“Gli eventi dell’agosto 1991 hanno velocemente cambiato il destino del nostro Paese”. A 24 anni Tatjana Malkina, allora giovane cronista del quotidiano Nezavisimaja Gazeta, si prese la libertà di mandare letteralmente a spigolare gli otto golpisti vetero-comunisti del GKCP durante una conferenza stampa, in cui questi tentarono di spiegare cosa stava succedendo. Il suo intervento coraggioso alle ore 17 del 19 agosto, davanti alle telecamere dell’intero mondo, fu il primo evidente segnale che il putsch, mal preparato e caotico, sarebbe fallito.
“Venti anni – prosegue la Malkina – sono storicamente pochi, ma, dal punto della vita di una persona, sono tanti. Sono contenta che sia andata bene”. Tutto è finito nel migliore dei modi. “Grazie a Dio i golpisti hanno perso, ma non avrebbero mai potuto vincere. Il bagno di sangue è stato limitato”. Tre persone hanno perso la vita in quei tre giorni. Come ricorda quella conferenza stampa? “L’avete vista in televisione voi tutti. Io era incavolata nera con quella gente. La mia non fu una domanda, ma un comizio. Volevo insultarli. Volevo dire loro che erano degli idioti”. Lei si era accorta che al vicepresidente Janev tremavano le mani? “Sì. Ero seduta nelle prime file. Tutti loro avevano un brutto aspetto. Si capiva che non ce l’avrebbero mai fatta. Quei signori apparivano come vecchi, stanchi, impauriti, malati. Mi facevano pena”.
C’era un carro armato parcheggiato davanti al palazzo dove si tenne la conferenza stampa. Non era preoccupata? “L’avevo visto, ma non avevo paura”. Quindi, non pensava a cosa i golpisti le avrebbero potuto fare. “Nemmeno un secondo. Sapevo che non mi sarebbe successo nulla”. Lei gridò in faccia a Janaev se si rendeva conto di aver compiuto un colpo di Stato. “Ripeto quella gente non aveva alcuna chance di vincere. Ma facciamo per un attimo l’ipotesi che per una qualche ragione ce l’avessero fatta. Il risultato sarebbe stato che la fine dell’Urss sarebbe stata molto sanguinosa, con perdite umani pesantissime, e dagli esiti estremamente imprevedibili per tutti”.
Cosa pensa di Gorbaciov, che recentemente ha finalmente ammesso di aver saputo dal presidente USA Bush dell’imminente golpe con un mese di anticipo, e del crollo dell’Urss? “Ho sentimenti misti verso di lui, che sarebbe potuto diventare un vero eroe se fosse riuscito a trasformare un Paese morente in qualcosa di un’altra dimensione. Ma Gorbaciov non aveva qualità sufficienti. Non sono d’accordo con il grande significato che gli si attribuisce in Occidente. Comunque, mi sento di dirgli grazie per quello che ha fatto. Non mi è mai dispiaciuto nemmeno un secondo che l’Urss sia crollata. Sono felice che sia riemersa la Russia”. Eltsin è stato il vero fondatore della democrazia in Russia? “Ma certo. Ha fatto il possibile. Esistono nel mondo varie forme di democrazia. Come essa da noi si svilupperà lo vedremo in futuro”.
Giuseppe D’Amato

Criscito all'uscita del campo con Rosina
Ottimo esordio di Domenico Criscito in Russia. Il neoacquisto dello Zenit ha dato il via alla vittoria della squadra di San Pietroburgo contro il CSKA di Mosca con uno dei suoi soliti cross che il compagno Kerzhakov non ha avuto difficoltà a mettere in rete di testa. Pur giocando a ritmi lenti e con pochi scatti in profondità per la condizione fisica l’ex genoano si è segnalato tra i migliori dei suoi insieme al portoghese Danni per alcuni tocchi di classe, come un lungo palleggio a ridosso dell’area avversaria nel primo tempo.
Lo Zenit è ora secondo in classifica in ritardo di due punti dal CSKA di Mosca. “E’ stato bello esordire con una vittoria – ha detto Criscito alla fine del match -. Sono contento di aver trovato allo Zenit dei campioni. Mi sto integrando bene”. Un ultimo pensiero il nazionale italiano lo rivolge al CSKA, che ha giocato con la maglia rossoblu. “Ho sempre vissuto con la maglia rossoblu – ha sottolineato Criscito – e porto il Genoa sempre nel mio cuore. Adesso faccio questa esperienza in Russia”.
