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 E’ stato uno dei più bravi corrispondenti italiani dall’Est europeo. Sergio Augusto Rossi era certamente il maggiore conoscitore dell’evoluzione socio-economica della Russia post sovietica. I suoi articoli erano precisi e dettagliati, le sue analisi attente e qualificate. Solo uno specialista con un grosso background culturale e di esperienza quotidiana è in grado di scrivere pezzi di così elevata caratura.

 Rossi, infatti, non era il classico giornalista generalista, inviato in luoghi sconosciuti e senza conoscere nemmeno la lingua del posto, come spesso capitava. Il suo curriculum non lasciò dubbi al Sole 24 ore che lo scelse come proprio primo corrispondente dalla Russia a metà degli anni Ottanta. Rossi si era laureato con Norberto Bobbio a Torino con una tesi sulla Cremlinologia. Aveva avuto tra i suoi maestri Luigi Firpo ed Alessandro Passerin d’Entrèves.

 Studioso ed amante della letteratura russa, Rossi era giunto in Russia nel 1971 grazie ad una borsa di studio. Qui, all’ambasciata di Mosca, conobbe Marina, lettrice di italiana che è poi diventata sua moglie. In un primo momento si dedicò agli studi e lavorò come ricercatore.

 Negli anni lunga è stata la lista delle sue collaborazioni: la Stampa, la Fondazione Agnelli, l’Atlantic Institute, l’Office Italia della Nato. Quindi, direttore della rivista Diritto&Economia della Russia e della Csi.

 Il disarmo e gli armamenti erano un altro dei suoi argomenti principali. E diversamente non sarebbe potuto essere visto che, nella seconda metà degli anni Ottanta, l’Urss di Gorbaciov e gli Stati Uniti misero le basi dell’odierna sicurezza mondiale. Rossi contribuì al primo Libro bianco della Difesa, voluto dall’allora ministro Giovanni Spadolini.

 Di carattere timido e discreto, chi lo ha conosciuto lo ricorderà anche per la sua disponibilità e per il suo sorriso sempre sulle labbra.

sui principali errori che le aziende italiane dovrebbero evitare di commettere, ove intendessero realizzare affari commerciali o investire in Russia.

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Articolo - I principali errori che le aziende italiane dovrebbero evitare di commettere, ove intendessero realizzare affari commerciali o investire in Russia.

Articolo – Maxi accordo Italia – Russia 2008


 La frattura ormai non è più ricomponibile. Un vasto gruppo di operatori della cultura è uscito dall’Unione dei cineasti russi per contrasti insanabili con il suo presidente, Nikita Mikhalkov. La scissione è avvenuta in modo fragoroso, lasciando di sasso milioni di persone.

 E’ stato uno scandalo in cui i panni sporchi sono stati messi in pubblico con comunicati stampa durissimi. Ben 90 tra registi, sceneggiatori e critici hanno sottoscritto un appello, edito su Internet e rilanciato da alcuni quotidiani internazionali, contro il “totalitarismo” con cui l’attore-produttore gestisce l’organizzazione da ben 13 anni.

 I fuoriusciti hanno creato una loro Unione alternativa anti-Mikhalkov. Il loro primo obiettivo principale è quello di difendere i diritti d’autore – e non solo quelli dei registi – nonché garantire il pagamento effettivo a chi detiene i copyright.

 Tanti sono i nomi noti e non protagonisti di questa azione clamorosa: tra gli altri Aleksandr Sokurov, Aleksej Gherman padre e figlio, Otar Ioseliani, Eldar Rjazanov, Julij Gusman, Andrej Smirnov.

 Nell’appello denominato A me non piacesi spiegano le ragioni della scissione. Primo, Mikhalkov è alla costante ricerca di avversari all’interno dell’Unione cineasti, dalla cui presidenza fu spodestato nel dicembre 2008 con il voto degli iscritti ma reintegrato da un tribunale dopo un verdetto contestato; secondo, sono stati espulsi dei “dissidenti”; terzo, nell’organizzazione non vi è un “libero dibattito” in pieno spirito democratico e libertario. “Vengono imposti – si legge nel documento – l’unanimità dei pareri, il patriottismo stereotipato, l’adulazione ed il servilismo”.

 Il vincitore del premio Oscar ’95 è accusato da tempo di essere troppo vicino al potere politico. I critici più agguerriti affermano che il cinema federale sia stato utilizzato come strumento ideologico e propagandistico non solo della nuova Russia post sovietica ma anche per la riscoperta dei valori nazionali. Chi si è adeguato a questa linea ha ricevuto fondi per realizzare le proprie opere, chi non l’ha fatto è rimasto fuori dai giochi.

 Diciassette mesi fa, prima di essere allontanato dalla presidenza dell’Unione cineasti, Mikhalkov aveva letto un famoso discorso contro i tentativi di occupare l’organizzazione in cui il regista denunciava la volontà di un gruppo di persone di “creare una dittatura liberalo-atlantica, imporre ideali e tradizioni stranieri non appartenenti al nostro popolo”.

