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  Sembrava la volta buona, ma anche all’ultimo vertice ufficiale al Cremlino l’accordo più importante è stato mancato. Russi e cinesi non sono riusciti a definire il prezzo di acquisto del gas che in futuro verrà venduto a Pechino. La costruzione di due condotte va avanti a marce forzate attraverso la Siberia, ma il dato principale non è stato ancora concordato.
 Le differenze tra le parti non sono piccole. I cinesi hanno ribadito che non sono disposti a pagare il metano a prezzi occidentali, ma i russi non sono disponibili ad alcun sconto. I primi pongono il tetto a 250 dollari per mille metri cubi, i secondi vorrebbero avvicinarsi ai 500, quotazione che per Mosca toccherà alla fine del 2011.   
 In passato, la Gazprom, la monopolista federale, aveva spiegato agli europei che, in caso di problemi con loro, avrebbe ridiretto il suo prezioso gas verso Pechino. I cinesi, però, hanno stretto contatti e contratti anche con il Turkmenistan, che ha le maggiori riserve di materia prima non utilizzata, proprio per evitare il rischio di avere un solo fornitore.
 La questione del prezzo va avanti da anni senza soluzione di sorta. Il dubbio è che cosa succederebbe se russi e cinesi non dovessero trovare l’accordo. Mosca sta costruendo infrastrutture che all’improvviso non possono essere smontate o usate per altri fini.


 Appena avuta la certezza che l’arabo ucciso ad Abbottabad era Osama Bin Laden il presidente Obama ha subito telefonato a Mosca prima di darne notizia in un discorso televisivo al Paese. L’11 settembre 2001 era stato Vladimir Putin, il primo leader straniero, a contattare George Bush, rinchiuso sull’Air One in volo per motivi di sicurezza. Il favore è stato ricambiato adesso, nove anni e sette mesi dopo.

Osama Bin Laden

 Le due superpotenze del Ventesimo secolo sono stati infatti i Paesi maggiormente colpiti dal terrorismo internazionale. Il Cremlino aveva avvertito per tempo la Casa bianca negli anni Novanta che la jihad islamica, armata precedentemente in funzione anti-sovietica, era sfuggita di mano ai finanziatori occidentali. Fu così l’ex Kgb a dare a Washington le coordinate di dove si trovassero i campi di addestramento dei terroristi in Afghanistan nell’estate del 1998, pochi giorni dopo che Al Qaida aveva fatto esplodere in un attentato le ambasciate Usa in Africa orientale. Gli Stati Uniti si fidavano, però, allora molto di più degli alleati regionali, i pakistani, che degli ex avversari della Guerra Fredda.
 I russi in realtà non hanno mai distolto la loro attenzione dall’Afghanistan anche dopo il ritiro del febbraio 1989. Quando il 27 settembre 1996 i talebani presero Kabul Mosca organizzò una riunione d’emergenza delle repubbliche ex sovietiche asiatiche in cui avvertì gli ex fratelli del pericolo. Seguirono ripetute campagne armate degli islamisti nel cuore del continente, mentre Bin Laden continuava l’invio di suoi uomini in Cecenia, visitata in precedenza dal “numero due” di Al Qaida l’egiziano al Zawahiri.
 Oggi la strategia di Barack Obama è di ritirare rapidamente le truppe Usa dai vari teatri di guerra per risparmiare preziosi dollari necessari a ripianare l’immenso debito statale ereditato dall’Amministrazione Bush. Solo così l’America potrà rispondere in un futuro prossimo alla sfida cinese e della globalizzazione in generale. Che siano ora gli alleati vecchi e nuovi ad iniziare a cavarsela da soli, si pensa a Washington. Emblematica è l’uscita di scena americana alla chetichella dal conflitto in Libia.
 La morte di Bin Laden segna uno spartiacque nella politica internazionale. Il capo dei terroristi è stato liquidato e i suoi seguaci “arabi” nella regione sono in rotta. “Giustizia” per i cittadini americani, morti l’11 settembre, è stata fatta. L’“exit strategy” dall’Afghanistan, resa nota al vertice Nato di Lisbona lo scorso autunno, può pertanto iniziare come previsto nel 2014.
 La telefonata di Obama a Dmitrij Medvedev, buttato giù dal letto prima dell’alba, non è solo un giusto ricambio di cortesie ricevute ma anche l’annuncio del prossimo passaggio di consegne. Fra il 2011 ed il 2014 si tenterà di trovare una soluzione politica per l’Afghanistan, poi gli occidentali se ne andranno. La “patata bollente” tornerà così nelle mani del Cremlino. Ma la Russia odierna ha la forza ed il prestigio di tenere sotto controllo un’area così estesa ed esplosiva come l’Asia centrale? A Mosca a dubitarne sono numerosi specialisti che affermano sicuri: senza un Afghanistan pacificato difficilmente ci sarà pace per i Paesi limitrofi. Il rebus su come fare è aperto a tutti.

