scomparsa, non sono più feste nazionali come erano prima che fossimo isolati dal resto del mondo. La cultura è diventata troppo commerciale. Le generazioni più giovani non hanno la possibilità di confrontarsi con una seria produzione letteraria, quindi non la chiede”.

 Oggi Tolstoj è più celebrato in Occidente che in Patria. Decine sono state le manifestazioni organizzate in questi mesi, dalla Germania agli Stati Uniti. Numerose nuove traduzioni sono state pubblicate in giro per il mondo. Un film sugli ultimi giorni di vita dello scrittore ha ottenuto le nomination per il premio Oscar. Inedite biografie della moglie Sofia sono state presentate al pubblico.

 La tenuta di Jasnaja Poljana, non lontano dalla città di Tula, rimane il centro dell’attività degli studiosi di Tolstoj e della sua famiglia. Qui in estate si sono riuniti più di 350 discendenti dello scrittore i quali si incontrano, più o meno una volta ogni 4 anni, per conoscersi meglio e scambiarsi opinioni sul daffarsi.

 L’informatizzazione dei capolavori e degli studi a loro dedicati è la direzione intrapresa. I russi apprezzano il lavoro finora svolto a giudicare dai più di 3 milioni di contatti con il sito Internet dedicato a Tolstoj. A Jasnaja Poljana e a Mosca sono state organizzate varie mostre. L’affluenza è stata buona.

 Ci si consola soprattutto con il successo a San Pietroburgo presso il museo “Anna Akhmatova” della manifestazione in stile videoart Cento anni senza Tolstoj. Nelle sale si osservano il ritratto dello scrittore, rappresentazioni dei suoi ultimi giorni di vita. Su un pannello in bianco e nero vengono proiettate immagini delle guerre del XX secolo integrate con citazioni di Tolstoj come “lo scopo dei conflitti è l’omicidio”. Per le sequenze sulla Cecenia sono stati scelti brani da Sebastopoli, maggio 1855. Il più significativo è “i problemi irrisolti ancor meno si risolvono con la polvere ed il sangue”.
Giuseppe D’Amato

 


 La tanto attesa crisi diplomatica tra Russia e Giappone è alla fine scoppiata. Dopo non pochi tentennamenti e ritardi il presidente Medvedev si è recato in visita a Kunashir nelle Curili meridionali e Tokyo, come risposta, ha richiamato il proprio ambasciatore da Mosca. I prossimi colloqui tra lo stesso Medvedev ed il premier nipponico Kan non sono, però, in pericolo, hanno affermato fonti ufficiali giapponesi. Il giovane capo del Cremlino è stato il primo leader russo a decidersi a tale passo.

 Da anni sullo scoglio delle Curili, occupate dall’Armata Rossa nel 1945, si infrangono le relazioni tra i due Paesi. I giapponesi definiscono quelle terre i loro territori settentrionali. “Formalmente è vero che non è stato firmato un trattato di pace a conclusione della Seconda guerra mondiale tra Mosca e Tokyo – asserisce Anatolij Koshkin, uno dei maggiori esperti dell’argomento, – ma la Dichiarazione comune del 1956 lo sostituisce di fatto”. Allora, nel documento provvisorio vennero definiti tutti i classici punti di un trattato di pace, tranne la questione dei confini. In “segno di buon volontà” il Cremlino era disponibile a “consegnare” due isole contese (il 6% del totale), mantenendo il controllo delle altre due maggiori.

 Il ministero degli Esteri nipponico ha pubblicato un documento in cui fornisce le proprie ragioni. In particolare si dice che queste terre storicamente non appartennero mai alla Russia. I russi, però, controbattono tesi su tesi.

 L’89% dell’opinione pubblica russa è contraria a fare qualsiasi concessione ai giapponesi, poiché così verrebbero rivisti gli esiti della Seconda guerra mondiale. Tokyo non dimentica che le Curili vennero occupate dopo che il conflitto era finito ed i suoi abitanti (17mila) espulsi da Stalin. L’orgoglio nazionale ferito nipponico chiede una soluzione. I giapponesi hanno una sensibilità diversa da quella degli europei, che combatterono per secoli per definire i confini. Per loro è inconcepibile dover rinunciare a parte del territorio nazionale. Le due parti, però, non si sono mai potute accordare per numerose ragioni. La principale è di carattere militare.