 Il cinema russo attraversa un momento non facile. Il settore è in crisi per una svariata serie di ragioni: per la mancanza di buoni titoli che attraggono il pubblico; per la difficoltà ad accedere ai finanziamenti in presenza di trafile burocratiche opache; per i dvd pirati. “La metà dei film finanziati dallo Stato nel 2008 – ha ammesso lo stesso Mikhalkov – non sono mai usciti sul grande schermo”.

 Si è in un vicolo cieco e non si sa come uscirne. Difficilmente comprensibile è la recente divisione dei circa 68 milioni di dollari destinati a sostenere gli “studios” che dovrebbero realizzare titoli di successo. Su 400 case produttrici, che ne avevano fatto richiesta, ne sono state scelte soltanto otto, tra cui quella proprio di Mikhalkov. Gli esclusi, alcuni dei quali prestigiosi, hanno espresso giudizi di fuoco.


Kisriev1 “Si deve mettere fine alla logica occhio per occhio. Se i terroristi vengono sempre uccisi nelle operazioni speciali e non li si portano mai in tribunale queste sono purtroppo le terribili conseguenze”. A parlare è il professor Enver Kisriev, docente di studi caucasici presso un istituto dell’Accademia delle Scienze di Mosca.

 Il mese scorso, il 29 marzo, gli attentati suicidi alla metropolitana della capitale con decine di morti e feriti, rivendicati dagli islamici-radicali. I fiancheggiatori delle due giovani kamikaze cecene, una 17enne e l’altra 28enne, sono stati identificati dalla polizia.

 Signor Professore, chi può commettere azioni così disperate?  “Siamo di fronte a ceceni o a ingusci o a daghestani. Le cosiddette vedove nere sono donne che hanno perso i loro mariti o figli o padri. E contemporaneamente hanno perduto la voglia di vivere. In passato altri attentati di questo genere ci sono già stati. Quella è gente piena di rabbia ed odio”.

 Ma dietro alle bombe della metropolitana vi è una qualche strategia, qualcuno che dice ai kamikaze dove colpire e quando, insomma un cervello?  “Certo. Ci sono gruppi speciali organizzati di terroristi. Volevo, però, evidenziare che in Caucaso c’è molta gente che ha perso la speranza e vive nell’odio verso i poteri locali. Quando non si controlla più una simile situazione accadono queste cose”.

 Lei mi vuole dire, se non capisco male, che non vanno dimenticate le ragioni sociali dell’arretratezza e della realtà esplosiva del Caucaso?  “Non so se si possa differenziare la situazione sociale dalla guerra in corso in Caucaso. Secondo me una delle cose che non vanno proprio è il linguaggio utilizzato costantemente dal potere centrale, anche in queste ore. Viene sbandierato pubblicamente ai quattro angoli della Russia che i terroristi verranno eliminati. E’ sempre lo stesso disco. Non si cerca mai di comprendere il perché di questa situazione, non si tenta nemmeno di aprire un dialogo. Con questo linguaggio così duro si fomentano la rabbia e l’odio. E le organizzazioni terroristiche utilizzano a loro favore questa situazione”.

 In autunno l’attentato dinamitardo al treno superlusso Nevsky Express, in primavera il metrò di Mosca. E’ una nuova ondata di terrore? Se sì, come la si può fermare?  “Fermarla non è possibile. La prima cosa per migliorare le cose è iniziare a parlare un nuovo linguaggio e cambiare disco. Serve capire il perché di questi fenomeni, altrimenti non si va da nessuna parte. L’uccidere solo i terroristi provoca come risposta questo tipo di azioni”.


 Nella speciale classifica dei parlamenti più rissosi al mondo la Rada ucraina è certamente ai primi posti. Fin dal crollo dell’Urss nel 1991 l’ex repubblica sovietica si è lanciata verso il primato assoluto. Ma se fino al Duemila una delle ricorrenti zuffe non faceva notizia adesso tremano i polsi nelle cancellerie occidentali dopo le crisi del gas con la Russia ed il Vecchio continente rimasto a secco.

 Alla votazione sul Patto di Kharkiv per la normalizzazione delle relazioni con Mosca, si è raggiunto il massimo. I deputati hanno trovato tessere false per le votazioni, gli scanner pieni di colla e gran parte dell’aula avvolta da una bandiera nazionale come una qualsiasi curva da stadio. Lo speaker della Rada Volodimir Litvin, al suo ingresso, è stato fatto oggetto di lanci di uova marce da parte di membri dell’opposizione “filo-occidentale”, che protestava contro l’allungamento dell’affitto della base navale di Sebastopoli fino al 2042 in cambio di uno sconto da svendita sul prezzo delle forniture di gas russo.

 Due inservienti l’hanno protetto con degli ombrelli mentre il malcapitato leggeva l’ordine del giorno e si ripuliva la faccia da un tuorlo rancido con un fazzoletto. Poi è stato il turno del lancio di fumogeni e di una scazzottatura da mille ed una notte, roba da Bud Spencer e Terence Hill, con nasi rotti e fratture tra i deputati. Alla fine della gazzarra, con l’opposizione ormai uscita, 236 sono stati i “sì”. A Mosca, invece, contemporanea ratifica con 410 voti unanimi.