E’ da secoli uno dei simboli di Mosca e della Russia intera. La cattedrale di San Basilio, posizionata sul limite esterno della Piazza rossa, compie quest’estate 450 anni. Quelle strane cupole a forma di cipolla la rendono unica nel mondo. I suoi sconosciuti architetti-costruttori, viene tramandato, furono accecati in modo tale che nessun altra chiesa potesse avere lo stesso stile.
Adesso, con tutti gli onori del caso, il gigante slavo celebra questo compleanno. Mostre, incontri fra studiosi e riti religiosi sono stati organizzati in buon numero anche per segnare la fine di un restauro durato un decennio e costato ben 14 milioni di dollari. All’interno del tempio si possono ammirare reliquie ed icone di San Basilio e di altri religiosi eccentrici, chiamati dalla tradizione locale “santi folli”.
A giudicare dalla massa di turisti stranieri e nazionali in fila davanti alla cattedrale queste manifestazioni sono già un successo. La curiosità dell’evento, il sentimento religioso ed il richiamo di un monumento particolare nel suo genere sono ingredienti di forte attenzione.
Costruito tra il 1555 ed il 1561 su ordine di Ivan il terribile per ringraziare il Signore per la vittoria contro i tatari e la conquista di Kazan e Astrakhan, il tempio rappresentava il centro della città, spartiacque tra le case della popolazione e la fortezza simbolo del potere e dei boiari, ossia degli aristocratici. Il primo edificio originale, quello della Trinità, ha altre otto chiese laterali, mentre l’ultima (la decima) è stata eretta successivamente nel 1588. Tanti i nomi con cui è stato denominato il complesso. La tradizione ortodossa ne privilegia due: cattedrale dell’Intercessione della Santissima Madre di Gesù sul Fossato e Tempio di Basilio il Benedetto. Nel 17esimo secolo i moscoviti la chiamavano semplicemente “Gerusalemme” per l’annuale processione della Domenica della Palme con i capi religiosi e politici in testa.
“E’ un miracolo che questo monumento sia arrivato fino a noi”, commenta il vice-ministro per la Cultura, Andrei Busygin. Nel corso della storia incredibilmente troppe sono state le prove superate. Nel 1917 la cattedrale subì danni rilevanti durante l’assalto dei bolscevichi al Cremlino e fu “rattoppata” alla bell’e meglio durante la guerra civile e la successiva carestia. I leader comunisti la volevano demolire come avevano fatto del resto nel dicembre del 1931 con la cattedrale di Cristo il Salvatore, tempio di riferimento dell’ortodossia russa, e quella di Kazan dalla parte opposta della Piazza rossa nel 1936, poiché quest’ultima creava impiccio durante le parate militari. Si racconta che una volta Stalin tolse il modellino di San Basilio da un “plastico”, per vedere come sarebbe stata la piazza senza. Nel 1928 la cattedrale era nel frattempo diventata “filiale” del Museo storico nazionale e questo status, alla fine, evitò la demolizione.
La sua linea è davvero particolare come il santo a cui è dedicato il complesso. San Basilio (Vasilij in russo) era un uomo eccentrico che girava senza vestiti persino nei gelidi inverni e fu uno dei pochi moscoviti che osò resistere al potere tirannico di Ivan il Terribile. Come riportano le cronache del 16esimo secolo, il primo zar di tutte le Russie, famoso per la sua politica che provocò migliaia di morti, lo considerava un “veggente di cuori e di menti del popolo”. Alla sua scomparsa, nel 1552, personalmente trasportò la bara nel luogo di sepoltura, dove più tardi fu costruita una delle chiese dell’attuale cattedrale.
Le nove cupole multicolori a cipolla combinano le tradizioni dell’architettura russa di legno con influenze bizantine ed islamiche. Il restauro appena conclusosi, spiegano gli specialisti, ha avuto l’obiettivo di ridare ai visitatori la stessa visione che si aveva nel tardo 17esimo secolo. Ma non ci si fermerà qui. Il clima russo non permetterà di rilassarsi. Le intemperie sono una seria minaccia per una struttura così delicata.