 Anche nell’ultimo scontro tra Mosca e Tokyo gli Stati Uniti hanno sostenuto gli alleati giapponesi con cui il presidente Obama dovrà rivedere alcuni capitoli dei rapporti bilaterali dopo le elezioni di midterms. Washington pare voler rinsaldare le proprie relazioni con Tokyo e Seul per meglio contenere Pechino.

Giuseppe D’Amato

 Fine Parte 3/3. – serie “L’eredità della Seconda guerra mondiale”. A 65 anni dalla sua conclusione. In EuropaRussia.


  Russi sempre più innamorati della fotografia storica ed artistica. Negli ultimi tempi numerose sono state le mostre di successo organizzate a Mosca e a San Pietroburgo. Scatti d’epoca escono da archivi privati e delle agenzie di stampa o dei giornali per essere raccolti ed esibiti ad un pubblico colto con sentimenti misti tra il nostalgico e la curiosità.

 In primavera la mostra dedicata a Nikita Krusciov ed alla sua epoca alla piazza del Maneggio, giusto davanti alle mura del Cremlino, ha registrato il pieno di presenze. Poi è la volta di quella sui “Grandi” stranieri che hanno visitato l’Unione Sovietica. E’ la terza rassegna di questo tipo che nel 2010 viene ospitata alla “Vinzavod” (l’ex fabbrica di vini) trasformata in centro per l’arte contemporanea.

 La fotografia di una leggiadra Sophia Loren che nel 1970 sale su un’automobile nera al Kutuzovskij prospekt, una delle maggiori arterie della capitale, è stata utilizzata per pubblicizzare la manifestazione. Una cinquantina sono le rappresentazioni esibite, che aiutano ad evidenziare intensi momenti di fascino. Allora gli stranieri erano delle vere e proprie “mosche bianche” in Urss ed il loro modo di vestire o di comportarsi faceva, come si dice oggi, “tendenza” o moda. Milioni di sovietiche hanno ammirato il taglio di capelli della Loren od il suo cappotto da star hollywoodiana ed hanno tentato di imitarli.

 “La cultura – ha spiegato il direttore dell’Itar-tass Vitalij Ignatenko, presentando la mostra, – era la sola ed unica porta d’ingresso dell’Urss. Soltanto le personalità più in vista di quel mondo avevano la possibilità di oltrepassare la Cortina di ferro”. La rassegna al Vinzavod inizia con immagini dell’epoca ante-guerra della visita dell’architetto svizzero Le Corbusier, seguita da foto dell’incontro a Mosca tra Stalin e Churchill. Segue il periodo del disgelo chruscioviano con il viaggio nella capitale dei Soviet di Federico Fellini e si conclude con scatti degli anni Ottanta. Una delle foto più curiose mostra un infreddolito Fidel Castro in una calda giacca allo stadio Kirov di Leningrado.

 Al non lontano Centro “fratelli Lumière” si è appena finita una riuscitissima mostra, intitolata “le icone 1960-‘80”, quando, a conclusione del realismo socialista, ai russi fu consentito di fotografare quasi liberamente. Sono stati esposti 350 lavori di 70 diversi artisti. Gli scatti, quasi tutti in bianco e nero, hanno riproposto spaccati di vita quotidiana sovietica: amici a passeggio con indosso un unico cappotto, ragazze raggianti che bevono da una fontanella per strada, una coda lunghissima davanti ad un negozio. La mostra era accompagnata da musica popolare e da video-clip dell’epoca.