 La Rada rispecchia una società spaccata letteralmente in due tra l’ovest mitteleuropeo e l’est russofono con il centro a fare da equilibratore. Nel caso del Patto di Kharkiv è abbastanza diffusa la sensazione che qualcuno a Kiev sia più che altro preoccupato per i propri interessi personali connessi con il poco chiaro mondo del gas ucraino piuttosto che per l’eventuale perdita di sovranità in Crimea.

 Nella stessa sessione è stato finalmente approvata la legge finanziaria per il 2010, congelata per mesi a causa della campagna elettorale per le presidenziali di gennaio-febbraio.

 Gli osservatori neutrali sono stati sorpresi dalle nuove tecniche di lotta messe in atto dai deputati. In passato, veniva di solito bloccato il presidium della Rada. I parlamentari fisicamente più prestanti formavano un muro umano per impedire il passaggio degli avversari. Iniziava così uno scontro simile ad una specie di tiro alla fune tra decine di energumeni, petto contro petto,  con l’obiettivo di buttare fuori gli altri dall’aula. Chi soccombeva faceva sparire i microfoni.

 Al Consiglio regionale di Dniepropetrovsk, qualche anno, i fedelissimi dell’attuale presidente Janukovich letteralmente sfondarono porte e mobilia, come una marea impazzita, pur di entrare nell’aula che, nel frattempo, era stata sprangata dagli avversari di turno.


La carta energetica continua ad essere quella più usata dalla Russia per mantenere il suo status di potenza globale. I due progetti South Stream e Nord Stream rimangono i cavalli di battaglia per le materie prime tradizionali, mentre il nuovo piano nucleare per l’export sta prendendo forma con inatteso dinamismo.

 Dal vertice di villa Gernetto si è avuta la riconferma della solidità della partnership russo-italiana in campo energetico. Mosca ha scelto da anni l’Eni come interlocutore privilegiato per il South Stream ed ha affidato con una commessa da oltre 2 miliardi di euro alla Saipem la costruzione un segmento complesso del Nord stream, a conduzione tedesca. La passata esperienza positiva con il Blue Stream – oleodotto sottomarino fino alla Turchia, con un tratto di 385 chilometri sottomarini, consegnato nel 2005 – ha favorito la decisione russa.

 Berlusconi e Putin hanno voluto cancellare le troppe voci che sono circolate recentemente su incomprensioni tra l’Eni e la Gazprom per il South Stream. Alla base di tutto l’entrata ufficiale dal giugno 2010 nel consorzio dei francesi di EDF – a cui andrà il 20% dell’azionariato – e i costi astronomici per la realizzazione dell’opera.

 Vladimir Putin ha offerto energia nucleare russa ad uso civile all’Italia. La proposta è quasi la stessa fatta ad altri partner in giro per il mondo negli ultimi 3 anni. Ossia vi costruiamo la centrale e ci riportiamo via le scorie, tanto da far contenti gli ecologisti locali.

 La Russia ha approvato un mega-piano sia per il mercato interno che per l’estero. Intende raddoppiare la produzione di energia nucleare entro il 2030, fino al 25% del fabbisogno interno. I reattori di nuova generazione, affermano gli specialisti, sono notevolmente più efficienti, grazie all’evoluzione iniziata a metà anni Novanta. E poi l’uranio, la Russia ce l’ha in casa.

 Come partner tecnologico è stata scelta nel 2009 la tedesca Siemens. Adesso Putin intende spalancare all’Enel le porte per la costruzione della strategica centrale di Kaliningrad. L’Unione europea ha costretto la Lituania a chiudere la centrale di Ignalina, troppo simile a quella di Cernobyl, lasciando in pratica il Baltico alla mercè degli umori russi.

 In pochi anni Mosca, che ha oggi 31 reattori, ne disporrà di 59. Sta costruendo o si accinge a costruire centrali in Iran, Cina, India, Bulgaria, Bielorussia e Turchia. La scorsa settimana Medvedev ha offerto tecnologia nucleare russa persino alla lontana Argentina dopo non aver avuto risposte convincenti dal Venezuela.

 L’obiettivo del Cremlino è quello di diventare uno dei maggiori produttori di energia nucleare e di guadagnare sulla vendita della sua tecnologia. La terribile tragedia di Cernobyl intralcia indirettamente questi disegni.


  Il 22 aprile Vladimir Ilich Uljanov Lenin avrebbe compiuto 140 anni. La ricorrenza viene celebrata nella sua città natale Uljanovsk, un tempo denominata Simbirsk, con una serie di iniziative, organizzate dal locale memoriale. In epoca sovietica questo sito era uno dei luoghi maggiormente visitati dai turisti, più di 40 milioni in 40 anni. Adesso, però, l’interesse verso Lenin e la sua vita è di molto sceso. Al memoriale, riconosce una delle responsabili Elena Gorbunova, non vi sono più le tradizionali file.