Giuseppe D’Amato


 Wadowice. Centinaia di bambini si addensano in file poco ordinate e chiassose. L’attesa è lunga, ma non troppo. L’atmosfera è quella tipica delle gite scolastiche. In ulitsa Koscielna (ossia della Chiesa) numero 7 pellegrini e studenti in erba si mischiano davanti alla casa natale di Karol Wojtyla. Qui, il 18 maggio del 1920, nacque il futuro Papa. Al primo piano dell’edificio una suora, che parla anche in italiano, invita i visitatori a mettere delle pantofole per non sporcare i pavimenti. Le pareti sono piene di foto di Giovanni Paolo II, le bacheche contengono libri e documenti. Non mancano nemmeno i giornali, soprattutto quelli riguardanti l’attentato del 1981.
  “Tutto sommato, la Polonia e la sua Chiesa hanno superato bene la morte del Santo Padre”, osserva il noto intellettuale cracoviese, Jan Prokop. Non erano pochi, soprattutto tra i prelati locali, a prevedere scenari inquietanti. “La scelta di un successore tedesco – continua il professor Prokop – non ha creato malumori. Con i vicini tedeschi si sono combattute in passato tante guerre. Ma il cardinale Joseph Ratzinger è stato per anni uno dei più stretti collaboratori di Wojtyla e ha ricordato più volte nei suoi discorsi pubblici il Papa polacco”. Bisogna anche aggiungere che il fedele segretario particolare del Pontefice defunto, monsignor Stanislao Dziwisz, è stato nominato da Benedetto XVI arcivescovo di Cracovia. Un vero e proprio segnale di continuità.
 Giovanni Paolo II si è congedato dai suoi connazionali con una serie di pubblicazioni, che sono andate letteralmente a ruba. Veri e propri bestsellers che la gente conserva con cura. La “guida morale” per oltre 26 anni ha traghettato il Paese slavo fuori dalle secche del comunismo ed è intervenuto pesantemente nella primavera del 2003, quando la Polonia, come al solito frammentata al suo interno e con una fronda cattolica conservatrice contraria, ha scelto tra l’adesione all’Unione europea ed il nulla.
 Cracovia è come sempre splendida. Il castello del Wawel, dove batte il cuore della Polonia, e la piazza del Mercato danno lustro ad una delle capitali della cultura europea. E’ un pullulare di gente proveniente da ogni angolo del mondo. L’organizzazione è più che buona. Il sorriso e il senso dell’ospitalità accompagnano ovunque il visitatore.
 Il turismo religioso, legato a Giovanni Paolo II, è discreto. Gadget e foto sono venduti in buon numero, ma senza eccessiva materializzazione. L’Ente del turismo di Cracovia propone il percorso papale, una mezza giornata, a cifre non piccole, ben più care della visita al campo di sterminio di Auschwitz. Per il viaggiatore “fai da te” non sono facili da trovare i pulmini bianchi che percorrono i quaranta chilometri che separano Cracovia da Wadowice. La strada è stretta e pericolosa. Ci vuole quasi un’ora e venti e tanta pazienza per sopportare il caldo appiccicoso.
 Nella piazza principale di Wadowice, cittadina abitata da poche migliaia di persone, la chiesa della Madonna di Soccorso esibisce sulla facciata un paio di grandi stendardi vaticani ed un busto raffigurante Giovanni Paolo II ricolmo di fiori. All’interno del tempio alcuni paramenti del Santo Padre sono già reliquia. L’emozione per la morte di Karol Wojtyla è ancora forte. A Wadowice, però, adesso vi è coscienza che nel 1920 è nato un santo.