 Ugualmente valida è la successiva esibizione organizzata dal Centro moscovita e dedicata dalla scuola lituana, attualmente aperta al pubblico. Antanas Sutkus, Aleksandras Macijauskas e Vitalijus Butyrinas sono considerati dai promotori dell’evento dei veri “mostri sacri” della fotografia mondiale. I tre si aggiudicarono i principali premi internazionali negli anni Settanta. A Mosca Sutkis ha portato scatti sulle sue due principali tematiche: gente di campagna e scene di vita quotidiana. “Non ho mai buttato via i negativi – ha raccontato il fotografo lituano – Solo un terzo delle mie foto sono state mostrate alla gente”. Il collega Macijauskas si è, invece, interessato dei mercati di provincia. Se questi due primi artisti rappresentano il realismo del tempo Butyrinas è un maestro del fotomontaggio, del surrealismo con le sue intricate metafore visuali. “Ogni sua foto – ha commentato Natalja Grigorieva, curatrice dell’evento – è unica ed inimitabile. Fino all’invenzione degli ultimi metodi di stampa era impossibile da ripetere”.

Art and historic photography incredibly popular in Russia – English version by Google translation


 Non è un “pietroburghese” né tanto meno proviene dalle fila dei servizi segreti, eppure è uno dei principali esponenti del partito del potere e da sempre ha accesso diretto a Vladimir Putin. Serghej Sobjanin è il nuovo sindaco di Mosca dopo il recente clamoroso licenziamento dello “storico” primo cittadino, Jurij Luzhkov, rimasto in carica per ben 18 anni.

  Il compito assegnatogli dal presidente Dmitrij Medvedev, intervenuto personalmente alla cerimonia di giuramento, è quello di trasformare nel prossimo quinquennio la capitale russa in uno dei maggiori “centri finanziari del continente euro-asiatico”. Sobjanin ha promesso lotta senza quartiere alla corruzione ed alla burocrazia, mantenimento di alcuni “privilegi” tipici dei moscoviti e maggiore attenzione al patrimonio architettonico della città, andato in parte perduto nelle ultime speculazioni edilizie.

 Il Cremlino ha così concluso il cambio dei governatori regionali. In due anni e mezzo ben 25 sono stati sostituiti. Hanno lasciato l’incarico soprattutto il tataro Shajmiev ed il bashkiro Rakhimov, potentissime “cariatidi” sopravvissute al crollo dell’Urss con mire centrifughe grazie alle casse repubblicane piene di petro-rubli.

 Per il contestato Luzhkov il discorso è diverso. Il partito del potere aveva ormai la necessità di porre sotto diretto controllo Mosca, che vale oggi ben un quarto del Pil federale. “La capitale torna alla Russia” è uno dei commenti più gettonati degli osservatori più attenti.

 L’accantonamento di Luzhkov, gestito dal giovane Medvedev per essere entrato in rotta di collisione con lui, è stato un terremoto che ha chiuso un’epoca. Segna la fine dell’apparente indipendenza dal Cremlino della megalopoli. Vladimir Putin, che sente l’avvicinarsi delle presidenziali del 2012, non ha subito gli eventi ma ha scelto il nuovo sindaco, appunto un suo “fedelissimo” per uno degli incarichi più strategici del Paese.

 Come scrive il quotidiano “Mk” vicino a Luzhkov, Serghej Sobjanin conquistò la stima dell’attuale premier nel 1999, quando l’aiutò a mettere fuori gioco il Procuratore generale, Jurij Skuratov, che indagava su fondi neri del Cremlino. Da allora tra i due si è instaurato un profondo rapporto d’amicizia cementato dall’efficienza dimostrata dall’ex governatore di Tjumen nell’espletamento dei compiti affidati e dalla sua capacità di rimanere al di fuori delle continue lotte intestine all’interno dell’Amministrazione russa.

 Putin, quindi, pone il 52enne Sobjanin in una posizione centrale, mettendolo anche alla prova. Se il neo-sindaco avrà successo nel gestire Mosca lo aiuterà con più efficacia alle parlamentari dell’autunno 2011 che saranno il trampolino per le presidenziali. E se l’attuale premier, alla fine non dovesse ripresentarsi per continuare a gestire il potere da dietro alle quinte – evitando tra l’altro questioni costituzionali -, non è escluso che all’improvviso possa puntare su questo suo fedelissimo in caso di incomprensioni con l’ambizioso Medvedev.