  Per tentare di cambiare questo trend negativo sono stati resi pubblici nuovi documenti sulla vita del capo del proletariato mondiale. Gli specialisti sono ad esempio riusciti a stabilire che Lenin era un lontano parente del grande compositore Piotr Cajkovskij (Tchaikovsky).

  La popolarità del fondatore dell’Urss è letteralmente crollata tra i russi negli ultimi due decenni. Secondo un sondaggio del centro “Levada” è passata dal 72 al 34%. Allo stesso tempo, dopo il Duemila, è risalita quella di Stalin dal 12 al 36%. Il “padre dei popoli”, caduto in disgrazia dopo la sua morte nel 1953, simboleggia le conquiste dell’impero sovietico. La propaganda di Stato ha semplicemente preferito Stalin, spiegano gli esperti.

  In epoca sovietica ai bambini delle elementari “nonno Lenin” era portato come esempio positivo da seguire per tutta la vita. Col crollo dell’Urss i programmi scolastici sono cambiati ed il ricordo del capo dei bolscevichi è stato posto in secondo piano. Le sue statue, però, restano nelle piazze delle principali piazze del Paese e spesso rappresentano il centro cittadino.

 La questione del mausoleo sulla Piazza rossa a Mosca rimane irrisolta per non urtare la suscettibilità di chi credette nell’Urss e nel suo fondatore. Da più parti si chiede la sepoltura del corpo imbalsamato di Lenin, ma l’argomento è stato tagliato dall’agenda politica.


 La prima reazione dell’ex premier Timoshenko e dei nazionalisti ucraini è stata quella di richiedere una riunione d’emergenza del Parlamento, poi fissata in sessione ordinaria per il 27 aprile. Il neopresidente Viktor Janukovich ha, infatti, allungato a sorpresa l’affitto della base navale di Sebastopoli ai russi di altri 25 anni + eventuali opzionali altri 5.

 La sua scelta provoca una vera e propria svolta nelle dinamiche geostrategiche dell’intera regione. Per prima cosa, addio alla contestata e controversa adesione del Paese slavo alla Nato, poi messa in archivio del progetto dei neocons Usa, vicini a George Bush jr., di creare un cuscinetto tra Russia ed Europa.

 Il precedente Esecutivo ucraino “filo-occidentale” aveva chiarito che Mosca avrebbe dovuto trovare un’altra sistemazione per la Flotta del Mar Ner. Il Cremlino si apprestava a costruire una base vicino a Novorossijsk.

Patto di Kharkiv: Accordo vantaggioso per Kiev, ma conto salato per Mosca

 Janukovich rimanda, indirettamente, a metà secolo la spinosissima questione della sovranità della Crimea – penisola “regalata” da Chrusciov all’Ucraina nel 1954 -. Gli abitanti della regione, trovatisi dopo il crollo dell’Urss fuori dalla loro Madrepatria,  non vedono oggi di buon occhio il potere di Kiev. Negli anni Novanta si svilupparono movimenti indipendentisti o filo-russi.

 In cambio del prolungamento dell’affitto a Sebastopoli fino al 2042 (dal precedente 2017), il leader ucraino ottiene da Mosca 40 miliardi di dollari, di cui 7 nei prossimi 24 mesi in sconti sul prezzo del gas. L’Ucraina, da tempo sull’orlo del default, ha chiesto al Fondo monetario internazionale un nuovo prestito da 12 miliardi di dollari, dopo aver in parte usufruito di un altro, poi congelato da 16,4.

 La complessa situazione economica necessita di sacrifici. Al recente vertice sulla proliferazione nucleare di Washington Kiev si era accordata per la consegna del suo plutonio ad uranio arricchito agli Stati Uniti entro il 2012.

 Con l’Unione europea in stand-by ad Est e l’avvicinamento della Polonia alla Russia, giustificato soprattutto da ragioni economiche, l’Ucraina rischiava di rimanere fuori dai giochi continentali. Ora passa all’incasso. Janukovich è sempre quel politico che realizzò la maggior privatizzazione del suo Paese. L’asta la fece vincere agli oligarchi locali a scapito dei russi con una perdita per l’Erario locale di una montagna di dollari.


PLAndrzej_Sarjusz-SkapskiPOLSKI – ITALIANO.

10 kwietnia 2010 mój Tatuś, Andrzej Sariusz-Skąpski, prezes Zarządu  Federacji Rodzin Katyńskich, miał nad grobami w Katyniu, nad grobem  swego Ojca, powiedzieć te słowa.

Chciałabym, aby przyjęli je ode mnie wszyscy, którzy zechcą zmówić  modlitwę za wieczny spokój mojego Taty.