Giuseppe D’Amato
da L’EuroSogno e i nuovi Muri ad Est. Greco&Greco editori, Milano 2008. PP. 353-354.

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Come ha dichiarato il parroco della Basilica di Wadowice, Jakub Gil, le tradizionali Serate “papali” saranno anticipate dalle 20.00 alle 18.00. La scelta dell’ora era dettata dalla decisione di terminare la celebrazione all’ora del ritorno del Pontefice nella Casa del Padre, ossia alle 21,37. Dopo la beatificazione negli incontri si porrà minor attenzione all’aspetto della salita al Cielo di Karol Wojtyla quanto all’elevazione agli altari ed alla gioia della benedizione.

Basilica della Beata Vergine Maria

 La Russia deve evitare forme di “liberalismo ingiustificato” o esperimenti strani per difendere la sua “sovranità” contro infiltrazioni straniere. Così Vladimir Putin nel suo discorso annuale sul lavoro del governo davanti alla Duma. “Il Paese – ha spiegato il premier – ha necessità di un decennio di stabilità e di tranquillo sviluppo evitando esperimenti e confusione”. 
 L’obiettivo definito da Putin è di far entrare la Russia nel novero delle prime cinque potenze economiche del mondo per il 2020. Dopo gli anni del boom dovuto ai profitti dalla vendita delle materie prime Mosca ha l’arduo compito di trasformare ed ammodernare la sua economia. Nel 2011 il Pil crescerà del 4% circa. 
 Il piano di spese per i prossimi anni è davvero imponente. Le iniziative sociali e la costruzione di infrastrutture come aeroporti sono ai primi punti. Per quanto riguarda gli aspetti militari i soldi vanno spesi in Patria. Si assiste così ad un’inversione di tendenza dopo gli accordi con vari Paesi per l’acquisto di tecnologia di nuova generazione. Le trattative con la Francia per le portaelicotteri della classe “mistral” sono ad un punto morto. 
  Il discorso di Putin alla Duma è certamente la base della campagna elettorale del partito del Cremlino, Russia Unita. In dicembre sono previste le parlamentari, nel marzo 2012 le presidenziali a cui non si sa ancora se il primo ministro parteciperà come candidato o lascerà il passo al leader uscente Medvedev. 
 Il premier non ha tuttavia chiarito nel suo discorso e nel “question time” se la crisi economica di fine decennio è stata finalmente superata. A parte quello energetico, rinvigorito dall’aumento dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali, numerosi altri settori vivono un momento di attesa. Gli imprenditori aspettano probabilmente che si capisca meglio quale sarà il futuro del Paese dopo questo anno elettorale.