 Se qualcuno pensa che Grozny assomigli a Stalingrado dopo la fine della famosa battaglia campale si sbaglia di grosso. La capitale cecena è oggi uno dei centri più moderni della Russia, niente a che vedere con le sfortunate repubbliche vicine. Praticamente quasi nulla ricorda le recenti passate tragedie che provocarono rovine e lutti in numero impressionante. Capitali imponenti sono giunti da Mosca, dalla diaspora cecena all’estero e dai Paese “amici” islamici moderati, per porre le fondamenta della pacificazione russa. Una grandiosa moschea, a scanso d’equivoci, troneggia sul corso principale dedicato a Vladimir Putin, che ha scelto Ramzan Kadyrov come “uomo forte” dell’ex regione ribelle.

 Ed è proprio il pro-console di Mosca, accusato da varie ONG di violazioni dei diritti umani, il vero obiettivo dell’ultima azione suicida al Parlamento ceceno che ha avuto come prologo in agosto l’attacco fallito al suo villaggio natale, Tsenteroj. A Grozny era in programma una sessione congiunta dei deputati locali con una cinquantina di colleghi provenienti dagli Urali. Il ministro degli interni federale Nurgaliev era anche lui in città.

 I terroristi dell’ultima generazione, ormai ridotti a poche centinaia e con alla testa nuovi capi in cerca di gloria, non potevano certo lasciarsi scappare un’occasione migliore per un attentato clamoroso. E così è stato.

 Due erano gli scopi da raggiungere: proseguire la faida contro i Kadyrov e dimostrare al mondo che il loro clan non controlla la situazione come afferma. Dopo il 2000 Putin ha avuto la sagacia di far diventare il conflitto ceceno da internazionale a locale. Ha vinto la guerra spaccando la società nazionale, tradizionalmente divisa in “teip” (ossia clan), appoggiando i più forti. La catena di vendette tra ceceni, registratasi successivamente negli anni, è stata lunghissima.

 Gli specialisti di sicurezza ritengono che il commando suicida era agli ordini del quarantenne Hussein Gakaiev, “capo del settore di Shalì del fronte orientale”, che avrebbe adottato strategie di combattimento simili a quelle dei talebani afghani.

 Dopo un periodo di relativa tranquillità gli estremisti hanno colpito nello scorso febbraio la metropolitana di Mosca. Una kamikaze è riuscita a suicidarsi, provocando una strage, nella stazione della Lubjanka sotto alla sede dei famigerati servizi segreti. In Russia meridionale quest’anno i terroristi hanno distrutto tra l’altro una centrale idroelettrica e massacrato decine di clienti del mercato di Vladikavkaz.

 Il maggiore pericolo è ora che i terroristi del Caucaso uniscano le forze contro Mosca ed inglobino anche gli “infidi” ceceni, tradizionalmente temuti dai popoli limitrofi. Finora non bisognava confondere la realtà di Grozny e provincia con quella dei vicini, dove la situazione socio-economica e quella dell’ordine pubblico appaiono decisamente più serie per la mancanza di un progetto di sviluppo e di fondi in quantità. La piovra, che unisce politica locale corruzione e criminalità, è difficile da sconfiggere.


 La partita di calcio di Genova per le qualificazioni ad Euro-2012 di Polonia ed Ucraina ha offerto un palcoscenico insperato agli ultra – nazionalisti serbi. Nell’arco di qualche settimana le autorità di Belgrado – che dal 25 ottobre guideranno un Paese candidato all’adesione all’Unione europea – e quelle kosovare apriranno una trattativa sotto l’egida di Bruxelles. Il viaggio del segretario Usa Hillary Clinton nella regione è servito a definire gli ultimi particolari e a ribadire che Washington sostiene questa iniziativa.

 Ma “non riconosceremo l’indipendenza del Kosovo”, ha subito messo in chiaro il presidente serbo Tadic all’emissario di Obama. I kosovari rispondono di essere pronti a sedersi ad un tavolo solo per definire alcune “questioni tecniche”. La cosa importante è che le due parti in conflitto si incontrino. “Anche se ci saranno presto qui le elezioni presidenziali – ha sottolineato a Pristina il capo della diplomazia Usa – si deve incominciare a parlare e soprattutto a produrre dei risultati”. Il premier Thaci ha evidenziato che è tempo che serbi e kosovari “terminino un conflitto vecchio di un secolo”.