 Izabella Sariusz-Skąpska

 Honor poległym!
Katyń 1940 (ostatni list): Lech Makowiecki

ITALIANO

“Papà ha raggiunto il nonno nello stesso luogo, dopo una vita di lotte per avere giustizia e conoscere la verità”. Andrzej Sariusz-Skąpski era il presidente della Federazione delle Famiglie delle vittime del massacro di Katyń. E’ morto insieme al leader polacco Lech Kaczyński nella sciagura aerea di sabato 10 aprile. “Mercoledì 7  – ricorda tra le lacrime la figlia Izabella, segretaria della stessa organizzazione, – papà ed io eravamo al cimitero memoriale di Katyń all’incontro tra i due premier Tusk e Putin. In serata siamo rientrati a Varsavia. Poi il presidente Kaczyński l’ha invitato a tornare nuovamente con la sua delegazione ufficiale”.

 La foresta di Katyń è proprio un posto maledetto per voi polacchi. “Mia sorella, sabato, era arrivata prima al memoriale a Katyń con altri mezzi e stava aspettando papà quando è giunta la terribile notizia della sciagura. Nessuno poteva crederci”.

 Quanti anni aveva sua padre? “72 compiuti. Era nato nel 1937. Aveva una croce che si è portato dietro per tutta la sua vita: non si ricordava suo padre, che fu fatto prigioniero nel 1939, quando lui aveva 2 anni. Ecco perché aveva costantemente lottato per la verità su Katyń. Lui, a differenza del nonno, però, riposerà per sempre in pace a casa sua, a Cracovia”.

 Potrà questo ulteriore dramma aiutare la riappacificazione tra russi e polacchi in futuro?

 “Il 3 aprile alla cerimonia con i due premier era evidente che stava iniziando una nuova storia tra i nostri popoli. Il discorso di Putin è stato chiaro e noi tutti siamo tornati a casa pieni di speranza. Mio padre non stava nella pelle. Finalmente cambiavano i rapporti bilaterali. Questa sciagura aerea può davvero aiutare a superare gli ultimi ostacoli. Inizia una nuova storia. La conferma l’ho avuta nuovamente quando ho visto sabato notte il viso di Putin a Smolensk davanti alla carlinga dell’aereo”.

 Il primo canale russo, “Ort”, ha rivoluzionato i palinsesti ed ha mostrato domenica 11, addirittura in prima serata, il film di Andrzej Wajda “Katyń”, osteggiato per anni in Russia. Per la prima volta i sovietici, impegnati nella Seconda guerra mondiale, non sono né vittime né eroi, ma agiscono come criminali.

 “Mercoledì 7 eravamo in compagnia di Wajda e di sua moglie. Per lui, come ospite speciale, quella era la prima visita al memoriale. Mio padre aveva con sé alcune foto scattate in loro compagnia. Ho parlato poco fa con sua moglie: Andrzej è ora sotto shock. Con loro mio papà, mia sorella ed io avevamo cenato giovedì sera. E’ l’ultimo ricordo che ho di lui. Papà era felice. Dopo anni si aprivano nuovi orizzonti, nuove possibilità. La verità completa su Katyń era finalmente a portata di mano”.

Mi dica un suo ultimo pensiero.  “Per la nostra famiglia la tragedia di Katyń è stata un’ingiustizia. Mio padre ha perso suo papà a 2 anni. Adesso la sua amata nipotina, sempre di 2 anni, non lo vedrà più e quando lei sarà grande non se lo ricorderà come successe a lui con suo padre!”

Giuseppe D’Amato


POLSKI – ITALIANO – ENGLISH  

Szanowni Przedstawiciele Rodzin Katyńskich! Szanowni Państwo!

W kwietniu 1940 roku ponad 21 tysięcy polskich jeńców z obozów i więzień NKWD zostało zamordowanych. Tej zbrodni ludobójstwa dokonano z woli Stalina, na rozkaz najwyższych władz Związku Sowieckiego. Sojusz III Rzeszy i ZSRR, pakt Ribbentrop-Mołotow i agresja na Polskę 17 września 1939 roku znalazły swoją wstrząsającą kulminację w zbrodni katyńskiej. Nie tylko w lasach Katynia, także w Twerze, Charkowie i w innych, znanych i jeszcze nieznanych miejscach straceń wymordowano obywateli II Rzeczypospolitej, ludzi tworzących podstawę naszej państwowości, nieugiętych w służbie ojczyzny. W tym samym czasie rodziny pomordowanych i tysiące mieszkańców przedwojennych Kresów były zsyłane w głąb Związku Sowieckiego, gdzie ich niewypowiedziane cierpienia znaczyły drogę polskiej Golgoty Wschodu.

Najbardziej tragiczną stacją tej drogi był Katyń. Polskich oficerów, duchownych, urzędników, policjantów, funkcjonariuszy straży granicznej i służby więziennej zgładzono bez procesów i wyroków. Byli ofiarami niewypowiedzianej wojny. Zostali zamordowani z pogwałceniem praw i konwencji cywilizowanego świata. Zdeptano ich godność jako żołnierzy, Polaków i ludzi. Doły śmierci na zawsze miały ukryć ciała pomordowanych i prawdę o zbrodni. Świat miał się nigdy nie dowiedzieć. Rodzinom ofiar odebrano prawo do publicznej żałoby, do opłakania i godnego upamiętnienia najbliższych. Ziemia przykryła ślady zbrodni, a kłamstwo miało wymazać ją z ludzkiej pamięci.