  A Juzhno-Sakhalinsk, ogni trenta minuti, gli altoparlanti sistemati nelle strade e piazze principali rilanciano il bollettino delle radiazioni. Fukushima si trova al di là del mare ad un migliaio di chilometri più a sud. La vita prosegue tranquilla anche se i 173mila abitanti della città isolana sono preoccupati. Bere l’acqua in bottiglia è la prima cosa da fare come stare il meno possibile all’aperto. 
 Per tranquillizzare la gente, che non si fida dei soliti “funzionari” il premier Putin si è precipitato fin quaggiù quasi subito dopo lo tsunami di marzo. 6,5 milioni di russi vivono nell’Estremo oriente e Vladivostok dista soltanto ottocento chilometri ad ovest della centrale giapponese. I venti per ora spirano verso est, verso il Pacifico e gli Stati Uniti. 
 Dozzine di specialisti federali sono stati inviati da Mosca nel Sol Levante per controllare da vicino la situazione. La loro esperienza, fatta a Cernobyl, potrebbe tornare utile. 
 Nei mesi scorsi le relazioni russo-giapponesi sono state roventi per il riaccendersi della disputa per le isole Curili meridionali. I due Paesi non hanno ancora nemmeno firmato il Trattato di pace a conclusione della Seconda guerra mondiale per la questione dei confini. Dopo l’incidente di Fukushima il Cremlino avrebbe voluto raffreddare i rapporti tesi, ma i giapponesi hanno risposto picche. 
 Mosca, a questo punto, starebbe valutando di far entrare compagnie di Tokyo nell’azionariato per lo sfruttamento dei grandi campi siberiani di Kovykta e di Chayanda in Jakuzia. Putin ha anche dato disposizione di mettere a disposizione del Sol Levante la maggiore quantità possibile di idrocarburi per i prossimi mesi. L’obiettivo primario è far dimenticare i recenti ordini del presidente Medvedev di dislocare immediatamente sulle Curili armi di ultima generazione in funzione anti-nipponica.


“Un grande compito mi è stato assegnato”, “credo completamente nella nostra tecnologia”. Questi sono alcuni passaggi della lettera di commiato, scritta alla sua famiglia da Jurij Gagarin due giorni prima del volo sulla navicella Vostok. La missiva, appena desecretata, fu letta dalla moglie Valentina alcuni anni dopo, quando il primo cosmonauta nella storia dell’umanità rimase ucciso in un incidente aereo, il 27 marzo 1968. “Se qualcosa dovesse succedere – scrive Gagarin – devi sapere tutto. Ho vissuto in maniera onesta. Da quando da ragazzo lessi le parole di V.P.Chkalov di essere sempre il primo ho cercato di esserlo fino alla fine. Voglio dedicare questo volo alla gente della nostra nuova società, del comunismo”. Il cosmonauta dedica alcuni pensieri anche ai suoi cari, invitando la moglie a farsi un’altra vita e a crescere le loro due bambine come si conviene. 
 La Russia ricorda in queste settimane con varie manifestazioni il cinquantesimo anniversario della prima missione di un uomo nello spazio. Articoli sui giornali, incontri-studio e trasmissioni televisive arricchiscono l’evento. Lo scrittore Anton Pervushkin racconta i retroscena del volo di Gagarin nel libro “I 108 minuti che hanno cambiato il mondo”. Tanti sono i particolari inediti, raccolti da documenti finora segreti. Nascondere gli errori compiuti durante la missione è stato uno degli obiettivi principali dei sovietici alla stessa strega di non rendere pubblici i nomi degli ingegneri-costruttori e le vere caratteristiche tecniche sia della navicella che del razzo vettore. Allora Mosca e Washington lottavano per il primato mondiale e nessuno voleva regalare vantaggi. La potente macchina della “disinformatsija” sovietica riuscì anche a produrre pubblicazioni, che erano piene di false informazioni, ad esempio l’atterraggio sarebbe avvenuto nell’Estremo oriente del Paese. 
 Il rientro di Gagarin sulla Terra fu certamente assai avventuroso. I calcoli degli specialisti di traiettorie balistiche si rivelarono errati. Il cosmonauta fu sollevato quando vide il fiume Volga e si rese conto solo in quel momento di stare terminando la propria missione in Russia e non chissà dove. Secondo i piani sarebbe dovuto atterrare nella regione di Samara. Ma una volta in volo i sovietici ridefinirono il punto di arrivo 110 chilometri a sud di Volgograd, dove le autorità erano in allerta. Gagarin, invece, finì da tutt’altra parte, vicino alla città di Engels nella regione di Saratov. La boscaiola Anna Takhtarova e la sua nipotina, Rita, si presero un bel spavento quando si videro comparire davanti un uomo con indosso una tuta strana. “Sono sovietico”, gridò loro il cosmonauta. La popolazione era atterrita dalla propaganda che per radio aveva raccontato per mesi delle missioni degli aerei spia americani. 
  Il massimo della falsificazione avvenne a Parigi alcuni mesi dopo quando i sovietici dovettero registrare l’impresa presso la Federazione aeronautica internazionale. Le discussioni durarono ore. Alla fine il giudice Ivan Borisenko dovette testimoniare che si trovava sul luogo di atterraggio della navicella. Dove fosse Gagarin, se dentro o fuori il mezzo, non fu mai chiarito. In realtà il cosmonauta si era catapultato a sette chilometri d’altezza dopo aver sorvolato il mar Mediterraneo ad una distanza di 130 chilometri. 
 La censura fu strettissima sui nomi degli ingegneri, che avevano permesso la realizzazione del volo. Di loro furono pubblicate solo le iniziali tanto che la “mente” del programma spaziale, Serghej Koroliov, quasi si offese. 
 Per gli americani l’impresa di Gagarin fu una vera doccia gelata e dimostrò che gli avversari della Guerra Fredda non andavano affatto sottovalutati: con tecnologie semplici e tanto coraggio erano riusciti in qualcosa di epocale. Seguirono anni assai nervosi in cui la Casa bianca finanziò copiosamente i programmi della Nasa, che si rifece soltanto nel 1969 con l’allunaggio sulla Luna.
Giuseppe D’Amato