 In precedenza la Clinton era stata in Bosnia, dove ha invitato le tre comunità etniche – musulmana, croata e serba – a superare le divisioni e a non rischiare di perdere l’occasione di aderire all’Unione europea ed alla Nato. “Non accettate lo status quo – ha detto la Clinton – non ritiratevi nelle vostre comunità”. Dalle elezioni generali di inizio ottobre il Paese è uscito piegato su sé stesso e nelle mani dei nazionalisti.

 Dopo gli accordi di Dayton del ’95, che hanno fatto seguito a 3 anni di guerra con 100mila morti, sono nate la federazione croata-musulmana e la repubblica serba di Bosnia. Il segretario di Stato Usa ha incontrato il nuovo leader serbo locale Dodik, che spinge per la secessione.

 L’integrazione europea sia in Serbia che in Bosnia o Kosovo è la promessa in cambio di concessioni ai vecchi nemici ed al raggiungimento della completa pacificazione della regione. Il problema è, però, capire quanto l’Ue sia pronta ad accettare altri membri, che hanno così grandi questioni aperte alle spalle. La delusione per gli scarsi progressi mostrati da Romania e Bulgaria dopo la loro adesione all’Unione potrebbe essere un ostacolo. La domanda su che cosa sia l’Ue resta senza risposta: un futuro super-Stato o uno spazio economico, democratico e giuridico comune? La sensazione è che qualcuno oltreoceano definisca priorità altrui.

 Sullo sfondo nei Balcani si scorge la lotta per il controllo dei corridoi orientali dell’energia con i progetti russo-italiano “South Streamed euro-americano “Nabucco” (che salta la Russia) in concorrenza. Washington ha investito nell’economia serba dal 2001 quasi un miliardo di dollari in aiuti. La Clinton l’ha probabilmente ricordato a Tadic. Gli investimenti stranieri a Belgrado si aggirano sui 15 miliardi con gli italiani in prima fila (Fiat, Eni, Finmeccanica, Omsa).

 Gli ultra-nazionalisti serbi, legati ad un passato nostalgico, non vogliono dire addio definitivamente al Kosovo, considerato come loro culla. Tutta questa occidentalizzazione del Paese viene vista con il fumo negli occhi. La Jugoslavia non c’è più. Resiste soltanto un universo balcanico comune, una “Jugosfera“, neologismo coniato dal settimanale britannico Economist, un’area commerciale e industriale dove i popoli ex jugoslavi hanno deposto le armi e ripreso a cooperare.

 Come sia stato possibile che a Roma non si siano resi conto del pericolo della partita Genova lascia sorpresi. Il risultato è stato che le società civili dei due Paesi sono state sconfitte da un’orda composta da soltanto un centinaio di imbecilli.
Giuseppe D’Amato

Serbia at a historic crossroads: the European integration in exchange for waiving Kosovo. The U.S. as a sponsor. 


Strade dell’Est europeo insanguinate. Una giornata campale del genere non la si ricordava da tempo. In Polonia in uno scontro frontale ad una ottantina di chilometri da Varsavia 18 persone sono morte. Nella vicina Ucraina è stato addirittura proclamato il lutto nazionale in ricordo di 43 sfortunati viaggiatori, tra cui 3 bambini. I due Paesi slavi, sconfiggendo a Cardiff l’Italia nel 2007, hanno ottenuto l’organizzazione di Euro 2012 in programma tra un anno e mezzo.

La viabilità è uno dei loro più noti “talloni” d’Achille, insieme alla scarsa offerta alberghiera, tanto che l’Uefa ha intenzione di consigliare ai tifosi ospiti stranieri di utilizzare gli aerei per gli spostamenti. La Polonia ha destinato gran parte dei 67 miliardi di euro (pari ogni anno a quasi 3 punti del Pil nazionale), ottenuti dall’Ue dal bilancio comunitario 2007-2013, per l’ammodernamento della vie di comunicazione. I cantieri aperti sono numerosi (a settembre 2010 per 1.327 chilometri), la rete viaria è migliorata un pochino, ma il numero degli incidenti non tende a diminuire anche per l’imprudenza dei guidatori.