Architetti e designers in grande spolvero a Mosca. Uno dei suggestivi reparti della mitica fabbrica di cioccolato “Ottobre Rosso”, trasformata in centro studi d’arte contemporanea, è occupata dalla mostra “Architettura integrata. Design e business: un’alleanza strategica per la qualità”.
“E’ evidente – dice Francesco Orofino, consigliere dell’Unione architetti di Roma, – ai moscoviti sembra che i problemi più irrisolvibili nel campo del trasporto si trovino a Mosca, ma a Roma non è da meno il nodo delle infrastrutture e dell’alto affollamento del centro storico. Per questo abbiamo deciso di presentare qui alcuni dei progetti degli architetti Bruno Zevi e Lucio Passarelli, che hanno proposto a fine anni Sessanta di portare parte delle funzioni cittadine oltre i confini di Roma e di collegare le nuove periferie con il centro con strade moderne”. La mostra di materiali di archivio per la creazione della zona nord della “città eterna” è stata presentata l’anno scorso alla Biennale dell’Architettura di Venezia ed ora riproposta qui all’“Ottobre Rosso”.
Affianco, nello stesso reparto si può ammirare una seconda esibizione di manifesti dal titolo “cultura e società”. “Ho scelto – afferma Cristina Chiappini, vice presidente dell’Associazione dei grafici pubblicitari italiani, – i poster seguendo una ben determinata linea, ossia privilegiando quelli di autori che in maniera abbastanza critica guardano ai modi contemporanei di rappresentare esclusivi membri della società, bambini, donne, la violenza”. E c’è davvero di tutto. Una posizione di riguardo in questa esibizione è riservata all’esperienza del centro ricerca per la comunicazione “Fabrica” di Treviso. La scuola di Olivero Toscani è per tutti un punto di riferimento.


Clima cordiale e discussioni fiume per rinforzare la collaborazione russo-elvetica. Mosca chiede aiuto alla Confederazione per ammodernare il Paese soprattutto nei cosiddetti settori dell’“innovazione” (IT, energia, biomedicina, spazio, nucleare) e non manca di sottolineare il buon livello di interscambio fin qui raggiunto. Nel 2010 si è registrato un incremento del 36,5% rispetto all’anno precedente. E nel primo quadrimestre del 2011 la Svizzera è il Paese leader per gli investimenti stranieri in Russia.
Berna vorrebbe un accordo tra l’Efta (l’Associazione europea di libero scambio) e la Russia, prima che Mosca aderisca al Wto, l’Organizzazione per il commercio mondiale, ma questa non è una pre-condizione, hanno affermato alti esponenti del Consiglio Federale.
E’ dal 1994 che il Cremlino tratta l’adesione al Wto, ma ostacoli dell’ultimo momento impediscono il passo decisivo. Il presidente Medvedev ha posto come obiettivo la fine del 2011 come limite ultimo per risolvere qualsiasi difficoltà negoziale. La Georgia, Paese rappresentato dalla Svizzera in Russia dopo la guerra in Ossezia meridionale nell’estate 2008, non ne vuole sapere di dare luce verde alla candidatura di Mosca al Wto. I russi potrebbero spingere per un intervento di Berna su Tbilisi.
“Il problema della corruzione in Russia – ha chiarito negli incontri di questi giorni il consigliere federale Schneider-Ammann – è un argomento centrale ed è la prima condizione per un accordo con l’Efta”. E diversamente non potrebbe essere visto che la Russia occupa il 154esimo posto su 178 nella classifica mondiale di Transparency International.
Sul summit russo-svizzero troneggia la parola “Skolkovo”, il mega-progetto di una “Silicon Valley” alle porte di Mosca con investimenti miliardari da ogni parte del mondo. Viktor Vekselberg, imprenditore assai conosciuto anche nella Confederazione, coordina la sua realizzazione e pare avere un occhio di riguardo per le imprese elvetiche. Almeno questo traspare dai sorrisi sornioni svizzeri.

Nb. Efta – Svizzera, Liechtenstein, Norvegia, Islanda.
Primo luglio 2011. La Polonia è in festa. Il Paese dalla “tanta storia e poca geografia” ha assunto per la prima volta la presidenza dell’Unione Europea, completando quel durissimo percorso iniziato subito dopo l’uscita dalla sfera di influenza sovietica alla fine della Guerra Fredda. 