Ukrywanie prawdy o Katyniu – efekt decyzji tych, którzy do zbrodni doprowadzili – stało się jednym z fundamentów polityki komunistów w powojennej Polsce: założycielskim kłamstwem PRL. Był to czas, kiedy za pamięć i prawdę o Katyniu płaciło się wysoką cenę. Jednak bliscy pomordowanych i inni, odważni ludzie trwali wiernie przy tej pamięci, bronili jej i przekazywali kolejnym pokoleniom Polaków. Przenieśli ją przez czas komunistycznych rządów i powierzyli rodakom wolnej, niepodległej Polsce. Dlatego im wszystkim, a zwłaszcza Rodzinom Katyńskim, jesteśmy winni szacunek i wdzięczność. W imieniu Rzeczypospolitej składam najgłębsze podziękowanie za to, że broniąc pamięci o swoich bliskich, ocaliliście Państwo jakże ważny wymiar naszej polskiej świadomości i tożsamości.

Katyń stał się bolesną raną polskiej historii, ale także na długie dziesięciolecia zatruł relacje między Polakami i Rosjanami. Sprawmy, by katyńska rana mogła się wreszcie w pełni zagoić i zabliźnić. Jesteśmy już na tej drodze. My, Polacy, doceniamy działania Rosjan z ostatnich lat. Tą drogą, która zbliża nasze narody, powinniśmy iść dalej, nie zatrzymując się na niej ani nie cofając.

Wszystkie okoliczności zbrodni katyńskiej muszą zostać do końca zbadane i wyjaśnione. Ważne jest, by została potwierdzona prawnie niewinność ofiar, by ujawnione zostały wszystkie dokumenty dotyczące tej zbrodni. Aby kłamstwo katyńskie zniknęło na zawsze z przestrzeni publicznej. Domagamy się tych działań przede wszystkim ze względu na pamięć ofiar i szacunek dla cierpienia ich rodzin. Ale domagamy się ich także w imię wspólnych wartości, które muszą tworzyć fundament zaufania i partnerstwa pomiędzy sąsiednimi narodami w całej Europie.

Oddajmy wspólnie hołd pomordowanym i pomódlmy się nad ich głowami. Chwała bohaterom! Cześć Ich pamięci!

 Prezydent RP Lech Kaczyński

ITALIANO

 ”Cari rappresentanti delle famiglie di Katyn. Signore e Signori. Nell’aprile del 1940 più di ventuno mila prigionieri polacchi dei campi e delle prigioni dell’NKVD furono uccisi. Il genocidio fu commesso su ordine di Stalin e su comando delle più alte autorità dell’Unione Sovietica.

 L’alleanza tra il Terzo Reich e l’Unione Sovietica, il patto Ribbentrop-Molotov e l’attacco sovietico alla Polonia il 17 settembre 1939 raggiunse il culmine nel terrificante massacro di Katyn. Non solo nella foresta di Katyn, ma anche a Tver, a Kharkiv ed in altri conosciuti e sconosciuti siti cittadini della Seconda Repubblica di Polonia, persone che costituivano le fondamenta del nostro Stato e che servivano ostinatamente la Patria, furono uccisi.

 Allo stesso tempo le famiglie dei massacrati e migliaia di cittadini del territorio orientale della Polonia ante-guerra furono inviati in esilio nell’Unione Sovietica profonda, dove le loro sofferenze indicibili hanno segnato il cammino del Golgota polacco d’Oriente.

 La stazione più tragica su quel sentiero fu Katyn. Ufficiali, sacerdoti, funzionari, agenti di polizia, di frontiera e guardie carcerarie furono uccisi senza un processo od una sentenza. Caddero vittime di una guerra indicibile. La loro uccisione fu una violazione dei diritti e delle convenzioni del mondo civilizzato. La loro dignità di soldati, di polacchi e di persone, fu oltraggiata. Fosse comuni di morte dovevano nascondere i corpi degli uccisi e la verità sul delitto per sempre.

  Il mondo, si pensava, non le avrebbe mai trovate. Le famiglie delle vittime furono private del diritto di piangere pubblicamente, per ricordare con orgoglio i loro parenti. La terra coprì le tracce del crimine e la menzogna avrebbe dovuto cancellarlo dalla memoria della gente. Il tentativo di nascondere la verità su Katyn – a seguito di una decisione presa da chi aveva architettato il crimine – diventò uno delle fondamenta della politica dei comunisti nella Polonia del dopoguerra: una bugia fondante della Repubblica Popolare Polacca.