Confusione, preoccupazione, incredulità. Minsk come Mosca, è una delle domande che si pongono in questo frangente  i bielorussi. All’ora di punta, esattamente alle 17,56 locali, si è registrato uno scoppio alla stazione della metropolitana Oktjabrskaja. I tunnel si sono riempiti immediatamente di fumo ed i passeggeri sono stati fatti uscire in fretta e furia. Si contano morti e feriti. Secondo le prime rilevazioni della polizia si tratta di un’azione terroristica: è stato trovato un cratere profondo mezzo metro. Il bilancio provvisorio dell’attentato si aggrava col passare delle ore.
La centralissima stazione Oktjabrskaja è un punto simbolico di Minsk, poiché permette il passaggio da una linea all’altra del metrò e si trova a poche centinaia di metri dal palazzo dell’Amministrazione presidenziale. Dopo le elezioni contestate del dicembre scorso, con gran parte dei candidati finiti al fresco, la Bielorussia vive adesso un difficile periodo economico con una pesante svalutazione della moneta locale. Da alcune settimane le banche non accettano di cambiare i rubli bielorussi in valuta.
Il presidente Lukashenko, al potere dal 1994, è isolato sul piano internazionale ed è stato definito dall’Amministrazione USA di George Bush come “l’ultimo dittatore” d’Europa. Non pochi analisti tracciano paralleli tra l’”inverno” arabo ed una possibile prossima “primavera” nell’ex Urss. Il presidente russo Medvedev ha offerto l’aiuto dei propri specialisti dell’anti-terrorismo.
Questa è la seconda tragedia nella storia del metrò di Minsk. Nel 1999, per la ressa causata dalla pioggia durante la festa della birra, una cinquantina di persone persero la vita.