La Polonia è oggi un esempio di democrazia normale e moderna con un’economia solida e dinamica. Ma non sono state tutte rose e fiori per ottenere questo risultato. Il referendum di adesione all’Ue, con la discesa in campo persino di Papa Wojtyla, fu vinto a fatica nel giugno 2003. Quanta la paura dell’ennesimo scherzo della storia! Ricordiamo ancora le lacrime della gente, quando, nella notte del primo maggio 2004, la bandiera europea salì nel cielo di Varsavia a piazza Pilsudski, mentre il mattino successivo il centro cittadino fu paralizzato dalla protesta di migliaia di euroscettici. Le successive elezioni dell’autunno 2005 furono vinte dai gemelli Kaczynski alla testa di un partito che radunava scontenti ed ultra-conservatori.
I pesanti costi sociali per l’adesione all’Ue sono stati mitigati dai fondi strutturali (67 miliardi dal 2007 al 2013), giusta compensazione dell’Occidente per aver abbandonato la Polonia per quattro decenni nelle mani dei sovietici. Il boom economico, aiutato dai forti investimenti stranieri – soprattutto d’oltreoceano -, ha fatto il resto. Le città si sono arricchite tanto che si fa fatica a riconoscerle rispetto a come erano all’inizio del secolo. Finalmente i polacchi sono diventati fiduciosi nell’Unione. In un sondaggio gli euroentusiasti sono vicini all’80%.
Nella sua qualità di presidente dell’Ue la Polonia gestirà la complessa trattativa per la definizione del budget continentale 2014-2021. La Commissione europea le ha già garantito ben 80 miliardi di euro di nuovi fondi strutturali sui 972,2 del bilancio totale continentale. Varsavia intende aprire la strada all’Associazione all’Ue dell’Ucraina, Paese vicino col quale ospiterà la tanto attesa vetrina degli Europei di calcio nel prossimo giugno 2012, concludere i negoziati con la Croazia e migliorare ulteriormente i rapporti con la Russia.
In Europa ci sono anche esempi positivi non solo la Grecia o i PIGS o l’Italia che balbetta da un decennio. L’economia di Varsavia viaggia a tassi di espansione “alla tedesca”. Ecco perché la Polonia di Donald Tusk si candida a diventare una “Spagna”, ma dalle fondamenta salde, di questo decennio.
Giuseppe D’Amato
La diplomazia del Cremlino registra un passo a vuoto. Nell’arco di una settimana è saltata la sua mediazione sia per il Nagorno-Karabakh che per la Transnistria. Da dopo il conflitto con la Georgia per l’Ossezia meridionale nel 2008 Mosca cerca di risolvere i problemi degli “Stati non riconosciuti” con lo scopo di evitare guai peggiori in futuro ed infiltrazioni esterne nello spazio ex sovietico.
Soltanto progressi, ma non accordi. Così si può definire l’esito del tanto atteso summit a tre russo-armeno-azero per l’annosa questione del Nagorno-Karabakh. A Kazan i presidenti Medvedev, Sarghsjan ed Aliev hanno raggiunto una reciproca comprensione dei problemi da risolvere, si legge nel documento finale. Il punto di partenza del negoziato sono i cosiddetti “principi di Madrid”, definiti nel 2007.
Ma per decidere la loro attuazione – quindi la firma di una “road map” – ci vorrà ancora tempo. Mosca e la comunità internazionale fanno pressioni invano sia su Erevan che su Bakù per trovare una soluzione duratura. Il rischio di una nuova guerra è alto, affermano gli specialisti.
Scoppiata nel febbraio ‘88 la questione del Nagorno-Karabakh, enclave armeno in territorio azero, fu il primo segnale del risveglio delle nazionalità in Urss. Dopo una sanguinosa guerra negli anni Novanta la provincia ha dichiarato la sua indipendenza da Bakù.
Discorso simile anche per la Transnistria-Dniestr. Dopo 5 anni di interruzione Mosca ha tentato, senza risultato, di scongelare il negoziato nel quadro del 5+2, ossia Russia, Ucraina, OSCE, Unione europea, Usa più Moldavia e Transnistria.
Le parti, tuttavia, hanno immediatamente affermato di non voler ricominciare a trattare e che le loro posizioni rimangono immutate. La Moldavia punta ad essere uno Stato unitario e rifiuta di creare un sistema federale con la provincia separatista. La Romania, assai influente a Chisinau, mira a riunire una delle sue regioni storiche. La Russia propone a sua volta il mantenimento dell’integrità territoriale moldava e la concessione di uno statuto speciale per il Dniestr. Tiraspol prosegue nella sua linea indipendentista. 