 Era il tempo in cui la gente doveva pagare un prezzo elevato per conoscere e ricordare la verità su Katyn. Tuttavia, i parenti degli uccisi e di altri coraggiosi conservarono la memoria, la difesero e la trasmisero alle generazioni polacche più giovani. Riuscirono a preservare la memoria di Katyn ai tempi del comunismo e diffonderla ai tempi della Polonia libera e indipendente.

 Pertanto, dobbiamo rispetto e gratitudine a tutti loro, in particolare alle famiglie di Katyn. A nome dello Stato polacco, porgo un sincero ringraziamento a voi tutti, che difendendo la memoria dei vostri parenti siete riusciti a salvare una dimensione molto importante della nostra coscienza polacca e di identità.

 Katyn è diventata una piaga dolorosa della storia polacca, che ha avvelenato i rapporti tra polacchi e russi per decenni. Facciamo che la ferita di Katyn finalmente guarisca e si cicatrizzi. Siamo già sulla strada per farlo.

 Noi, polacchi, apprezziamo ciò che hanno fatto i russi negli anni passati. Dovremmo seguire il sentiero che porta le nostre nazioni più vicino, non dovremmo fermarci o tornare indietro.

 Tutti i dettagli sul crimine di Katyn hanno bisogno di essere indagati e rivelati. E’ importante che l’innocenza delle vittime sia confermata ufficialmente e che tutti i fascicoli relativi al crimine siano aperti in modo che la bugia di Katyn possa scomparire per sempre.

Noi chiediamo, prima di tutto, che ciò avvenga per il bene della memoria delle vittime e per il rispetto per la sofferenza delle loro famiglie. Lo chiediamo anche in nome di valori comuni, che sono necessari per formare una base di fiducia e di collaborazione tra nazioni vicine in tutta Europa.

Rendiamo omaggio agli assassinati e preghiamo sui loro corpi. Gloria agli Eroi! Viva la loro memoria!”

Lech Kaczynski

ENGLISH

President Kaczynski’s last speech

 “Dear Representatives of the Katyn Families. Ladies and Gentlemen. In April 1940 over twenty-one thousand Polish prisoners from the NKVD camps and prisons were killed. The genocide was committed at Stalin’s will and at the Soviet Union’s highest authority’s command.

 The alliance between the Third Reich and the Soviet Union, the Ribbentrop-Molotov pact and the Soviet attack on Poland on 17 September 1939 reached a terrifying climax in the Katyn massacre. Not only in the Katyn forest, but also in Tver, Kharkiv and other known, and unknown, execution sites citizens of the Second Republic of Poland, people who formed the foundation of our statehood, who adamantly served the motherland, were killed.

 At the same time families of the murdered and thousands of citizens of the eastern territory of the pre-war Poland were sent into exile deep into the Soviet Union, where their indescribable suffering marked the path of the Polish Golgotha of the East.

 The most tragic station on that path was Katyn. Polish officers, priests, officials, police officers, border and prison guards were killed without a trial or sentence. They fell victims to an unspeakable war. Their murder was a violation of the rights and conventions of the civilized world. Their dignity as soldiers, Poles and people, was insulted. Pits of death were supposed to hide the bodies of the murdered and the truth about the crime for ever.

 The world was supposed to never find out. The families of the victims were deprived of the right to mourn publicly, to proudly commemorate their relatives. Ground covered the traces of crime and the lie was supposed to erase it from people’s memory.

 An attempt to hide the truth about Katyn – a result of a decision taken by those who masterminded the crime – became one of the foundations of the communists’ policy in an after-war Poland: a founding lie of the People’s Republic of Poland.

 It was the time when people had to pay a high price for knowing and remembering the truth about Katyn. However, the relatives of the murdered and other courageous people kept the memory, defended it and passed it on to next generations of Poles. They managed to preserve the memory of Katyn in the times of communism and spread it in the times of free and independent Poland. Therefore, we owe respect and gratitude to all of them, especially to the Katyn Families. On behalf of the Polish state, I offer sincere thanks to you, that by defending the memory of your relatives you managed to save a highly important dimension of our Polish consciousness and identity.

 Katyn became a painful wound of Polish history, which poisoned relations between Poles and Russians for decades. Let’s make the Katyn wound finally heal and cicatrize. We are already on the way to do it. We, Poles, appreciate what Russians have done in the past years. We should follow the path which brings our nations closer, we should not stop or go back.

 All circumstances of the Katyn crime need to be investigated and revealed. It is important that innocence of the victims is officially confirmed and that all files concerning the crime are open so that the Katyn lie could disappear for ever. We demand it, first of all, for the sake of the memory of the victims and respect for their families’ suffering. We also demand it in the name of common values, which are necessary to form a foundation of trust and partnership between the neighbouring nations in the whole Europe.

 Let’s pay homage to the murdered and pray upon their bodies. Glory to the Heroes! Hail their memory!”