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E’ andato tutto secondo le previsioni della vigilia. L’affluenza alle urne è stata alta e Nusurtan Nazarbaiev ha vinto le presidenziali anticipate con un ampio distacco. La Commissione elettorale ha comunicato che l’89,9% degli aventi diritto ha partecipato al voto, oltre il 13% in più rispetto al 2005. Il presidente uscente ha ottenuto il 95,5% delle preferenze, mentre nessuno dei suoi tre sfidanti ha superato la barriera del 2%. 
 Varie organizzazioni internazionali, che hanno monitorato le elezioni, hanno espresso giudizi non troppo positivi. Il potere ha ampliamente utilizzato le classiche “risorse amministrative”. L’opposizione ha preferito non partecipare a queste consultazioni, poiché ha avuto meno di due mesi per trovare un unico candidato. 
 Da dopo l’approvazione degli emendamenti alla Costituzione nel 2007 sono state tolte gran parte delle limitazioni per concorrere alla prima carica del Paese. Il settantenne Nazarbaiev è capo della repubblica asiatica fin dai tempi sovietici: nel 1984 premier, nel 1989 segretario del Partito comunista, quindi presidente. Questa è la sua quarta riconferma. Le elezioni si sarebbero dovute tenere nel 2012, ma il presidente ha preferito anticiparle dopo che un gruppo aveva proposto in Parlamento di tenere un referendum per allungargli il mandato fino al 2020. 
 Estesa quasi un quinto dell’Europa e con solo 16 milioni di abitanti appartenenti alle più diverse etnie, il Kazakhstan ha goduto nell’ultimo decennio dei benefici prodotti dal boom dei prezzi delle materie prime a livello internazionale e sta costruendo magistrali energetiche sia verso est che verso ovest. Importante è il progetto Eni di Kashagan sul Caspio.
 Nazarbaiev garantisce la stabilità in un’area strategica per la Russia e per l’Occidente, guardata con sempre maggiore attenzione anche dalla Cina. Rispetto ai suoi colleghi regionali ex sovietici il presidente kazakho è considerato un leader illuminato nonostante alcuni scandali che hanno coinvolto la sua famiglia. La sua successione rappresenta un vero punto interrogativo, poiché l’opposizione non ha candidati all’altezza, alcuni politici di primo piano sono in passato espatriati all’estero e tra le file del potere non si intravedono possibili “delfini”. Si vive, quindi, alla giornata, contando che la popolazione si arricchisca e si abitui ad un sistema il più rassomigliante possibile alla democrazia.


 Il sogno di Dmitrij Medvedev è di diventare mediatore ufficiale nella crisi libica, ottenendo una definitiva consacrazione a livello internazionale come politico di prima grandezza. Per troppo tempo il giovane capo del Cremlino è stato visto come un “protege” del potentissimo Vladimir Putin. Con la campagna elettorale per le presidenziali del marzo 2012 alle porte l’occasione libica è davvero ghiotta. Medvedev ha ricordato al mondo i buoni rapporti di Mosca con il mondo arabo e non ha escluso che un qualche tentativo diplomatico possa essere presto fatto. Non è un caso che il ministro degli Esteri Serghej Lavrov sia stato per consultazioni al Cairo, dove si è tenuto un incontro tra il segretario dell’Onu Ban Ki Moon ed il responsabile della Lega araba, l’egiziano Moussa. 
 Il capo del Cremlino è intervenuto in prima persona alla televisione soprattutto per scopi di politica interna e per fare chiarezza dopo un imprevisto scambio di battute pepate a distanza con Putin. La Russia, ha spiegato Medvedev, non ha usato il veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, poiché condivide le ragioni della risoluzione 1973. Le autorità libiche sono responsabili della situazione creatasi, tutto il resto è una sua conseguenza. Il presidente ha, tuttavia, immediatamente rimarcato che l’uso della forza dovrebbe essere “proporzionato” a quello che accade, invece la coalizione occidentale ha causato perdite anche tra gli innocenti. Non siamo all’equidistanza di un arbitro, ma spezzare una lancia per l’isolata Tripoli è ora francamente impossibile. 
 Quante possibilità vi siano che parta realmente una mediazione russa al momento non si capisce, come non si comprende quante possano essere le chance di successo. Il Cremlino ha storicamente ottime relazioni con la Siria, ma oggi appare spiazzata in nord Africa con tutte queste rivoluzioni. Medvedev ha già evidenziato che il problema centrale è trovare gli interlocutori giusti per una qualche trattativa, poiché i “partner” occidentali si sono mossi in ordine sparso, mentre nessuno a livello internazionale ha intenzione di avere rapporti con Gheddafi. 
 Quest’ultimo, però, prima dell’approvazione della risoluzione Onu aveva promesso disperatamente a russi, cinesi ed indiani importanti fette del settore petrolifero al posto delle compagnie dei Paesi oggi nemici. Mosca è legata a Tripoli da imponenti commesse militari, ma solo recentemente, grazie all’aiuto italiano, è entrata nel business petrolifero. 
 Pesanti erano state in precedenza le critiche di Putin alla risoluzione Onu, che in verità permette quasi qualsiasi opzione ed è, secondo il premier, “un invito medievale ad una crociata”. Ma la politica estera è ad appannaggio del presidente e per la prima volta i due amici-colleghi dissentono pubblicamente, segno che le scadenze elettorali si stanno avvicinando inesorabilmente. Medvedev, che teme di veder compromessi i suoi sforzi di modernizzazione del Paese con tecnologia occidentale, ha chiarito ai russi che il ministero degli Esteri ha agito su sue dirette indicazioni. 
 Che la gestione della crisi libica divida la “Mosca che conta” è apparso evidente sabato 19 dal clamoroso licenziamento in tronco del proprio ambasciatore a Tripoli, Vladimir Chanov, voluta dal presidente in persona. Putin, che è stato invitato dal vice-presidente Usa Biden a non ripresentarsi candidato, sta riproponendo ai suoi elettori l’immagine del leader russo, che non si fida dell’Occidente spesso traditore. Medvedev gioca, dal canto suo, una partita rischiosa e finora quasi sempre perdente in Russia. Se dovesse essere marginalizzato dai “partner” rischierebbe la rielezione. 
 Trovate il modo di partecipare militarmente anche voi, ha detto in un discorso all’Ammiragliato di San Pietroburgo il ministro della Difesa Usa Robert Gates. Ma Medvedev gli ha già risposto indirettamente: “niet! Spasibo!”