La Transnistria, popolata in prevalenza da popolazioni slave, si è liberata dal controllo di Chisinau nel 1992 dopo un breve conflitto armato. Oggi è utilizzata come una specie di off-shore da compagnie russe ed ucraine.
NB.
I cosiddetti “principi di Madrid” sono stati aggiornati l’anno scorso dai mediatori internazionali. Essi prevedono in particolare la riconsegna all’Azerbaigian dei territori intorno al Nagorno-Karabakh; il mantenimento di uno status temporaneo che garantisca all’enclave sicurezza ed autonomia; un corridoio che l’unisca all’Armenia; la definizione di un suo futuro status giuridico attraverso una dichiarazione della sua popolazione; il diritto di tutti i profughi a tornare alle proprie case; garanzie di sicurezza internazionale con la presenza di una forza di pace.
Cattolici ed ortodossi hanno in comune la difesa del crocifisso e la Russia si è unita all’Italia nel farlo. Come si ricorderà, in marzo, il Consiglio d’Europa ha dato ragione a Roma contro una precedenza sentenza in cui si vietava la presenza del simbolo cristiano nelle scuole della Penisola. 
All’ambasciata di Mosca è stata presentata l’edizione russa del libro di Carlo Cardia L’identità religiosa e culturale europea. La questione del crocefisso. “L’idea di far tradurre e pubblicare in russo il volume – racconta l’ambasciatore Antonio Zanardi Landi - mi è stata offerta in occasione del primo incontro con Sua Eminenza il Metropolita di Volokolamsk Hilarion” ed “è stata incoraggiata in seguito da Sua Santità il Patriarca Kirill in occasione della prima udienza che ha voluto concedermi dopo il mio arrivo”.
Nella prefazione in russo il metropolita Hilarion, ministro degli Esteri del Patriarcato di Mosca ha scritto che Kirill ha “giudicato l’operato della Corte un attentato alla comune identità cristiana dell’Europa e ha salutato favorevolmente la decisione delle Autorità italiane di adoperarsi per rimuovere tale affronto”. E poi “l’impegno congiunto degli Stati europei e dei leader religiosi il cui risultato è stato il ristabilimento della giustizia nel caso ‘Lautsi contro l’Italia’, ha dimostrato che i popoli europei sono disposti a difendere la propria identità cristiana”.
Un “no” deciso allo Scudo anti-missilistico occidentale. Dopo mesi di trattative dietro alle quinte russi e cinesi hanno espresso pubblicamente la loro contrarietà. Si teme una nuova prossima corsa agli armamenti in stile Guerra Fredda. 
Come si ricorderà gli Stati Uniti di Obama hanno modificato il progetto originario di George Bush, abbassando il rischio esterno di lanci isolati di vettori da parte dei Paesi cosiddetti “canaglia”, Iran e Corea del Nord su tutti. Gli americani, in pratica, intendono creare non più difese globali, ma mettere in piedi dei sistemi regionali contro missili a corto e medio raggio. Mosca è stata invitata da Washington a partecipare al progetto europeo insieme alla Nato, ma qualcosa, evidentemente, non sta funzionando. Gli incontri tra specialisti militari non avrebbero dato finora esiti favorevoli.
Il problema, in realtà, pare più politico. In Russia si stanno avvicinando le elezioni generali. Si voterà a dicembre per le legislative e nel marzo 2012 per le presidenziali. Tradizionalmente i politici federali, troppo schiacciati su posizioni pro-occidentali, fanno fatica ad imporsi. Inoltre il nodo su chi tra Dmitrij Medvedev ed il premier Vladimir Putin si presenterà candidato non è ancora stato sciolto e la “telenovela” tra i due è destinata a durare a lungo.
Nei giorni scorsi la Repubblica ceca ha annunciato di rinunciare ad ospitare uno dei siti del mini-Scudo regionale. I repubblicani americani se la sono subito presa con il presidente Barack Obama, accusato di aver venduto gli alleati dell’Europa orientale ai russi, con la sua politica estera di eccessive aperture al Cremlino.
La scelta di Praga, al contrario, è stata salutata positivamente da Mosca, che teme che quelle difese anti-missilistiche nel Vecchio Continente servano non contro lanci di lontani nemici bensì per tentare di mettere sotto controllo il suo arsenale.