  


 Migliaia di ceri con all’interno dei ceri sono stati lasciati dai polacchi davanti al palazzo presidenziale. Alcune vie del centro di Varsavia sono state chiuse per la tanta gente che viene anche solo per un minuto a recitare una preghiera. Pochi osservatori avrebbero mai potuto credere che Lech Kaczynski, uno dei politici che più ha diviso il Paese slavo nella storia, potesse ottenere un tale tributo. “Adesso la politica non è importante – è il ritornello ripetuto da giovani ed anziani convenuti -. Lui era il presidente della Polonia”. La forza dei polacchi si vede in questi momenti. Quattro le spartizioni subite dal Paese e troppi i nemici storici con cui lottare. Gli anticorpi per sopravvivere alle tragedie ci sono tutti.

 Rapporti bilaterali

 Indirettamente questo ennesimo dramma sta aiutando a far viaggiare più speditamente la riappacificazione con la Russia anche se una specie di “road map”, definita grazie all’ausilio anche delle Chiese cattoliche ed ortodosse, era già stata concordata all’inizio dell’anno. Fiori e candele sono state deposte davanti all’ambasciata di Mosca ed al consolato di Kaliningrad. Un tempo sarebbero volate uova.

 Da questa terribile sciagura aerea il Cremlino vuole ora ripartire per mettere solide fondamenta per un futuro migliore. Nell’epoca della globalizzazione sono altre le sfide. Addirittura rivoluzionaria è la decisione (sicuramente su ordine dei vertici politici) del primo canale televisivo “Ort” che ha scelto di mostrare domenica in prima serata il film di Andrzej Wajda “Katyn” che in Russia aveva subito l’ostracismo dei distributori. Per la prima volta da sempre il pubblico ha visto i propri connazionali non vittime ed eroi nella Seconda guerra mondiale, ma in veste di carnefici. Nazisti e comunisti, tedeschi e sovietici, sono messi sullo stesso piano.

 Il massacro di Katyn è il cuore del dissidio tra i due popoli che, in passato, ha provocato ripercussioni anche a livello continentale. La Russia, che ha visto milioni di suoi cittadini finire nelle mani dei boia durante gli anni Trenta e Quaranta, punta il dito sulla comune tragedia causata dal totalitarismo, ma, in un gioco di complessi equilibrismi, non dimentica che milioni di sovietici si immolarono per difendere la Patria e soprattutto Stalin. Dire oggi ai reduci scomode verità non è affatto facile. Ecco perché la trasmissione del film di Wajda è una scelta epocale.

 La volontà di seppellire il passato con Varsavia è evidenziata da altri segnali. Medvedev e Putin sono stati mostrati, sabato mattina poche ore dopo la sciagura di Smolensk, seduti allo stesso tavolo. L’evento è rarissimo. Poi, di nuovo insieme, i due hanno acceso in chiesa delle candele per le vittime di Severnyj, prima che il primo ministro volasse sul luogo della catastrofe ad abbracciare con gli occhi pieni di lacrime il collega Donald Tusk. Solo a Severdvinsk, quando nel 2000 incontrò le famiglie del sottomarino Kursk, il gelido agente dell’ex Kgb era apparso così commosso.

 Se il diavolo non ci metterà più lo zampino quell’abbraccio e gli atti successivi di dimostrazione di compartecipazione al dolore dei polacchi potranno entrare nella storia come le immagini di Willy Brandt in ginocchio nel ghetto di Varsavia o Francois Mitterand e Helmut Kohl che si stringono le mani in preghiera al cimitero di Verdun.

 Centrale per il futuro il responso della Commissione d’inchiesta

 I risultati sull’indagine per la sciagura aerea sono fondamentali per i futuri rapporti bilaterali. Dai primi rilievi si sa che il Tupolev volava troppo basso ed ad una velocità troppo lenta. Il velivolo, di fabbricazione sovietica, era stato in manutenzione a Samara alla fine del 2009. Gli investigatori segnalano che nessun guasto tecnico può essere avvenuto. Le registrazioni radio confermano poi che la torre di controllo russa aveva invitato il pilota polacco ad atterrare per la fitta nebbia a Minsk o a Mosca, lontane parecchie ore di auto da Katyn. Una tale decisione avrebbe significato cancellare la cerimonia. Qualcuno a bordo del velivolo potrebbe aver pensato ai soliti brutti scherzi dei russi. E’ bene ricordare un altro evento che potrebbe aver inciso sulle decisioni prese sul Tupolev: durante un viaggio in Georgia un pilota, che non aveva rispettato l’ordine dello stesso Kaczynski di atterrare all’aeroporto di Tbilisi in quel momento chiuso, era stato licenziato.

   Secondo alcune versioni, riportate dalla stampa, i piloti polacchi dell’aereo presidenziale, comunicavano con la torre di controllo a terra in uno stentato russo, non utilizzando, invece, l’inglese come da prassi. Probabilmente hanno confuso le cifre che indicavano l’altezza. Gli argomenti per pericolose polemiche possono quindi essere trovati.

 Il messaggio che lancia ora il Cremlino è semplice: questa volta, amici polacchi credeteci, noi non c’entriamo niente.

La maledizione di Katyn - EuropaRussia 10.04.2010. Un Presidente euroscettico - 2005. EuropaRussia.

 

 


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