Trentuno pagine inviate alla Commissione per la difesa dei diritti umani dell’Onu sulle violazioni in Bielorussia dopo le presidenziali del dicembre 2010. “Serve – ha detto Anna Sevortian, direttrice della filiale russa di Human Rights Watch, – una risoluzione della Nazioni Unite per mandare un messaggio forte alle autorità di Minsk. Quello che sta avvenendo deve finire”.
Domenica 19 dicembre 2010 scesero per le strade a protestare contro l’annunciata vittoria del presidente Lukashenko, circa 30mila persone, Migliaia di loro, tra cui 7 candidati, vennero fermate dalla polizia. 725 hanno subito condanne da 10 a 15 giorni di prigione, altri a pene detentive più lunghe. “Molti – denuncia Human Rights Watch – sono stati costretti a dormire per terra o a fare i turni per un letto. Le celle erano sovraffollate, alcune senza bagni. Vi sono stati casi in cui gli imputati non hanno usufruito della difesa”.
Ales Mikhalevich, anche lui ex candidato alla presidenza, ha lasciato il Paese in questi giorni e si trova in una località segreta. Ha denunciato di essere rimasto nelle mani della polizia segreta per due mesi. La Russia osserva sorpresa gli eventi, facendo prevalere valutazioni di carattere economico e geopolitico mentre alcuni suoi cittadini sono detenuti a Minsk. Unione europea e Stati Uniti preparano nuove sanzioni contro Lukashenko e la sua Amministrazione, che invero in Patria rimangono popolari per aver garantito un passaggio non caotico dal comunismo al mercato dopo il crollo dell’Urss.
Alcune considerazioni e domande sono d’obbligo: 1) in Bielorussia siamo alle solite, quindi niente di nuovo rispetto agli anni passati; 2) come è possibile che la comunità internazionale prenda decisioni così spuntate contro violazioni così evidenti ai diritti politici di manifestare? 3) Dopo i fallimenti nei rapporti bilaterali nel tentativo di ingraziarsi il suscettibile Lukashenko cosa altro può fare la diplomazia?


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