Nelle settimane in cui nessuno se le manda a dire è entrato in campo a sorpresa anche il segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen, che ha definito come “soldi buttati via” il progetto russo per lo sviluppo di nuovi missili balistici intercontinentali. “Questo tipo di retorica – ha osservato il capo dell’Alleanza Atlantica – non è necessaria; questo tipo di mentalità è fuori dai tempi”. Pronta la replica del capo dello Stato maggiore federale Ivashov, che ha affermato come “I loro progetti non li ha capiti nessuno”. La crisi libica in pieno sviluppo e dalle molte incognite, la possibile discussione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per una risoluzione sulla Siria e l’avvicinarsi degli appuntamenti elettorali in Russia sono un cocktail poco digeribile. Il caldo dell’estate porta inatteso nervosismo.
Elena Bonner era una donna dal coraggio incredibile e dai principi solidissimi. Tutta la sua vita è stata una lotta continua per affermare i valori in cui credeva. Figlia di un funzionario del Comitern e di un’attivista comunista ebrea Lusik Alikhanova (il suo nome alla nascita) vide i suoi genitori condannati dalle purghe staliniane. Il padre fu fucilato nel 1938, mentre la madre si beccò 8 anni di carcerazione nei gulag. Affidata a dei parenti a Leningrado Elena studiò letteratura, quindi lavorò come infermiera nell’Armata Rossa. Ferita durante un attacco aereo recuperò velocemente le forze per terminare la Seconda guerra mondiale in Austria.
Dopo la conclusione delle ostilità si prese una laurea in Medicina. Quindi nel 1965 si iscrisse al Pcus, pentendosi dopo la Primavera di Praga e lasciando definitivamente il Partito nel 1972. In tutti gli anni Sessanta, durante il periodo chruscioviano, frequentò i processi contro i dissidenti. Continuò anche dopo la presa di potere di Breznev. Nel 1970 conobbe a Kaluga in un tribunale Andrej Sakharov, il padre pentito della bomba atomica sovietica all’idrogeno, ormai caduto in disgrazia per le sue posizioni politiche. I due si sposarono nel 1972.
Iniziò una vita durissima al margine della società sovietica. Fu Elena a ritirare il premio Nobel ad Oslo assegnato al marito nel 1975. L’anno successivo i due furono tra i fondatori del Gruppo moscovita di Helsinki per la difesa dei diritti umani. Nel 1980 il potere comunista passò alle maniere dure, trasferendo la coppia in modo coatto a Gorkij, l’attuale Nizhnyj Novgorod, città allora chiusa agli stranieri.
Tre volte il grande fisico fu costretto a degli scioperi della fame per far ascoltare le sue ragioni. Due di queste in difesa della moglie: contro un’azione giudiziaria e per farla operare al cuore all’estero. Solo nel 1986, dietro pressioni internazionali, Michail Gorbaciov liberò la coppia dall’esilio di Gorkij. Nel marzo 1989 Andrej Sakharov fu eletto deputato al Parlamento dell’Urss su candidatura dell’Accademia delle Scienze, ma nel dicembre dello stesso anno morì a Mosca per un infarto all’età di 69 anni.
Elena Bonner continuò da sola l’azione politica. Fu scelta dal presidente russo Boris Eltsin nella Commissione federale per la difesa dei diritti umani, da cui si dimise dopo l’inizio della guerra in Cecenia, definita come un “genocidio”. Quindi assunse posizioni d’opposizione contro le scelte di Vladimir Putin e chiese nell’agosto 2008, dopo la guerra con la Georgia, che la Russia venisse espulsa dal G8. Il 10 marzo 2010 Elena Bonner, ormai residente negli Stati Uniti, è stata la prima firmataria del manifesto di alcuni intellettuali “Putin deve andarsene”.
Nel 2009 il presidente Dmitrij Medvedev ha dichiarato che le idee di Andrej Sakharov sono ancora attuali. Gli rispose amaramente la Bonner che i principi affermati “pace, progresso e diritti dell’uomo” sono dimenticati in Russia, perché non inculcati e fatti crescere nella gente. Il mondo ormai appartiene ad un’altra generazione.
Giuseppe D’Amato
We are a group of long experienced European journalists and intellectuals interested in international politics and culture. We would like to exchange our opinion on new Europe and Russia.