Il lavoro da compiere, però, – è necessario sottolinearlo – è immenso: nel 2007 il 3% delle vie di comunicazione polacche rispondeva agli standard continentali. Nel dicembre 2009 il Paese, esteso un po’ meno dell’Italia, poteva contare soltanto su 916 chilometri di autostrade e su 606 di superstrade.

Secondo i primi accertamenti è stata la nebbia una delle cause della tragedia di Nowe Miasto nad Pilica, oltre che all’eccessiva velocità. Un tir si è scontrato frontalmente con un autobus, pieno di passeggeri, su una carreggiata a doppio senso di marcia larga non più di 6 metri. Ma questa è la norma. Non esistono spesso per i camion percorsi alternativi. Così molte di queste strade provinciali, chiamate dai locali “dune” – poiché hanno il manto rovinato (si pattina) ed una segnaletica che lascia parecchio a desiderare – si trasformano in imbuti infernali da cui a volte non se ne esce.

Cosa pensasse di fare, invece, in Ucraina l’autista di un autobus con una cinquantina di passeggeri a bordo non è ancora chiaro. Con una manovra avventata non ha rispettato il segnale rosso di un semaforo ad un passaggio a livello incustodito ed ha invaso le rotaie, mentre transitava una locomotiva. La collisione, a Marganets – regione di Dnipropetrovsk – è stata violentissima tanto che dell’autobus di colore giallo non è rimasto quasi nulla.


 E’ un Paese estremamente frammentato quello che esce dalle legislative di domenica, 10 ottobre. 5 partiti su 29 hanno superato la barriera del 5% per poter aver accesso al Parlamento e si divideranno proporzionalmente i 120 seggi a disposizione, non potendo superare, però, la soglia dei 65 rappresentanti. In testa Ata-Zhurt, popolare soprattutto tra i kirghisi del sud, con circa l’8,7% delle preferenze. Seguono i social-democratici con l’8% e Ar-Namys dell’ex premier Kulov col 7,5%. Quindi Respublica e Ata Meken con grosso modo il 6% dei voti. Due terzi delle preferenze sono andate a formazioni che non sono nemmeno entrate in Parlamento.

 Il tasso di affluenza alle urne è stato assai alto, attestandosi intorno al 57%. Ad Osh, epicentro degli scontri interetnici nel giugno scorso tra kirghizi ed uzbechi, ben il 66% degli aventi diritto è andato a votare.

 Quale coalizione verrà adesso formata per poi scegliere un primo ministro ed un Esecutivo è ancora presto da sapere. Il Paese asiatico ha deciso, in precedenza con un referendum, di darsi un assetto parlamentare dopo che due suoi presidenti, Akaiev e Bakiev, sono stati estromessi dal potere dalla popolazione inferocita nel 2005 e nel 2010.

 Soprattutto la Russia ha espresso dubbi su questo esperimento istituzionale, unico nell’area ex sovietica. L’Occidente guarda incuriosito, ma preoccupato per l’estrema vicinanza all’Afghanistan.


 Un musulmano ed un croato, entrambi moderati, compartiranno insieme ad un falco serbo la presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina.  Bakir Izetbegović, figlio del leader musulmano Alija durante la guerra negli anni Novanta, ha già offerto il proprio impegno per una ricerca comune di pace e stabilità. Sulla stessa linea anche Željko Komšić. Ma come ribadito durante la campagna elettorale per le elezioni generali i serbi pensano più alla secessione che al rafforzamento dello Stato. Nebojša Radmanović esprime, però, una posizione meno dura rispetto a quella del premier Milorad Dodik, che ha definito la Bosnia Erzegovnia come un errore della storia e prevede la sua scomparsa nell’arco di qualche anno.

 Gli osservatori internazionali sono rimasti sorpresi dall’inusuale alto numero di schede annullate tra i serbi, quasi il 10% del totale. L’Osce chiede l’apertura di un’inchiesta. Da più parti si levano accuse di brogli.

 L’attuale Bosnia Erzegovina è nata con gli accordi di Dayton del 1995, che posero fine a tra anni e mezzo di guerra con 100mila morti. E’ stata creata una presidenza tripartita per rappresentare i principali gruppi etnici. La popolazione è divisa tra Federazione croato-bosniaca e Republika Srpska. Il sistema politico è straordinariamente complesso. Gli elettori scelgono i rappresentanti soltanto delle proprie entità. Ossia un residente della Republika Srpska non elegge i membri del Assamblea della Federazione di bosniaca, e viceversa. Nei 14 Parlamenti del Paese vi sono 5 presidenti, 13 primi ministri e 700 deputati per una popolazione di appena 4 milioni di persone.

 Il compito dei tre presidenti eletti è assai impegnativo. La crisi economica è pesante (2010, crescita del Pil del +0,5%) e la disoccupazione supera il 40% della forza lavoro. La giungla burocratica viene additata come causa principale della difficoltà per i privati di iniziare proprie attività produttive. Gli obiettivi di aderire all’Unione europea ed alla Nato restano lontani. La pace e la stabilità sono garantite da truppe straniere.

 Bruxelles ha esortato i vincitori delle elezioni di domenica a dimenticare le differenze etniche ed a rilanciare le riforme, che potrebbero rafforzare l’integrazione continentale e garantire un futuro alla popolazione locale. Lo scenario peggiore sarebbe un referendum per la secessione dei serbi o una serie di incidenti che provocarebbero un nuovo conflitto armato.


Hiroshima. “Ho 82 anni, la mia memoria diventa sempre più debole, ma quel giorno non lo dimenticherò mai”. Così ci accoglie Koji Hosokawa in un stanza del Museo della Pace. Lui si è salvato perché si trovava ad 1,3 chilometri dall’epicentro. E’ stato solo ferito dalle schegge. “Quel giorno – continua l’uomo – ha segnato tutta la mia vita. Ho perso mia sorella minore, uccisa dalla bomba. Quello è stato l’evento più triste della mia vita. Per tutti i 65 anni successivi non mi sono mai sentito al massimo moralmente”.  Per la prima volta un rappresentante ufficiale statunitense è stato presente alla cerimonia. Lei ritiene che sia venuto il momento che gli Usa si scusino per Hiroshima?

 “Parte di me pensa che l’America dovrebbe decidersi a compiere questo passo, ma non voglio che Washington si senta costretta a farlo. Chiedo solo rispetto e preghiera per le vittime di questa tragedia. Vorrei anche che ci si decida ad abolire una volta per tutte le armi atomiche”.

 Che sentimenti aveva nell’animo quel terribile giorno?

“Mi sentivo completamente perso. Non capivo cosa stava succedendo. Un caos totale”.

 Sono rimasto sorpreso che, come riporta un manifesto in visione al Museo della pace, il giorno dopo il bombardamento atomico la fornitura dell’energia elettrica riprese e 3 giorni dopo il servizio dei tram nei quartieri periferici della città era in funzione. E’ incredibile l’efficienza giapponese.

“A quel tempo il popolo aveva una eccezionale energia dentro. Ma attenzione. Qui dove c’è oggi il parco vi era un tempo un quartiere pieno di vita con oltre 4mila abitanti. In un secondo è tutto svanito. Se lei si mette qui a scavare trova ancora le ossa dei nostri morti. Qui sotto c’è l’Hiroshima del ’45, una specie di Pompei del 20esimo secolo. La Promotion hall (oggi conosciuta come Cupola o Dome) era un vanto per la città, per la sua bellezza, disegnato da un architetto ceco Jan Letzel. Là dentro sono morti tutti bruciati, erano a poche centinaia di metri dall’epicentro”.

Che tipo di messaggio per le prossime generazioni?

“Le armi atomiche sono il male e non le avremmo dovute mai creare. Molta gente non sa cosa sia successo veramente qui ad Hiroshima sulle persone. Attenzione questa tragedia potrebbe accadere anche a voi ed alle vostre famiglie”.

Giuseppe D’Amato  Fine Parte 2/3. – serie “L’eredità della Seconda guerra mondiale”. 65 anni dopo.

Google Translation of this article into English

 


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